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Oggi, 25 aprile 2005

Per me è un giorno felice, e vorrei che lo fosse per tutti gli italiani, come il 14 luglio per i francesi è una festa nazionale. Purtroppo non è così ed è comprensibile: il giorno dei vincitori non può essere quello dei vinti. La memoria non può essere condivisa, come troppo leggermente è stato detto, perché i valori in contrasto durante la seconda guerra mondiale erano irriducibilmente in lotta fra loro. I giovani non possono sapere le vicende di allora né la lotta mortale che si è svolta tra la libertà e la tirannide (chi gliele ha insegnate?), e quindi non sanno che oggi possono vivere liberi (anche i fascisti e i nostalgici) perché altri sono morti resistendo e combattendo contro la peste nera del fascismo e del nazismo. Il revisionismo strumentale alla politica ha fatto di tutto per omologare i valori in contrasto, e in parte ci è riuscito. Pur prendendo atto della Resistenza (italiana ed europea), esso tenta di sminuirla affermando che non sono stati i Partigiani a vincere la guerra.

Bella scoperta! Stalingrado brucia ancora per la libertà di tutti, l’Armata rossa ha conquistato Berlino e ha polverizzato il bunker di Hitler, costringendolo al suicidio. Migliaia di giovani americani, inglesi, neozelandesi, canadesi, australiani, africani e asiatici sono morti valorosamente sbarcando in Normandia, che ha aperto loro l’ingresso in Francia e in Germania. Altre migliaia di soldati alleati sono caduti nella terribile guerra contro il Giappone, e nessuno dimentica il grande contributo della Cina.

Ma gli storici revisionisti dimenticano che la Resistenza europea, francese, cecoslovacca, polacca, austriaca, jugoslava, italiana, greca e anche tedesca con la "Rosa Bianca" ha contribuito grandemente alla vittoria militare. Solo sul fronte italiano nei 18 mesi che vanno dall’8 settembre ‘43 al 25 aprile ‘45 i partigiani combattenti furono in media 100.000 e contro di loro furono impiegate 10 divisioni tedesche e 5 divisioni di fascisti repubblichini, sottratte quindi ai fronti di guerra contro gli Alleati. Inoltre essi dimenticano che è sul piano morale e politico che la Resistenza esprime meglio il suo carattere principale e purificatore.

Non era un percorso obbligato. Dopo il collasso e la disgregazione dell’8 settembre 1943 (tutti a casa! per colpa della viltà e della insipienza della monarchia e del governo Badoglio), gli italiani avrebbero potuto adagiarsi nella aspettazione passiva, nell’attesa inerte che gli Alleati restituissero loro la libertà perduta. Cosa accade invece? Gli italiani non aspettano, ritrovano il senso alto della Patria (come ha ricordato più volte il Presidente Ciampi), si organizzano, da moltitudine disperata e dispersa tornano ad essere un Popolo, lottano contro il tedesco invasore e i loro servi fascisti, formano i loro battaglioni, le loro brigate partigiane sui monti, nelle pianure, nelle città e restituiscono all’Italia la dignità perduta dai fascisti. La Patria può tornare a testa alta nel consesso delle Nazioni libere.

La guerra politica della Resistenza, che ha restituito ai cittadini (anche ai fascisti) le libertà democratiche, è il miracolo laico che ha impresso il principio di individuazione e di legittimazione all’Italia moderna, da cui sono nate la Repubblica e la Costituzione: il DNA dell’Italia moderna, grazie al quale la democrazia ha resistito per oltre mezzo secolo alla strategia della tensione, alle trame golpiste, all’inquinamento della corruzione e alla "mutazione autoritaria degli ultimi tempi che è sotto gli occhi di tutti" (Giorgio Bocca, Partigiani della montagna).

In questo senso la Resistenza è più che mai viva nelle coscienze della maggioranza degli italiani, che non permetteranno la vergogna di equiparare i repubblichini di tutte le risme ai morti di Cefalonia, agli internati nei campi di concentramento nazisti, alle centinaia di migliaia di soldati e di ufficiali che preferirono la prigionia al giuramento in favore del fascismo repubblichino.

Da alcune parti si invoca ormai da anni la riconciliazione e la pacificazione nazionale in Italia, in relazione alle vicende del periodo ‘43-’45 e alla sua conclusione. Della questione si sono occupati eminenti uomini politici, storici, giornalisti, dibattiti televisivi. Vanno riconosciute, si è detto, non solo le ragioni dei vincitori, ma anche quelle dei vinti. La divisione tra partigiani e fascisti repubblichini avvenne per motivazioni ideali: ciascuno renda l’onore delle armi all’antico avversario e finalmente si chiuda la ferita della "guerra civile" che insanguinò l’Italia nel biennio ‘43-’45 e che ancora dopo 60 anni divide gli animi.

Mi domando se questo invito valga anche per i torturatori di via Tasso a Roma, per la banda Carità a Padova, per i massacratori di Marzabotto e di S. Anna di Stazzema, per gli imputati dell’"armadio della vergogna", per coloro che hanno consegnato ai nazisti gli ebrei italiani per i forni della Risiera di San Sabba, per gli impiccatori a Padova del dott. Busonera, per gli assassini di Otello Pighin, per i fucilatori di Galvani e di Pierobon, per gli italiani che si arruolarono nel battaglione SS responsabile di torture e fucilazioni di civili. Questa domanda dimostra di per sé che la questione è mal posta, e ne nasconde una diversa: il tentativo di legittimare il fascismo nonostante la sconfitta morale e militare, nonostante la ripulitura di Fiuggi e le dichiarazioni dell’on. Fini (la repubblichina di Salò è una brutta pagina della storia di Italia, le leggi razziali contro gli ebrei sono un orrore, l’antifascismo è il fondamento della Repubblica).

Osservo che la riconciliazione e la pacificazione nazionale sono già avvenute nell’immediato dopo guerra (amnistia Togliatti) e furono solennemente proclamate con l’approvazione della Costituzione nella seduta del 22 dicembre 1947, e con la sua entrata in vigore il 1°gennaio 1948. Nell’assemblea costituente, eletta direttamente dal popolo il 2 giugno 1946, erano rappresentati tutti i partiti: democristiani, socialisti, comunisti, liberali, demolaburisti, repubblicani, azionisti e anche la destra de L’Uomo Qualunque.

Il testo costituzionale fu approvato con 453 voti favorevoli (su 556 parlamentari) e 62 voti contrari. Ciò significa che la grande maggioranza del popolo italiano, almeno i 4/5, si riconobbe nei valori dell’antifascismo e li pose a fondamento dello Stato. Con l’entrata in vigore della Costituzione gli Italiani si sono riconciliati sulla base di valori comuni (la libertà, la democrazia, la dignità del lavoro, l’eguaglianza dei cittadini) e per 60 anni sono vissuti in pace, solo a tratti messa in pericolo dallo stragismo fascista, dal terrorismo rosso e nero, e da alcuni sfasciacarrozze che ora vorrebbero per i loro interessi stravolgere la Costituzione. C’è bisogno di un’altra riconciliazione? Semmai ci vorrebbe un rafforzamento dell’alleanza antifascista contro il pericolo che la Costituzione venga stravolta dagli avventurieri della politica e l’Italia venga smembrata dai patiti della devolution. A me pare che con la richiesta di una nuova riconciliazione e pacificazione si vuole altro: che gli antifascisti riconoscano le "buone ragioni" dei fascisti mettendo sullo stesso piano i partigiani e i repubblichini, dimenticare il passato, riconoscere la reciproca buona fede e stringersi la mano. Si confondono in questa proposta due concetti :ragione e soggettività emotiva.

Non ho nessuna difficoltà a riconoscere che molti dei "ragazzi di Salò" erano in buona fede e scelsero la repubblichina per un errato senso dell’onore e dell’amore di Patria. Anche i mafiosi si definiscono "uomini d’onore", e certo molti picciotti si sentono tali in perfetta buona fede. A migliaia giovani fascisti morirono in buona fede sul fronte di Anzio, o nella guerra anti-partigiana, e per la loro morte provo pietà e rispetto.

Ma erano dalla parte sbagliata. Il giudizio storico, per quanto soggettivo, non può essere arbitrario. Esso ha una sua specificità scientifica che, per quanto diversa da quella della matematica o della fisica, deve quanto meno obbedire al principio di non contraddizione. I fascisti e i nazisti erano dalla parte sbagliata, anche se in ipotesi inconsapevoli, perché rappresentavano la dittatura, la presunta superiorità razziale, la schiavitù o lo sterminio delle razze ritenute inferiori, primi fra tutti gli ebrei. Per fortuna ha vinto la grande alleanza antifascista, che era dalla parte giusta perché rappresentava i principi di libertà, di democrazia, di dignità del lavoro. Non è possibile conciliazione e pacificazione alcuna tra questi valori perché sono antagonistici. Confliggeranno in eterno, e guai se così non fosse. Coloro che non condividono il senso di questa affermazione riflettano a cosa sarebbe successo all’Europa, al loro destino personale, a quello degli ebrei e degli zingari, se la guerra fosse stata vinta dal Reich nazista e di riflesso dalla repubblichina di Salò.

Con chi dunque noi antifascisti (partigiani o no) dovremmo riconciliarci? Con i nemici della libertà e della cultura? Ciò è impossibile. Questa netta affermazione non significa negare che anche tra i fascisti ci fossero persone per bene, ci fossero i "giusti" come il padovano Perlasca il quale, contraddicendo il fascismo, mentre i nazisti bruciavano gli ebrei, li salvava per pura umanità e alto senso morale. Gli rendiamo onore e gli esprimiamo gratitudine. Ma il fascismo resta un orrore, e anche l’esempio di Perlasca lo dimostra.

Il 25 aprile oggi, nel 2005, significa ribadire i valori dell’antifascismo, della libertà, della uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, della dignità del lavoro, della cultura e della scienza, della solidarietà verso chi soffre; significa fare in modo che i bambini dell’ Africa e dell’Asia non muoiano più di fame, eliminare gli squilibri economici tra i continenti, allargare e tutelare i diritti della persona, lottare per eliminare i conflitti bellici dal mondo.

La cultura della pace, che si rifà all’articolo 11 della Costituzione, deve basarsi sul rovesciamento dell’antica massima: se vuoi la pace prepara la guerra deve diventare nella coscienza di tutti il suo contrario, e cioè se non vuoi la guerra prepara la pace.

Questo è il messaggio che la Resistenza lancia alla gioventù in occasione del 25 Aprile 2005.