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Gli sfaceli del (troppo) libero mercato

Riflessioni a margine del primo maggio: il modello di società prefigurata dalla Costituzione e quello fondato su mercato selvaggio e deregulation. Un contrasto di culture e di approdi oggi più visibile che mai.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro." La nostra Costituzione comincia con queste solenni ed impegnative parole. Ma non basta. Vi sono poi altre norme della nostra carta fondamentale che scolpiscono un modello di società con caratteristiche inconfondibili.

"La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni" (art. 35).

"Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità ed alla qualità del suo lavoro" (art. 36).

"La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al Lavoratore" (art. 37).

E d’altra parte, per ciò che riguarda l’altro fattore della produzione, il capitale, sentite cosa dice la Costituzione: "L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale" (art. 41). Ed ancora: "La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale" (art. 42).

E’ impressionante notare la nettezza del modello di società prefigurata dai padri della nostra Repubblica: il lavoro, la nostra prima e forse unica (con l’ambiente) materia prima, stava al centro, la proprietà ed il capitale erano subordinati ad una funzione sociale, secondo una concezione solidaristica ed egualitaria. La realizzazione di un tale modello era affidato alla Repubblica, alle sue leggi ed al suo sistema fiscale.

Cosa è rimasto di tutto ciò, dopo quindici anni di pensiero unico dominante in violento contrasto con quanto aveva preconizzato la nostra Costituzione?

Meno stato e più mercato, deregulation e bando ai lacci e lacciuoli. Tolleranza per gli evasori fiscali ed incaute promesse di tagliare le tasse. Esaltazione del mito del costante incremento del prodotto interno lordo (il PIL) e nessuna cura nel perseguire una equa distribuzione della ricchezza. La flessibilità del posto di lavoro ingannevolmente presentata come fomite della piena occupazione, quando invece semmai può esserne solo una conseguenza. Contenimento dei salari e riforma riduttiva delle pensioni presentati come misure idonee a recuperare la competitività, mentre invece altro non sono che freni alla capacità di spesa di grandi masse, ciò che produce l’inaridimento dei consumi e quindi uno stallo della produzione.

Il mercato senza regole favorisce la speculazione finanziaria con i giochetti in borsa senza alcun vantaggio per l’economia reale. I disastri dei bond argentini, di Parmalat, di Cirio sono i frutti avvelenati del libero mercato. Certo, qualcuno ci guadagna: il nostro cosiddetto premier ha venduto il 16% delle sua azioni Mediaset e, pur conservando il controllo della società e delle sue reti televisive, ha incassato due miliardi di euro, la bellezza di quattromila miliardi delle vecchie lire. Un gruzzolo che gli servirà per pagare i suoi mercenari nella prossima campagna elettorale.

Ancora: il mercato libero si ritorce con effetti devastanti. Le delocalizzazioni, cioè il trasferimento di opifici dalle nostre province in altri paesi ove i lavoratori sono privi di tutela sindacale, creano da noi solo disoccupazione. Il rimedio non sta nell’abbassare il nostro costo del lavoro, ma nell’aumentare le retribuzioni dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo.

La libera circolazione dei capitali deve trovare compenso in una corrispondente libera circolazione dei diritti, e quindi degli strumenti per garantirli: i sindacati.

Il petrolio, fonte energetica vitale per tutto il mondo sviluppato, è controllato da un cartello di multinazionali, e le sue riserve non sono inesauribili. Già oggi il pieno di benzina è salato. Nei prossimi anni - non sappiamo quanti - si ridurranno le riserve ed esploderà il prezzo. Questo è il libero mercato.

Dalla Cina arrivano prodotti a prezzi stracciati. La prospettiva è minacciosa al punto che qualcuno ha pensato di ritornare ai dazi doganali. Ma il libero mercato è incontenibile. Si prospetta dunque un avvenire con scarsità di petrolio ed abbondanza di cinesi.

E potrei continuare.

Siamo dinnanzi ad un contrasto di culture e di modelli. Quello delineato dalla nostra Costituzione non è solo più giusto, ma anche più conveniente. Riuscirà la sinistra italiana, la sinistra europea, a fermare la corsa verso la catastrofe provocata dal pensiero unico dominante del libero mercato?