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D’Alema e Sofri: la fatica della sinistra

Uno strano incontro (con i giovani?) di D'Alema e Sofri: che, oltre al narcisismo delle star della politica, rivela la disarmante debolezza della cultura laica e di sinistra.

"D’Alema conquista i giovani". Così titolava un quotidiano locale riferendosi al dibattito in teleconferenza tra Massimo D’Alema e Adriano Sofri, organizzato dalla Sinistra Giovanile del Trentino-Alto Adige per discutere sulla laicità dello Stato. Forse chi scrive non si sente abbastanza giovane o non è abbastanza di sinistra per essere stato conquistato dal presidente dei Ds. Che si presenta in sala a suo modo: impeccabile e gelido, ma anche stranamente nervoso.

Massimo D'Alema.

La partenza dell’incontro è stentata. La volenterosa Claudia Merighi (Sinistra giovanile) tenta di rompere il ghiaccio con una domanda amarcord sul modo in cui i due ospiti si sono approcciati al tema agli albori della loro militanza politica, nella mitica fine degli anni Sessanta. Ma D’Alema la incenerisce istantaneamente: "Le domande le fa Mannoni", ossia il giornalista chiamato a moderare l’incontro, anch’egli in collegamento da Firenze con Sofri. Gelo in sala, ma il dibattito comincia.

Ricordiamo che il tema era "La laicità dello Stato", ma paradossalmente si parla principalmente di Chiesa, della posizione dei vescovi circa il referendum sulla procreazione assistita, del nuovo papa, delle folle accorse a Roma per i funerali di Wojtyla. I due interlocutori hanno praticamente le stesse posizioni, quindi, soprattutto nella prima ora, si susseguono interventi piuttosto lunghi ma privi di vivacità, quasi come una noiosa lezione universitaria. Solo Sofri, ogni tanto, riesce a trovare qualche battuta o qualche considerazione meno scontata delle altre. D’Alema invece resta il politico che tutti conosciamo: rimpiange la DC, dice di apprezzare molto il nuovo papa ("Ho accolto come una buona notizia l’elezione di Ratzinger… ho simpatia per le persone di intelligenza e cultura, più ne hanno e più mi sono simpatiche"), preferisce la massa in San Pietro ai tre milioni di lavoratori di Cofferati al Circo Massimo (davanti al papa la gente stava per affermare qualcosa in positivo, mentre gli scioperanti difendevano i loro sacrosanti diritti senza essere rivolti in avanti - questo all’incirca il pensiero del presidente dei Ds).

Certo, contro l’invito dei vescovi all’astensione al referendum D’Alema usa parole dure ("Si tratta di un’astuzia da politici… e neppure di più alta levatura"); ma su questo la sua posizione non poteva essere diversa, altrimenti avrebbe potuto chiamare sul palco Pino Morandini, che era acquartierato con i suoi appena fuori dal teatro a distribuire volantini.

Adriano Sofri.

Sofri vola più alto, cogliendo i grandi temi, cercando di intuire gli scenari futuri, sempre però con una vena drammatica se non apocalittica. Parla di donne, spiritualità, ecologia, kamikaze, potere della tecnica. Cita Alexander Langer (un ricordo che emoziona i presenti), ma anche Giuliano Ferrara (un nome che non emoziona nessuno), parlando di lui quasi con tenerezza ("voglio molto bene a Giuliano, ha una predilezione per scegliere i perdenti, come con Craxi, quando cadde").

Su per giù il dibattito prosegue su queste traiettorie finché, dopo molti tentativi, D’Alema riesce a raggiungere territori più consoni a lui, quelli del politichese, delle strategie, della coalizione, delle formule. Dopo due ore nel caldo soffocante, il dibattito finisce.

Qual è l’impressione finale di questo dibattito sulla laicità? Ciascuno può rispondere come meglio crede. A chi scrive l’incontro ha rivelato quanto oggi la cultura laica di sinistra sia debole, subalterna, quasi afasica sia di fronte al mondo cattolico, sia al cospetto di una destra ideologica (non parlo dell’armata Brancaleone nostrana) che vuole leggere e modificare il mondo solamente attraverso la propria visione.

Per il bene di tutti occorrerebbe che la cultura di sinistra si rifondasse andando oltre gli schemi del passato; ma ognuno di noi sa quanto fare questo sia tremendamente difficile.