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L’avanguardia dello scompiglio

Le “disordinazioni”, ossia il fantasioso e irriverente stravolgimento di messaggi codificati. Ce ne parla il loro teorico, Edoardo De Falchi.

Non ne potete più di bancomat e codici a barre? Pensate che basti mettere un pizzico di caos nei segnali e nei linguaggi della burocrazia e del mercato per creare un’esperienza estetica unica e divertente? Siete dei fan dell’insolito? Vi piacciono i giochi concettuali?

Bene, ecco l’avanguardia che fa per voi: le disordinazioni subliminali di massa. Un movimento che non ha capi ma molte code, sguinzagliate per le città in cerca di un segnale da deturnare o ancor più spesso reinventare. Un’avanguardia a portata di tutti: basta un computer, uno scanner, dei fogli biadesivi e tanta fantasia per creare dei segnali disordinanti.

Il gioco è semplice. Si prenda un codice grafico o un linguaggio tipico dell’ufficialità. Lo si alteri con fantasia, lasciando intatta la sua classica (quanto elementare) presentazione grafica. Ecco, si è creata una disordinazione. Un adesivo "Attenzione apparecchio guasto" che si trova talvolta su bancomat e telefoni pubblici è stato ad esempio trasformato da una di queste tribù di disordinatori in un inquietante "Apparrecchiatura sottoposta a controllo digitalizzato sperimentale permanente. Tendenza zero guasti mensili", a firma di un fantomatico "Istituto Nazionale di Statistica Applicata"; oppure in "Attenzione! Questo apparecchio è stato sabotato".

In un parco pubblico è stato invece lasciato un adesivo con scritto: "Istituto Nazionale per la Protezione Genetica della Flora e della Fauna. Attenzione! Area protetta ore 22.00-05.30. Passaggio di specie faunistica sottoposta a vincolo ambientale (Blatta-blatta orientalis). Non calpestare!". Sempre in un parco, a un cartello "Non calpestare l’erba" è stato aggiunto, in maniera graficamente mimetica, "Vernice fresca".

Caso diverso quello di messaggi "regolari" posti però in posti inaspettati, come il classico "Attenzione! Pericolo di morte" (corredato di teschio) collocato non s’una centralina elettrica, bensì sulla porta di un bagno pubblico, di una banca, di una cabina telefonica. Altro esempio è quello della scritta "Premere qui con forza" (utilizzato nell’impiantistica o nei libretti di istruzione di taluni elettrodomestici) con tanto di manina indicante posto su un manifesto elettorale, o ancora un "Fuori servizio" sistemato s’un lampione, o un "Questa affissione è vietata ai sensi dell’art. 663 C.P." appiccicata al centro di un manifesto.

A volte il linguaggio delle disordinazioni utilizza codici linguistici di pura invenzione: lingue immaginarie e pittogrammi insignificanti, utili solo a creare un dubbio sul loro senso. Più divertenti gli adesivi che parlano in modo colloquiale al passante: "Attento, ti sei distratto!", "Attenzione. I paranoici vi spiano", "Questo è illegale. Chiama la polizia!"…, ma anche le scritte adesive autoreferenziali: "Piccola scritta adesiva", "Biglietto attaccato sul muro", "Diffondete i messaggi a basso costo", "Basta con gli adesivi!", "Questo non è un omaggio a Magritte!", "Questa scritta è stata attaccata l’anno scorso"….

Un terreno fertile per i disordinatori sono poi gli ipermercati e i loro paradisi merceologici, dove l’ordine e il controllo regnano sovrani. C’è chi fotocopia i codici a barre delle acque minerali e li applica su vini pregiati: se tutto fila liscio, il distratto cliente acquisterà una bottiglia di Brunello a pochi centesimi… Altri i codici a barre li stravolgono utilizzando la sequenza di linee e numeri per comporre immagini dal gusto psichedelico, anch’esse applicate ai prodotti in distribuzione e lasciando stupefatti i cassieri. Si arriva al punto dell’invenzione (e diffusione sugli scaffali) di vere e proprie "antimerci", consistenti in regolari confezioni in cartoncino che invitano però al consumo forsennato, o che reclamizzano l’ottimo "nulla" contenuto all’interno.

Tutti questi non sono solo che alcuni dei casi descritti in un formidabile libro, "Non è vero!" (Odradek edizioni, 1998), bibbia sull’argomento e corredato perfino da numerosi adesivi pronti all’uso. Ecco cosa ci ha raccontato l’autore, Edoardo De Falchi, ex fumettista di Frigidaire e ora illustratore per Il Manifesto, nonché collaboratore grafico di Radio Rai.

Sono entrato in contatto con le disordinazioni in modo strano: da inviato, cioè per conto di una casa editrice (Odradek). E’ stato Claudio Del Bello, direttore della casa editrice, a mettermi in contatto con alcuni ‘attivisti’, dopo aver trovato delle tracce curiose nella sede dell’Enciclopedia Italiana, di cui curava alcune opere. In particolare, uno dei disegnatori della Treccani aveva divulgato alcuni progetti adesivi ed era riuscito a coinvolgere diverse persone in operazioni ‘artistiche’ poco convenzionali e apparentemente gratuite. Si trattava peraltro di persone che nei confronti della cosiddetta arte contemporanea avevano un interesse molto relativo. Del Bello mi chiese di studiare la cosa e di tirar fuori un progetto per un libro sulle disordinazioni, da pubblicare per la Odradek. Mi mise quindi in contatto con il disegnatore, un tipo serio, estremamente gentile e curioso, illustratore ineccepibile, tra l’altro molto apprezzato per il suo tratto essenziale (in una situazione in cui naturalmente ogni disegno deve compendiare informazioni, e non aggiungere decorazioni). Tramite lui ho cominciato a frequentare, all’inizio come ‘cronista’, un piccolo gruppo, eterogeneo e variabile, di persone interessate a realizzare interventi più o meno artistici, più o meno critici, fra cui anche delle ‘disordin-azioni’. Con questo nome circolava un bollettino fotocopiato ad opera di Giuliano Lombardo, che pubblicava gli interventi di quel tipo che gli venivano proposti".

Che interesse ha suscitato questo tuo libro?

"Dal punto di vista delle vendite il libro non è stato un bestseller, ma va considerato anche che la tiratura e la distribuzione del libro erano commisurati alle forze di una piccola casa editrice indipendente.

Comunque, quello che si era stampato è stato venduto. Rivedendo adesso il libro, devo ammettere che probabilmente ha scontato anche una certa ‘pesantezza’ della scrittura, un tono forse un po’ ingessato e che eccede il contenuto. Malgrado contenga adesivi e illustrazioni, forse è povero di narrazione. Tuttavia spesso ho riscontrato un interesse per la discussione teorica su temi come l’arte di ricerca e l’avanguardia, la contro-pubblicità o la pubblicità, il rapporto con i movimenti, la politica, ecc.

Inoltre, da quando è uscito a oggi, ho notato anche un interessamento più ‘personale’, non soddisfatto dal libro, che rimanda piuttosto alla pratica diretta, all’attivismo disordinatorio e collettivo".

A tuo avviso, qual è il senso ludico e quello critico delle disordinazioni?

"Sono caratteristiche non facilmente distinguibili. Può capitare che un’azione, motivata innanzitutto dal gioco, risulti poi più rivelatoria di quanto non sembrasse all’inizio. Oppure che un’azione progettata proprio per criticare qualcosa sia all’atto pratico più che altro divertente da fare o da vedere, ma il suo significato critico tenda a passare in secondo piano. Questo è un po’ il caso degli adesivi in genere; e per questa loro ‘leggerezza’ è abbastanza naturale un loro utilizzo come mezzo pubblicitario, anche ad opera di lungimiranti e giovanilisti marchi multinazionali".

Edoardo De Falchi.

Le disordinazioni sono per te una forma d’arte concettuale/comportamentale o assomigliano più ad esperimenti/giochi psico-sociologici?

"Sebbene siano sorte all’interno di un contesto vago ma non indifferente all’influenza del cosiddetto sistema dell’arte, influenzato anche molto dalla psicologia, tuttavia si è cercato di sviluppare e di ampliare la faccenda, per dimostrare il più possibile che la pratica delle disordinazioni può essere applicata in ogni contesto. La disordinazione non è una pratica artistica, ma un modo di reagire a un sistema di regole, quale che esso sia. Mettere in questione le regole - soprattutto se non esplicite - di un sistema, in opposizione ai modi correnti di interpretarlo, può essere un metodo per rivelarne i punti deboli, le incongruenze, i momenti di crisi, quindi anche eventualmente la sua creatività, o le sue possibilità di evoluzione. Penso sia più corretto lasciare alla definizione di ‘disordinazione’ questa sua ambiguità. Da equivoci come questo, sulla pertinenza e il contesto, potrebbero anche derivare conseguenze più interessanti che non da una definizione restrittiva, o riduttiva".

La pubblicità le ha utilizzate per far parlare di sé, per creare curiosità attorno a slogan o loghi apparentemente incomprensibili...

"Sicuramente. Mi è anche capitato, durante un’iniziativa organizzata a Forte Prenestino (un centro sociale di Roma, n.d.r.), di ricevere dei complimenti da un ragazzo che, lavorando come copywriter, aveva trovato molto interessanti e persino ‘utili’ le nostre trovate. Non dovrebbe sorprendere, comunque, che una qualsiasi ‘invenzione’, una volta resa pubblica (nel caso di un adesivo, appena è su un muro), diventi per l’appunto di tutti, e possa esser rovesciata nel suo contrario. Per ora mi è capitato di notare un uso sempre più diffuso proprio nel campo degli adesivi. Del resto, per quanto riguarda le disordinazioni pubblicitarie, non mi pare si sia visto granché in giro, mentre io stesso avrei delle idee…".

Quanto c’è in comune con la pratica antipubblicitaria degli Adbusters?

"Azioni di deturnamento di cartelloni pubblicitari, nello stile inizialmente divulgato da Adbusters, possono rientrare senza dubbio tra le disordinazioni. Sono azioni spontanee, naturali, efficaci, che tra l’altro migliorano anche esteticamente l’arredo urbano. D’altra parte mi pare che, affermandosi sempre più come una specie di associazione a difesa dei consumatori, gli Adbusters tendano a preferire uno stile non solo sempre meno trasgressivo per le loro campagne, ma anche meno ambiguo. Nella sua forma più recente, sembra quasi una forma di pubblicità-progresso".