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Giustizia: novità dagli States

Due importanti sentenze della Corte suprema: un passo indietro sugli strappi costituzionali in nome dell' antiterrorismo; e nuova disciplina delle testimonianze.

Ritorno alla legalità costituzionale? Una luce si è accesa nel buio giuridico che era sceso sull’America dopo l’ 11 settembre 2001. Con tre distinte sentenze la Corte Suprema ha ordinato il ripristino delle garanzie costituzionali in favore dei sospetti terroristi detenuti a Guantanamo e in altre carceri da oltre tre anni, senza voce, senza imputazione, senza difensore, senza processo. Dopo un iniziale sbigottimento successivo all’ 11 settembre e alle misure emergenziali assunte dal Governo, giuristi, politici, ex giudici, ex militari, avvocati e semplici cittadini hanno dato vita a un movimento che contrasta la condotta dell’Amministrazione Bush e si propone il ripristino dello Stato democratico.

La Corte suprema americana.

Con lo strumento dell’habeas corpus il movimento ha ottenuto tre sentenze favorevoli che sono esaminate e commentate dalla giurista Michela Miraglia in "Diritto penale e Processo". Io mi limiterò a segnalarne una particolarmente incisiva, quella che ha origine dal ricorso di Hamdi (cittadino americano sospetto terrorista) contro Rumsfeld (segretario alla difesa): "La detenzione di un cittadino - scrive la Corte - non può essere eseguita al di fuori del principio costituzionale del ‘due process’ (processo dovuto) in cui il detenuto deve conoscere gli elementi di fatto dell’accusa, e ha il diritto di contraddirli di fronte a un giudice terzo e imparziale". Nella motivazione la Corte dichiara in modo netto la disapprovazione per i metodi del Governo, affermando che "è durante i momenti di più grande sfida e incertezza del nostro Paese che il rispetto per la regola del giusto processo deve essere valutato più severamente: lo stato di guerra non è un assegno in bianco per il Presidente, quando si tratta delle garanzie dei cittadini... inoltre la separazione dei poteri è essenziale per la tutela della libertà".

Parole chiare, che però non bastano. L’ Amministrazione Bush è subito corsa ai ripari, dando operatività ai Tribunali speciali militari competenti a decidere se la qualifica di sospetto terrorista è stata attribuità legittimamente: di fronte a questi tribunali il sospetto terrorista non ha praticamente alcun vero diritto di difesa. L’Amministrazione Bush è ricorsa a questa contromossa per far sì che il maggior numero di sospetti terroristi vengano dichiarati tali, prima che si rivolgano alle Corti distrettuali in base al diritto loro riconosciuto dalla Corte Suprema.

La battaglia per il ripristino della legalità costituzionale sarà quindi lunga e dura: "Molto dipenderà - conclude Miraglia - dalle future sorti politiche del Paese". Non vi è dubbio, ma è vero anche il contrario: la costanza, il rigore, la forza del movimento per i diritti civili potranno convincere la Corte suprema a pronunciare decisioni più cogenti, e risvegliare le coscienze di quegli americani che, pur approvando la politica di Bush, non possono permettere che la loro Costituzione venga fatta a pezzi.

Un’altra importante sentenza della Corte Suprema. La regola fondamentale del diritto penale negli Usa è quella stabilita dal VI emendamento che dispone: "In ogni processo penale l’imputato avrà il diritto di essere messo a confronto con i testimoni a carico" Si tratta della nota "confrontation clause" che si realizza nella pratica con la "cross-examination", introdotta anche in Italia dal 1988 e che chiamiamo contro-interrogatorio. In altre parole la prova viene raccolta e vale solo se si forma davanti al giudice nel contraddittorio delle parti. Negli Stati Uniti tale principio era stato generalmente rispettato fino ad una sentenza della Corte Suprema del 1980, che pur non rinnegando il VI emendamento lo aveva aggirato affermando che non era sempre indispensabile porre a faccia a faccia l’imputato e il testimone, qualora questa scelta fosse necessaria per soddisfare le esigenze di efficienza del processo. In pratica apriva le porte alle dichiarazioni rese prima e fuori del processo, qualora il testimone fosse non disponibile e le sue dichiarazioni fossero ritenute attendibili, oppure verificate volta per volta dal giudice. Questa sentenza aveva molto indebolito il carattere accusatorio del processo, consentendo in pratica l’ingresso di qualunque dichiarazione resa prima del dibattimento. Con sentenza 8 marzo 2004 la Corte suprema ha mutato radicalmente l’orientamento giurisprudenziale, ribadendo (a maggioranza) la validità del VI emendamento e ha stretto i freni ammettendo le dichiarazioni rese "out of Court" solo quando il teste sia veramente non disponibile e l’imputato abbia avuto una precedente opportunità (magari non utilizzata) di confrontarsi con lui.

La sentenza è una delle più importanti pronunciate dalla Suprema Corte negli ultimi 10 anni in materia di prove. E’ difficile dire quale sarà il suo impatto sulla giurisdizione anche perché non ha precisato il significato esatto dell’atto "testimoniale". Per esempio una dichiarazione resa alla Polizia per telefono (relativa a una rapina o a un omicidio, registrata e trascritta e poi confermata sotto giuramento, ma senza la presenza dell’imputato e senza contro interrogatorio) sarà ammissibile? A seconda della valutazione che ne farà il Giudice, è chiaro che si avranno giudizi e sentenze diverse.

Prima che il sistema americano della giustizia raggiunga un equilibrio bisognerà attendere l’orientamento delle Corti inferiori, che pur applicando i principi della pronuncia della Suprema Corte, hanno larghi margini di discrezionalità interpretativa.