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Alfredo Chighine

Il mistero della pittura al Palazzo Leone da Perego di Legnano fino al 19 giugno.

Francesco Arcangeli, grande critico della storia dell’arte italiana, tra i pittori della generazione degli anni ‘10, scelse Chignine come uno tra gli ultimi naturalisti insieme, ovviamente, a Giunni, Bergolli e Morlotti, suoi amici all’Accademia di Brera, che si ritrovavano al bar Giamaica, con il nostro che beveva di tutto, pensando alle sue sculture che sembravano tagliate con l’accetta. Realizzava maternità, ci ricorda Morlotti in modo tenero, che "apparvero come umanità scampata alla guerra, che aveva perso decoro e artificio, ma guadagnato immanenza ed eternità".

Alfredo Chighine, “Senza titolo” (1957).

Già nei primi anni Cinquanta passa alla pittura astratta, caratterizzata dall’uso di larghe spatole, che non guarda più al paesaggio classico, ma che trova una sua definizione stilistica intorno alle tematiche dell’Informale.

Nel 1956 ha luogo la mostra importante alla Galleria Il Milione di Milano ed Emilio Tadini scrisse per l’occasione che la scelta della materia non poteva essere il risultato "di una certa inerzia di forze all’aperto. Non la materia cristallizzata dalla natura, ma il suo organismo attivo". E’ come se su quei pezzi di terra si succedessero stagioni, organismi in divenire solcati, spremuti direttamente dal tubetto come in alcune Composizioni di quell’anno; forme plastiche grigie, bianche, nere e blu, sovrapposizioni che accennano anche a forme cilindriche. Lo stesso Morlotti ci racconta di quegli anni milanesi e di quelle acque agitate.

I giovani allora, oltre Chighine, erano Ajmone, Bergolli, Peverelli, Francese, Dova, Crippa, sembrava lavorassero in équipe. E fu proprio per la mostra del Milione che il nostro tirò fuori appieno il suo pedale basso dei grigi e dei rosa, in cui aveva convogliato e nascosto tutta la sua nostalgia e malinconia di muri e cieli lombardi. Dalle spremute di colore all’uso della spatola si avverte tutta la vicinanza alla poetica di Nicholas de Stael, come tagliati con l’accetta sono pure i suoi rettangoli dipinti con rigore compositivo e una ricerca di vibrazione luminosa delle paste materiche di grande bellezza (Tramonto a mare, 1959).

Non sono i verdi marci e terrosi di Morlotti: nei dipinti di Chighine si coglie una certa solarità, una certa primitiva corrente, un gomitolo di segni, "una cosa che sta tra il cespuglio intricato del sottobosco e l’agitazione caotica della coscienza, di legni seccati nell’aria, di grate arrugginite, e, dietro, una luce tra pomeridiana e morale, lento tramonto o segnale di libertà".

Questa mostra di Legnano, a trent’anni dalla morte dell’artista, dà la misura di quanti ottimi artisti siano stati dimenticati, dopo che i riflettori della grande critica si sono spenti (era Roberto Tassi che commentava con l’ultimo testo citato le splendide creazioni di Chighine), e dopo le loro partecipazioni a diverse Biennali veneziane e ad altre importanti mostre internazionali.

Queste cinquanta opere aggiungono un’altra importante tessera a quella bellissima stagione dell’arte italiana degli anni Cinquanta e Sessanta.

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