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A proposito di mafia: consenso e connivenze

L’evoluzione del fenomeno mafioso, i conflitti e le connivenze con lo Stato, il consenso in settori della popolazione.

Da molto tempo ormai in Italia non si parla di mafia, se non in modo sporadico e superficiale. A quanto mi risulta, anche la commissione parlamentare tace. La mafia riemerge negli articoli di stampa in occasioni particolari: quando la Cassazione revoca l’ergastolo a Provenzano, o il generale Mori e il capitano "Ultimo" vengono processati per la misteriosa mancata perquisizione del covo di Riina, subito dopo la sua cattura. Per capire cosa sta succedendo e a che punto si trova la lotta alla mafia, la rivista "Limes" ha dedicato il n° 2 del 2005 interamente all’argomento, intitolando "Come mafia comanda". E’ tutto da leggere.

La strage in cui perse la vita Paolo Borsellino.

Mi ha colpito in particolare la sintetica chiarezza dell’editoriale "L’Italia senza Italia". L’autore parte dalla convinzione che l’Italia non è uno Stato-mafia, ma uno Stato debole che ha mafie. Istituzioni pubbliche e organizzazioni criminali non fanno corpo unico, ma si intrecciano, collaborano, si scontrano. L’Italia, secondo l’autore (che presumo essere Lucio Caracciolo) non rischia per il momento di diventare in un futuro prossimo o lontano uno Stato-mafia, e ciò perché alle varie mafie ciò non conviene. Meglio convivere con istituzioni inefficienti che sostituirvisi. L’editoriale a un certo punto fa un’affermazione molto precisa: "Proprio perché non siamo né uno Stato-mafia, ma neppure uno Stato autorevole, con le mafie trattiamo. Da sempre. In segreto". E continua: ‘Il patto non scritto fra mafia e Stato, benedetto dalla Chiesa, è tramandato dal Regno alla Repubblica. Cosa nostra surroga le istituzioni mentre le soffoca. Una simbiosi micidiale ben resa da Gaspare Pisciotta: ‘Siamo un corpo solo, banditi, Polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo’".

Dal crollo del fascismo ad oggi si possono distinguere, secondo l’editoriale, tre fasi nella storia recente dei rapporti fra lo Stato e la mafia. La prima va dallo sbarco alleato in Sicilia (9 luglio 1943) alla proclamazione dell’ autonomia regionale della Sicilia (15 maggio 1946). In questa fase la mafia (Lucky Luciano), richiesta dagli Stati Uniti, aiuta lo sbarco alleato e la travolgente avanzata, e poi appoggia il separatismo, che però perde di significato con l’inizio della guerra fredda tra Est e Ovest.

La seconda fase (1946-1991) copre i decenni della guerra fredda, durante la quale gli alleati hanno bisogno che la Sicilia partecipi al contenimento del comunismo e dell’URSS. Cosa Nostra accetta: sotto la protezione strategica degli USA si intreccia la convivenza con la Democrazia cristiana, con gli apparati di sicurezza e con i palazzi di giustizia.

La terza fase inizia nel 1991 e si rende evidente nel 92-93: fine dell’URSS, crisi della prima Repubblica e crisi della mafia che perde i suoi punti di riferimento. Infatti non serve più ai suoi protettori italiani e stranieri. Anzi, può ostacolarne i piani.

Dalla seconda metà degli anni Ottanta la mafia comincia a subire colpi durissimi. E’ la stagione dei pentiti, dei maxiprocessi, della cattura di Totò Riina. Rinasce in quel periodo un progetto separatista, che però "evapora quando sulla scena nazionale e regionale appare Forza Italia".

Dal 1994 inizia una nuova stagione di mafia. Dopo le bombe di Milano e Roma (27 luglio 1993) Cosa Nostra sembra ripiegare su se stessa e inaugurare la "pax mafiosa" . La cosiddetta riforma Provenzano vuole riportare la mafia alle origini: soldi e ombra, ridando alla mafia un volto rispettabile all’interno della società.

Ciononostante, secondo "Limes", nello stesso periodo ha inizio una profonda crisi di Cosa Nostra: crisi di vocazioni, crisi economica, culturale e politica, che la rivista analizza acutamente. Cosa Nostra è sempre più struttura di mediazione, piuttosto che soggetto promotore. Si concentra sugli appalti e sui Fondi europei. Inoltre la reggenza di Provenzano sembra volgere al termine: i "pizzini" non possono competere con il computer e l’informatica. Lo Stato italiano potrebbe approfittare di questa situazione per infliggere colpi decisivi a Cosa Nostra, ma troppe sono ancora le "anime morte" nelle istituzioni disposte a nutrire la bulimia parassitaria della mafia. Ne deriva che "nella partita per la sovranità della Sicilia (dove Cosa Nostra ancora domina incontrastata) finora l’Italia ha perso. Sembra così ancora vera la affermazione profetica di Leonardo Sciascia: ‘La Sicilia è una nazione, e la mafia è la sua costituzione, il suo stato invisibile ma concreto dietro l’apparato visibile ma inutile dello Stato, dietro lo schermo illusorio dello Stato italiano’".

La verità è - ma questa è una mia considerazione - che i mezzi tecnici più sofisticati e l’eroismo di pochi non bastano per riprendere e vincere la lotta a Cosa Nostra (che non è invincibile per decreto divino) , ma occorrono la volontà politica e circostanze favorevoli di cui approfittare.

In questo numero di "Limes", oltre all’editoriale sopra citato, c’è un breve saggio del giornalista Pietro Messina che cerca di spiegare alcune delle cause del vasto consenso popolare di cui gode la mafia in Sicilia. Consenso senza del quale la mafia non potrebbe resistere all’attacco determinato dello Stato. Il fatto grave è che questo consenso non è solo popolare, ma penetra in larga parte anche nel mondo della cultura, della politica e delle istituzioni statali.

L'apice della strategia stragista di Totò Riina: l'attentato in via dei Georgofili a Firenze.

Il regista Faenza, autore del film su don Puglisi, ha voluto scoprire che cosa veramente pensassero della mafia i giovani che facevano da comparse nel suo film, e che opinione avessero sulla uccisione di Falcone e Borsellino.

Questa è stata la risposta unanime: "Falcone e Borsellino potevano farsi i fatti loro. Hanno voluto mettere il naso in affari che non li riguardavano". Potevano quei ragazzi pensarla diversamente? - si chiede il giornalista Messina, quando a Palermo si gridava e si grida ancora alla luce del sole "viva la mafia"? Con un flash back nel passato Messina spiega che il consenso e il rispetto per la mafia hanno una storia lunga, e ricorda che uno statista di spessore come Vittorio Emanuele Orlando (capo del Governo nei giorni della vittoria nella prima guerra mondiale) difese apertamente la mafia in Parlamento e alzandosi dal suo scranno disse: "Sono mafioso, sono orgoglioso di esserlo".

Il consenso di cui parliamo ha piani e sfumature diverse. Il suo punto di forza è la convinzione che la mafia è invincibile e che quindi bisogna non prenderla di petto ma mediare, contrattare. Da Vittorio Emanuele Orlando all’attuale ministro Lunardi: "In Sicilia gli imprenditori devono imparare a convivere con la mafia".

Ancora un flash-back nel passato: il cardinal Ruffini negli anni Cinquanta sosteneva pubblicamente che i comunisti avevano inventato la mafia per infangare il buon nome della Sicilia. La stessa tesi che in quel tempo sosteneva in Parlamento il Ministro dell’Interno Mario Scelba.

Un’altra modulazione del consenso, ci ricorda Messina, è la tesi secondo cui esistono due mafie: una buona e l’altra cattiva. La prima rispetta le tradizioni e aiuta lo Stato a fare ciò che dovrebbe fare e non fa. La seconda invece è costituita dalle nuove cosche che non rispettano le tradizioni e tralignano. Il saggio di Messina è illuminante nel ricordare i cento modi diversi per esprimere consenso e simpatia verso la mafia anche da parte di esponenti prestigiosi delle istituzioni. Fra il 1950 e il ‘60 il presidente della Corte di Cassazione, dott. Giuseppe Guido Lo Schiavo, nel commemorare le morte di don Calogero Vizzini, incontrastato re della Mafia, scriveva: "Oggi si fa il nome di un autorevole successore nella carica tenuta da don Calogero Vizzini in seno alla consorteria occulta (sic!). Possa la sua opera essere indirizzata sulla via del rispetto delle leggi dello Stato e del miglioramento della collettività".

Forse si può comprendere meglio come fino a poco tempo fa i mafiosi venivano assolti per insufficienza di prove. "Il sistema - scrive il magistrato Di Lello del pool antimafia - ha le sue ferree regole di solidarietà".