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Volti nella folla

Pitture, fotografie, manifesti e video in una mostra al Castello di Rivoli.

Ci sono delle mostre che scrivono importanti pagine di storia dell’arte. Sono le mostre monografiche, dedicate a un’artista o al massimo ad un movimento, in cui il percorso è quello della cronologia e della filologia, che ben si adattano a periodi chiusi, distanziati nel tempo, lontani da pregiudizi e talvolta dalle mode.

James Ensor, “La mort et les masques” (1927).

Altre mostre s’insinuano invece coi loro caroselli mediatici, presentando a folle eccitate l’ennesimo tema stracotto, le immaginette acquistate poc’anzi a dispense in edicola, che poi sono le stesse delle scatole di cioccolatini, delle presine da cucina o delle chincaglierie kitsch, come il "Copri WC Angelo di Raffaello" da anni in commercio. Van Gogh, Munch, De Chirico, Dalì e soprattutto Monet e soci: ecco i favourites delle orde, spesso presentati con lavori tardi e manierati da consumare distrattamente, visto che il clima (e il caos) è quello della finale di coppa campioni o della gita a Gardaland.

Altre mostre ancora, come "Volti nella Folla" (al Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli, fino al 10 luglio) presentano una terza via, assai sperimentale e di recente intuizione. Si tratta di proporre un tema-concetto, spesso astratto, e di svilupparlo attingendo ora alla scienza, ora alla piscanalisi, ora alla filosofia, ora alla sociologia, ora alla storia e così via. Il tema della folla - e dell’individualità che la costituisce - è in questa bella mostra preso in esame, nelle sue molteplici facce, a partire della modernità. Una folla quindi attuale, che non ha a che fare con le folle antiche, quelle - per dire - delle rappresentazioni religiose, delle più importanti messe, delle fiere e dei mercati d’antica tradizione. Un’idea di folla che nasce col realismo ottocentesco e che viene descritta con un acuto sguardo sulla realtà della vita cittadina. Le metropoli, con le loro luci, i loro luoghi di ritrovo, le loro perdizioni, la loro vita notturna, sono infatti il palcoscenico della folla moderna. E così anche gli impressionisti ritrovano un (ora meritato e contestualizzato) interesse, come primi cantori del pulsare moderno delle città. Non a caso il quadro che idealmente apre la mostra è un’opera di Manet, che presenta un ballo in maschera all’Opéra, leggero e frivolo inno alla mondanità. Balli, ma anche café, come in un’opera di Toulouse-Lautrec, oppure scene notturne, come quelle dipinte da Walter Sickert.

La folla, beninteso, non è sempre sinonimo di vita, di chiassoso divertimento. Ci sono le folle di disperati, come i prigionieri ritratti in un raccolto quanto disperato dolore da Kollwitz, ma anche le folle ove l’individuo e il suo volto non sono che fragili e inebetiti riflessi di morte, come nelle scene di ballo mascherato di Ensor o nelle folle fatte di individui isolati di Kirchner.

La dinamicità delle masse ben si adatta inoltre al primo futurismo, e difatti ritroviamo, oltre ad una "Uscita da teatro" di Carrà, uno dei quadri-simbolo della frenesia della modernità: "La città che sale" di Boccioni (qui esposta in una versione preparatoria), ma è bene ricordare a tal proposito anche un’opera qui assente (non tutto si può avere…), "I funerali dell’anarchico Galli" di Carrà, senz’altro ancora più in tema.

Se molti artisti hanno utilizzato le folle come soggetto per i loro lavori, altri hanno realizzato opere ad esse destinate, con intenti che non possono che essere definiti rivoluzionari e propagandistici. E’ il caso ad esempio delle fotografie di Rodchenko (uno degli artisti sovietici più mediaticamente sperimentali), dei manifesti del suo concittadino Klucis, dei fotomontaggi antinazisti di Heartfiled, nonché degli scatti di Tina Modotti, solidi e fieri ritratti sociali.

A proposito di fotografia, vale la pena sottolineare come questo mezzo sia stato, dalla sua invenzione, il più utilizzato ed immediato per rappresentare la modernità e le sue folle. Ne emergono talvolta spaccati di vita (come negli scatti parigini di Brassaï), talvolta tentativi d’archiviazione sociale (come con Sander, che cercò di "catalogare" il popolo tedesco degli anni Venti per classi sociali e professioni). La frammentazione psicologica dell’individuo che sembra trovare un’indistinta identità solo nella sua addizione ad altri simili è invece al centro di opere come quelle di Bacon, ma anche di Giacometti, Dubuffet, Paolozzi e - per giungere all’arte dell’ultimo decennio - delle sculture di Balkenhol e dei video dell’inglese Gillian Wearing, che si autoritrae mentre infrange le tacite norme comportamentali ballando, per giunta senza musica, in un centro commericiale.

Volti fieri, volti affranti, folle d’individui, folle-greggi… un’analisi a 360° di questo aspetto della modernità non poteva esimersi dall’affrontare le moltitudini che stringono i pugni per il diritto al lavoro. Ecco così le moltitudini contro il precariato, ritratte da Andreas Gursky nella festa del Primo Maggio, oppure la rievocazione di Jeremy Deller di uno scontro tra minatori ed agenti avvenuto nello Yorkshire in era Thatcher.

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