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“Il futuro nelle Alpi”: dai no alla proposta

L’ambientalismo alpino cambia strategia.

L’ambientalismo europeo affronta oggi la sua scalata più impegnativa. Fra non poche resistenze prova il grande salto che superi la tradizionale cultura protezionistica per affrontare in modo propositivo, a tutto campo, i grandi temi dello sviluppo economico e sociale nelle Alpi. Ma tutto è terribilmente difficile, perché, specialmente in Italia, alle associazioni ambientaliste non viene riconosciuto il ruolo di diffusori di cultura, perché vengono emarginate dai tavoli del confronto pubblico, perché si nega loro ogni risorsa economica che permetta una agibilità ed una crescita dei gruppi dirigenti. E la Provincia di Trento, specie con la gestione Dellai, è maestra sublime in questo disegno.

La Marmolada.

L’avvio del nuovo percorso dell’ambientalismo non porta all’abdicazione delle strategie di difesa e conservazione del bene naturale presente sul territorio: in una situazione tanto infelice del quadro politico-amministrativo italiano ed europeo non è possibile avvenga questo. Si tratta invece di avviare nuove strategie di confronto, di implementare la cultura ambientalista e protezionistica con quella amministrativa e sociale.

Questa grande scommessa trova le sue fondamenta nelle risoluzioni di Rio de Janeiro del 1992 ed oggi l’associazionismo alpino che si riconosce nella CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) prova a far divenire pratica giornaliera questo percorso; CIPRA è una associazione comunque non nuova nel promuovere passaggi propositivi, o provocazioni di alto profilo anche istituzionale: si pensi al grande disegno strategico contenuto nella Convenzione delle Alpi.

Il progetto lanciato, "Il Futuro nelle Alpi", avrà una lunga elaborazione, tre anni, si avvarrà del contributo dell’associazionismo ambientalista e di tutte le componenti della società civile che operano sull’arco alpino e passerà attraverso continui momenti di verifica. Già il nome del progetto - "Il Futuro nelle Alpi" - lascia intendere l’abbandono del terreno conservativo, della ormai improponibile difesa dello "status quo", ed uno sguardo rivolto al domani, per rendere possibile un futuro di qualità.

E’ un progetto che prende atto delle grandi differenze ambientali esistenti nelle Alpi, delle diversità socio-economiche del vivere nelle Alpi e di Alpe, del ruolo strategico delle città alpine in un contesto tanto variegato. Per fare questo è necessario raccogliere e poi diffondere il sapere esistente sul territorio, diffondere conoscenze pratiche, promuovere scambi e nuove reti dello sviluppo sostenibile; non ci si addentra quindi nella ricerca di nuovo sapere, ma si andrà a scovare, trovare quanto già è presente.

Il progetto si articola in tre settori:

1. Ricerca e pratica attraverso l’identificazione delle conoscenze.

2. Servizio, per fare in modo che le conoscenze, per essere utilizzabili, vengano diffuse tramite seminari, conferenze, workshop.

3. Gli utenti, per valutare come utilizzare le conoscenze e come superare eventuali lacune.

I tre settori guida troveranno alimento in sei temi:

- Come costruire o implementare valore aggiunto e diffusione della conoscenza.

- Incisività dell’azione sociale nelle città delle Alpi ricostruendo coesione sociale.

- Le aree protette al sevizio della biodiversità e dello sviluppo regionale.

- La mobilità attraverso e nello spazio alpino.

- Nuove forme di processi decisionali dentro situazioni di conflitto o nella prevenzione di queste situazioni; modernizzazione delle forme decisionali.

- Politiche e strumenti, attraverso quali dinamiche, la ricerca, l’attuazione delle decisioni.

Lo Stelvio.

L’associazionismo aveva bisogno urgente di un simile passaggio: ovunque stava sommando, accanto a parziali vittorie, una serie di sconfitte laceranti: in troppe occasioni - si pensi al Trentino - le sconfitte non hanno portato a riflessioni, al ripensare l’agire, il comunicare, il confrontarsi con le istituzioni e il mondo imprenditoriale.

"Futuro nelle Alpi" è un progetto che intende superare i confini fra diversità, che porterà concretezza, che renderà marginale l’aurea romantica ed ideologica ancora tanto dominante nell’ambientalismo. E’ un progetto che dovrebbe offrire un ruolo nuovo alle città inserite nelle vallate alpine, trovare un nuovo modo di essere e fare società, che ricostruisce una identità più matura delle popolazioni alpine. Se affrontato con convinzione, un simile progetto è destinato a cambiare il modo di agire dell’associazionismo ambientalista. Specialmente sul versante italiano la scommessa, lo si è già visto in recenti riunioni, non sarà facile, né probabilmente indolore, nonostante diverse grandi associazioni da tempo abbiano avviato percorsi simili, ma generalmente inseriti in contesti marginali e privi di un grande supporto strategico: iniziative più legate a passaggi tattici e temporanei.

Ma se l’associazionismo ambientalista ha accettato di affrontare una tale complessa prospettiva di lavoro, spetta alle istituzioni avere il coraggio di raccogliere l’opportunità, cambiare metodo, innovare i percorsi della democrazia partecipata, aumentare la capacità e ricettività dell’ascolto.

L’arco alpino italiano, in questo senso, non promette nulla di buono: partendo dalla Valle d’Aosta per passare alla Lombardia, alla nostra regione, fino al Veneto, i segnali che vengono raccolti sono opposti: si decide e si impone, si investe senza strategia, le città divengono distributrici di servizi e grandi dormitori rinunciando alla scommessa dell’innovazione, dell’investimento produttivo, di fare ponte conciliando le diverse esigenze delle vallate con quelle presenti nelle aree urbanizzate. Il reticolo di reti viene semplificato con il potenziamento della grande viabilità, l’investimento tende a favorire la mobilità privata, o ritaglia gli spazi naturali ancora liberi in un’aurea mistico-romantica, angoli di museo aperto da contemplare, non da conoscere e quindi rispetatre.

Il Monte Bianco.

Probabilmente non è stato l’ambientalismo a rendere tanto pregnante e diffusa la lettura romantica della natura, ma la spinta è venuta proprio dalle istituzioni: si identificano i parchi, li si offre come santuari naturali rivolti alle esigenze ricreative dei cittadini e nel frattempo si vanno ad intaccare in modo irreversibile spazi di biodiversità fondamentali presenti nei fondovalle, sulle Prealpi, lungo i corsi d’acqua. Se l’ambientalismo italiano, e ancor più quello trentino, sono rimasti legati alla cultura dell’opposizione, del contrasto puro e semplice di iniziative delle istituzioni, questa responsabilità va ricercata proprio nell’agire dei politici: Dellai impersona in modo straordinariamente efficace questo agire politico, ormai vecchio, arrogante e quindi incapace di nuova e moderna progettualità.

Ma non è solo la politica a mancare di ricettività verso questo nuovo agire ambientalista; anche il mondo associativo imprenditoriale è immobilizzato dal più assoluto egoismo e cerca solo la difesa corporativa degli interessi dei suoi associati.

Il mondo sindacale poi, è totalmente privo di una politica sociale legata ai territori, fermo in una difensiva e miope azione contrattualistica salariale, mentre gli istituti di ricerca, anche se non tutti, rimangono legati al mondo politico rinunciando a prospettive di autonomia autentica, a tessere fondamentali legami con la società civile.

La società civile ora reclama nuove reti, nuove forme di confronto, nuove alleanze necessarie ad affrontare temi complessi e sempre più concreti, propri delle società moderne: la difesa della salute, la formazione scolastica, il risparmio energetico, la qualità dei prodotti, l’innovazione, il recupero di situazioni ambientali che oggi provocano emergenze e disastri (si pensi alla questione idrica e alla grande sete delle pianure, alle inefficienze nel mondo agricolo che portano - è solo un esempio - al degrado e agli allarmi che oggi vive il lago di Garda).

Ora è compito dei soggetti che detengono i poteri fare in modo che questa nuova progettualità dell’ambientalismo alpino trovi agibilità, divenga terreno fertile di proposta.

Il primo passaggio troverà una provocazione forte già in settembre a Briga (Svizzera), dove si parlerà di città e vallate, di innovazione e conservazione, di conflitto o interazione, temi che nell’autunno scorso avevano avuto un primo, più raccolto approccio a Trento e a Grenoble. Il progetto "Futuro nelle Alpi" non cade quindi a sorpresa nella quotidianità dell’azione dell’ambientalismo alpino, ma trova percorsi e proposte ben individuati di recente, ma a ben guardare gli spunti in questo senso, su queste prospettive sono ben radicati già nei manifesti, nella missione che ha formato l’ambientalismo italiano del dopoguerra, partendo da Videsott per arrivare a Franco Pedrotti.