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Dopo-referendum: Ivo Tarolli, feudatario cattolico

Il nuovo integralismo di un democristiano dal pelo lungo.

La nuova invadenza della religione e il debordare del clericalismo è tema reso attuale da diverse recenti vicende, ultimo e più rilevante il referendum. Quanto questo trend, oggi vistoso, sia radicato e robusto, e dove possa portare, è argomento che, già introdotto nel precedente intervento di Rauzi (Dopo-referendum: grande è la confusione sotto il cielo... ), ci ripromettiamo di approfondire. Qui intendiamo esemplificarlo riprendendo un episodio quanto mai significativo.

Il senatore Ivo Tarolli (Udc).

Ci riferiamo a un’intervista al senatore Ivo Tarolli (Udc) apparsa su L’Adige del 15 giugno a commento dell’assemblea annuale della Federazione delle Cooperative.

Premettiamo che non siamo tra gli estimatori di Tarolli: nei dibattiti in cui lo abbiamo coinvolto ha sempre dimostrato la tendenza a uscire dalle difficoltà dialettiche attaccando frontalmente l’interlocutore, tecnica evidentemente appresa nei circoli romani del centro-destra politico/ televisivo, ma sgradita in sede locale, dove un certo bon ton ancora resiste. Nel merito della sua attività politica: per procurarsi un posto al sole in questa legislatura, più che al suo segretario Marco Follini, si è legato al Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, del quale è zelante rappresentante nella maggioranza (un solo dettaglio illuminante: all’anniversario del matrimonio del Governatore, in un paesino del Lazio, il nostro, a proprie spese, ha provveduto al sottofondo musicale, portando da Trento il coro Croz Corona, una trentina di persone debitamente alloggiate in apposito albergo). Un rapporto di tipo feudale, in cui non conta la concreta attività del Potente (in questo caso sciagurata, Fazio è una disgrazia per l’Italia secondo la stragrande maggioranza dei commentatori economici), bensì avere la fortuna di essergli contiguo (e la cosa ha ricadute locali, basti dire che monsignor Bressan, che oltre a vescovo è anche proprietario dell’Isa e quindi operatore finanziario, la sera della morte di Wojtyla non era raccolto in preghiera, bensì a cena con Tarolli, e immaginiamo l’argomento in discussione).

Dunque Tarolli esterna sulla cooperazione. "Smarriti i valori fondanti" è il titolo "Troppo mercato nella cooperazione". E in effetti la relazione del mega-presidente delle coop Diego Schelfi presta il fianco a tale critica: "Questo sottolineare i risultati economici come fossero la chiave di tutto, è eccessivo... questo pragmatismo eletto ad anima del movimento io non lo condivido affatto".

Anche qui ci ripromettiamo di approfondire (vedi articolo successivo, Cooperative: il nodo del potere); però l’obiezione di Tarolli ci pare centrata (a questo proposito vedi su questo numero l’articolo Valle di Non: identità in crisi?). Solo che, quando entra nel concreto, Tarolli lascia di stucco: "Il solidarismo di matrice cattolica va praticato anche oggi e non solo ricordato. Anche se, per la verità, non è stato nemmeno ricordato: non ho sentito citare in nessun passaggio la parola ‘cattolico’, mentre si attesta il movimento su una solidarietà generica".

Appunto. Il fatto è che Schelfi è presidente di un movimento in cui non ci sono solo cattolici; e quindi fa benissimo, anzi è suo precipuo dovere, rivolgersi a tutti i soci. Per fare un esempio, anche la cooperativa editrice di questo giornale fa parte della Federazione, eppure molti di noi non sono cattolici e nessuno prevede di adoperarsi per una particolare, caratteristica "solidarietà cattolica". Eppure il nostro senatore si indigna: se la solidarietà non è cattolica, bensì "solo generica" non vale niente.

Noi pensiamo che il vassallo del Governatore sia più furbo che santo. Se se ne esce con questi concetti, è perché pensa che il momento sia propizio.

Insomma, c’è una certa aria di integralismo. Bisognerà trovare i modi più acconci per impedire che diventi pericolosa.