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QT n. 12, 18 giugno 2005 Servizi

Quelli di don Milani

Trent’anni dopo si ritrovano i ragazzi trentini che s’ispiravano al prete di Barbiana: un sorprendente mosaico di percorsi poltici.

I consigli scolastici nascono sull’onda del ’68. Quel vento aveva annichilito, rattrappiti com’erano, i gruppi giovanili dei partiti politici. Il "movimento" si era diviso con il tempo in tanti rivoli, in polemica aspra tra loro, ma teneva sempre bravamente la scena.E’ una legge approvata dal parlamento nel 1974 (i "decreti delegati") a stabilire, a scuola, le regole per le assemblee, le elezioni, gli organi rappresentativi degli studenti (anche degli insegnanti e dei genitori). "Un tentativo delle istituzioni di ingabbiare il movimento, una bieca manovra dei riformisti", è la sentenza, a sinistra, dei gruppi extraparlamentari, che perciò proclamano l’astensione alle elezioni. Fino ad allora, nelle assemblee e nelle piattaforme di lotta, negli scioperi e nelle bandiere, essi hanno esercitato l’egemonia.

All’Iti "Buonarroti", dove io insegno, parecchi studenti decidono però di partecipare, per misurarsi, oltre che negli slogan e nei cortei, anche in quella prova di democrazia. Due di loro sono ancora iscritti alla Fgci (la Federazione giovanile comunista, cosa distinta dalla… Federazione gioco calcio), e perciò, a organizzarsi, a discutere il programma, a stampare i volantini, il gruppetto si trova nella sede del Pci, e io li aiuto, un poco. Le prime volte partecipa anche uno studente, intelligente e riservato, ma poi ci dice che lui, e i suoi amici, faranno da soli, presenteranno una loro lista. "E’ un cattolico, forse di Comunione e Liberazione", ci informa un ragazzo, saputo, della Fgci.

Le elezioni sono un trionfo. Si vota soltanto di domenica, ma i ragazzi vi partecipano in massa, a Trento, e in Italia. A deporre la scheda nell’urna vengono a scuola anche da paesi lontani, insieme con i genitori. All’Iti la lista di sinistra ottiene tre seggi, uno la lista cattolica, di Giuseppe Perini. Elio Bonfanti, il leader (di Avanguardia Operaia) degli astensionisti attivi, rimane sorpreso, e ne prenderà atto, con intelligenza. Significa che la democrazia, non solo quella nuova, diretta, dell’assemblea, ma anche quella vecchia, rappresentativa, della contrattazione, ha radici profonde, anche fra i giovani. Destinati a scoprirne pregi e difetti, in entrambe, burocratiche ed effervescenti. Quei consigli, però, nati nelle polemiche, stanchi, criticati, sopravvivono ancora, rinnovati ogni anno, fino ai nostri giorni. Dopo la fine di Lotta continua, delle Brigate rosse, della Democrazia cristiana, del Partito comunista italiano.

All’incontro del gruppo "Istanze di base - Lorenzo Milani", Michele Nicoletti (filosofo) ricostruisce il clima di quegli anni, "non facili": "A Trento il nostro gruppo, appena nato, fra gli studenti delle scuole superiori, ottenne 8 seggi su 18, il 40% dei voti." Fra i convenuti per l’anniversario non trovo l’ex-studente Perini, che fu con me, a battagliare, nel primo consiglio dell’Iti. Scrivemmo nel regolamento che i consigli dovevano essere aperti, con diritto di parola, a tutti, studenti, insegnanti, genitori. La discussione, guidata da un genitore (socialista) come Giuseppe Morelli, durò fino a notte inoltrata. Sulla porta premevano eccitate le masse, e la coalizione di "destra" venne sconfitta.

Il successo di quelle elezioni dipese da un particolare. La legge voluta dal governo, nella sua prima stesura, concedeva il voto solo a chi aveva compiuto i sedici anni. Esplose la protesta, e in parlamento le sinistre la fecero modificare: avrebbero votato anche i giovanissimi. Il successo ottenuto diede alla cosa un crisma di serietà democratica.

Dunque il Perini oggi non c’è, o forse non lo riconosco. A Maso Martins vedo Antonio a Beccara (catechista, un padre per quei suoi cuccioli, se fosse possibile doroteo anche nel terzo millennio) sibilare, mentre lo abbraccia, a Silvano Zucal (filosofo, approdato a sinistra, perennemente insoddisfatto): "Com’eri più bello, trent’anni fa!"

Il giovane Giuseppe Perini apparteneva dunque al gruppo Milani, e non a CL, una "compagnia delle opere", oggi sappiamo, ben più potente, e resistente, nel tempo. "Quando è finito quel nostro gruppo?"- si domanda Tarcisio Grandi (che oggi amministra, con altri, un’autostrada). E risponde: "Non lo sappiamo. Forse non è mai finito." E guarda, di traverso alla sala, verso Lorenzo Dellai (dal nome tutto politico, che s’ingegna ad amministrare, quasi da solo, una provincia).

Ma incrocia anche lo sguardo di Giovanni Kessler (magistrato, oggi onorevole, sulla scena del mondo), di Agostino Bitteleri (funzionario pragmatico, capace di organizzare la cena, per tutti), di Alberto Robol (filosofo che regge la Campana dei caduti, da antifascista, ma che allora intratteneva i giovani sul tema della necroscuola). Ci sono anche Alessandro Andreatta che, da assessore, si arrabatta fra tettoie e cortili di case da ampliare ed abbattere; Giorgio Lunelli e Beppe Zorzi, approdati, inattesi, in Provincia. E altri, e altre, nessuno rifluito nel privato a guardarsi in pace la televisione: segno che l’educazione civica ispirata a don Lorenzo ha lasciato il segno. Il "me ne frego" fascista non aveva spazio, all’origine: anticapitalisti, non violenti, tesi all’eguaglianza fondata sul possesso della parola.

"Di sinistra, e cattolici, - sottolinea orgoglioso Toni a Beccara - nei cortei il nostro striscione, seppure fischiato, pretendeva di esserci." Il timore, di quel "padre", era che quei ragazzi si perdessero per le strade della sinistra marxista, materialista, come era successo a Margherita Cagol. Bisognava evitare che la passione, per un mondo da trasformare, si sviasse in luoghi dove non c’era salvezza, dove la fede non era compresa, anzi era derisa.

Del suo partito, la Dc, quel marpione conosceva ogni bruttura (oltre i valori): "Homo homini lupus, democristianus democristiano lupissimus", ripeteva disincantato. E infatti volle che il gruppo degli studenti fosse pre-politico: al partito sarebbero arrivati dopo, forse, cresciuti.

Hanno conosciuto destini (storie) diversi, alla lunga, quei ragazzi del ‘75. C’era Piercesare Moreni, che, da adulto, tenterà di far dialogare, un poco, con la sinistra persino il Patt. E fu rovesciato da Gino Franzinelli, ex segretario della Cgil, e da Carlo Andreotti (che a scuola io ho avuto per compagno di banco). Da ragazzo, il Moreni, quando partecipava alle manifestazioni, dovette scontrarsi (come, per altro, ogni giovane del mondo di allora) con il proprio padre, Severino. Che era il mio sindaco, a Mezzolombardo, e mi confidava le sue preoccupazioni per quel figlio sventato, fra una polemica e l’altra, in consiglio comunale. Io propugnavo il "compromesso storico" fra il Pci e la Dc, e lui mi rispondeva che i comunisti (anch’io, che andavo a messa ogni domenica), erano peggio dei nazisti tedeschi. Per consolarmi, a casa, rileggevo i verbali del Comitato centrale, in cui prestigiosi compagni elogiavano Aldo Moro.

C’era, fra i seguaci del don Milani, persino Agostino Zenatti, che oggi dirige An in Trentino, e polemizza (da sinistra, da destra, da sotto, da sopra?) con Cristano De Eccher, militante della destra più estrema, quella violenta. Costui finirà poi mio collega all’Iti "Buonarroti", ma quando ormai si faticava, per il consiglio (d’istituto), a completare l’unica lista degli insegnanti. Trampolino di lancio, però, per un seggio in consiglio (provinciale): ma allora, penso nei momenti di pessimismo più cupo, De Eccher potrebbe, in Trentino, diventare anche assessore (all’istruzione)?

Alla festa d’anniversario manca anche Maurizio Perego, poi finito in Forza Italia. Invia però un saluto per lettera, acido: io c’ero, scrive, per uno spirito di rivalsa, proprio per far vedere ai comunisti che c’eravamo anche noi, i cattolici.

"Dal ‘don Milani’ è uscita la classe dirigente di numerosi partiti", annota orgoglioso, e indifferente, Tarcisio Grandi. Silvano Zucal non si rassegna: quella "circostanza" giovanile, di fraternità religiosa e politica, doveva essere all’origine della "virtù dell’attenzione" (Simone Weil) Quanto lo "starmi a cuore", l’I care, - si domanda - ci ha poi guidati nella vita di adulti?

Alle relazioni non segue il dibattito, perché è subito sera, cioè ora di cena. Alla romana, 30 euro a testa, da Lorenzo Dellai ad Emanuela Artini. "Se incominciamo in ritardo, come nella commissione urbanistica del mio comune - rimprovera tutti il Bitteleri - poi dobbiamo chiudere in fretta". A tavola vedranno un video della giovinezza, rideranno, e parleranno, liberamente, senza cronisti fra i piedi.

E’ un peccato però che siano assenti quelli finiti un po’ più "lontano": avremmo bisogno di capire il come e il perché, e di riallacciare qualche filo di seta. Anche Maurizio Perego, ricordo, scrisse su Questotrentino (della preistoria) un intervento su don Lorenzo Milani. Un cappellano del Milan, penserà Berlusconi, da visitare, se è malato, la prossima settimana, a Barbiana, come si può fare con Alcide Cervi.

I fili, certo, si spezzano un poco per tutti. Dei tre eletti (gli altri finirono due al centro e tre alla destra), nella lista di sinistra degli insegnanti dell’Iti nel ‘75, uno sono io, che scrivo così.

Noi, della sezione sindacale, perché non siamo usciti dall’urna più forti, bravi come eravamo? Perché non ci avranno capiti i nostri colleghi? Ci interrogammo per un pomeriggio intero, d’autocoscienza, ma adesso è inutile rivangare il passato. Degli altri due amici eletti, uno ha seguito in tutte le sue giravolte politiche l’onorevole Aldo Degaudenz, l’altro, che fu assessore del Pci in un grosso comune, oggi legge Libero, l’opera di Vittorio Feltri, con entusiasmo.

Prima di sedersi a tavola, al Maso Martins, strappa un minuto Paola Cappelletti, un’ospite esterna, ma non inattesa in queste occasioni. Davanti a Dellai cita Oscar Luigi Scalfaro: la Chiesa, fatto il Concilio, non dovrebbe interferire nelle vicende basse della politica, perché sulle elezioni i laici sono impegnati a saperne più dei cardinali.

Alcuni del gruppo Milani ascoltano, altri rumoreggiano infastiditi: sul tema, è noto, invecchiati, sono divisi, fra sì, no, ed astensione. Nel ’75, a scuola, ad astenersi furono (invece) gli estremisti.

E’ nella Bibbia, però, la parola provocatoria per tutti: "In ore infantium et lactentium stat veritas". Per chi ha frequentato l’Iti o il Tambosi, significa: "Sulla bocca degli infanti e dei lattanti sta la verità".

Del referendum oggi sappiamo il risultato, e il mattone che ognuno ha saputo portare.

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