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Biblioteca è…

...un deposito di libri? Un posto dove leggere gratis il giornale? Una struttura che organizza eventi culturali? Le proposte avanzate dai bibliotecari per adeguarsi ai nuovi tempi.

Rodolfo Taiani

Se per strada chiedessimo ai passanti cos’è e di cosa si occupa una biblioteca, probabilmente otterremmo le riposte più inaspettate. Qualcuno la qualificherà come luogo di raccolta e conservazione di speciali oggetti chiamati libri; qualcuno più informato ricorderà magari la possibilità di leggervi il giornale o navigare in Internet; qualcun altro, per paura di sbagliare e di confonderla con una delle numerose altre "…teche" esistenti, preferirà trincerarsi dietro un provvidenziale "non so", lasciando ad altri l’onere di cimentarsi in una definizione credibile e il più possibile corrispondente alla realtà. La stessa domanda, peraltro, rivolta ai frequentatori più abituali, che utilizzano le biblioteche per soddisfare i propri bisogni di svago o di studio, o agli amministratori, che le conoscono se non altro come voci di spesa all’interno dei bilanci, potrebbe offrire risposte forse altrettanto insoddisfacenti.

La biblioteca è luogo pubblico per eccellenza: lo è perché generalmente vi possono accedere tutti liberamente e lo è perché in essa possono trovare espressione le più diverse istanze culturali promosse da una società complessa. Al di là tuttavia di questa mera enunciazione di principio e in considerazione dei risultati dubbi che un’indagine sul territorio potrebbe registrare, affermare che esiste oggi piena e diffusa coscienza di cosa faccia e di come agisca una biblioteca non è certo un dato reale ma solo proiezione di un’aspettativa.

Se a questo si aggiungono poi i segnali sempre più evidenti che sembrerebbero indicare genericamente un ridimensionamento dell’intervento istituzionale a sostegno delle biblioteche e del ruolo fondamentale da esse esercitato in favore delle comunità nelle quali operano, allora il quadro finisce per assumere tinte ancora più fosche.

Si tratta di preoccupazioni che si collegano, per la realtà trentina, al nuovo progetto di legge per il riordino del settore della cultura elaborato dal competente assessore e vicepresidente della Giunta Margherita Cogo e alla reale capacità di questo strumento legislativo di preservare i livelli di eccellenza raggiunti dalle biblioteche trentine. Ma sono anche preoccupazioni legate alla riforma istituzionale che non individua modalità certe su come il trasferimento ai Comuni di maggiori prerogative in tutti gli ambiti possa avvenire anche garantendo la conservazione di sufficienti standard di qualità ed efficienza in relazione alle biblioteche.

Non è raro, infatti, imbattersi in sindaci o assessori alla cultura convinti che la principale se non unica finalità di una biblioteca sia quella di funzionare soprattutto come centro propulsore di attività culturali, dalle rassegne cinematografiche alle sagre, dalle esposizioni ai vari eventi-spettacolo. Con questo non si vuol affermare che le biblioteche, e si parla evidentemente di quelle di pubblica lettura, debbano rinunciare al ruolo di centro nevralgico della comunità, ma forse la crescente confusione di compiti affidati alla responsabilità delle biblioteche e dei suoi operatori è spia di una progressiva negazione della specificità stessa della biblioteca e fanno temere che questa possa infine essere immolata sull’altare della visibilità, dell’attivismo culturale fine a se stesso, dell’effimero rispetto alla concretezza di investimenti strutturali impostati sul lungo periodo.

Qualcuno potrebbe obiettare che un tal genere di preoccupazione implica una pregiudiziale sfiducia nei confronti degli amministratori locali e la volontà di ricondurre tutto sotto il controllo unico della Provincia, a discapito di una sorta di democrazia territoriale, ma non di questo s’intende parlare guardando alle biblioteche. Si tratta semmai di mantenere la rotta su quella logica di sistema che rappresenta le fondamenta dell’edificio delle biblioteche trentine e verso il quale dovrà continuare ad orientarsi anche l’azione futura non trascurando il potenziamento dell’apposito ufficio provinciale.

Di quest’impostazione del problema si trova testimonianza nel documento elaborato dal tavolo di lavoro dei bibliotecari convocato più di un anno fa dall’assessore Cogo e consegnato nella sua stesura definitiva nel luglio del 2004. Da allora, sebbene nessuna risposta ufficiale sia giunta, la Sezione Trentino-Alto Adige dell’Associazione italiana biblioteche non ha cessato di riconoscere in quel documento la propria posizione e un’utile base da cui muovere per sviluppare ulteriori riflessioni. Così è stato, ad esempio, per l’incontro del 9 giugno 2005, tenutosi presso la Facoltà di Sociologia e che ha visto la partecipazione, oltre che di alcuni bibliotecari trentini, di Claudio Gamba, Romano Vecchiet e di Paolo Ghezzi, direttore del giornale l’Adige, in veste di moderatore. In questa sede è stato ribadito l’invito a consolidare quei risultati che hanno portato il Trentino ad essere per alcuni lustri punto di riferimento nazionale, capace di concretizzare, con la rete collettiva del Catalogo bibliografico trentino, un vero diritto alla cultura e realizzando – per quanto riguarda l’accesso all’informazione – un riequilibrio fra i centri maggiori, storicamente più serviti, e le zone periferiche.

E’ evidente l’importanza di queste realizzazioni, in un periodo in cui tornano ad aumentare disuguaglianze sociali che si credevano superate, e torna per le situazioni svantaggiate il rischio di restare tagliate fuori dagli enormi sviluppi del sistema dell’informazione. Le biblioteche possono essere uno dei terminali di base del processo di apprendimento continuo e di diffusione dell’informazione fra i cittadini, con la loro offerta democratica di accesso pubblico alle risorse informative, e con l’assistenza qualificata che possono offrire per questo accesso tramite la figura professionale del bibliotecario, ormai sempre più "esperto nell’accesso alle informazioni" su qualunque supporto.

Perché le biblioteche possano esprimere appieno questa loro funzione bisogna però che la Provincia di Trento continui a svolgere il proprio insostituibile ruolo anche in termini di coordinamento dei servizi e governance del sistema, potenziando il proprio ufficio centrale di riferimento. Questo va messo in grado di continuare ad essere snodo nevralgico dello sviluppo del sistema, efficiente supporto tecnico per gli aspetti sia tecnologici che biblioteconomici, spalla al personale bibliotecario che fa un lavoro "di frontiera", anche nel rapporto con gli enti proprietari delle biblioteche, quando può crearsi qualche incomprensione "particolaristica" sulle ragioni generali del servizio pubblico.

Chiave di volta e garanzia del buon risultato delle biblioteche trentine negli anni settanta, ottanta e novanta è stata una fruttuosa cooperazione fra soggetti diversi. La natura di tale cooperazione dovrebbe tuttavia essere adeguata agli scenari attuali. Infatti, le biblioteche in Trentino sono nate come unità autonome ed autosufficienti, connesse l’una all’altra dal solo progetto catalografico del Catalogo bibliografico trentino. Tale impostazione iniziale è ormai insufficiente. Si crede che sia ormai interesse di tutti sviluppare strumenti collettivi adeguati per la governance del sistema. Ed anche qui la Provincia è chiamata a fare la propria parte, nel momento in cui mette mano alla legge, ponendosi seriamente il problema di dare una "costituzione" unitaria al Sistema bibliotecario trentino, prevedendo anche strumenti di intervento appropriati alla dimensione collettiva dei problemi.

Per questo ordine di problemi gli strumenti finanziari che la Provincia possiede possono essere fondamentali, se adeguatamente usati, per stimolare un riaccorpamento sul territorio dei servizi adeguato alle esigenze effettive, accrescere il complesso di interrelazioni fra tutte le biblioteche e garantire l’adeguato sviluppo del progetto collettivo a beneficio dell’intera utenza del sistema.