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Scienza e umanesimo, un incontro difficile

A proposito di un recente dibattito, e del referendum fallito.

Siamo alla presentazione del "Progetto Memoria per il Trentino", nelle sale del Teatro Sociale. Dopo una giornata di relazioni e dibattiti, fra storici, antropologi, direttori di musei, è il turno di Gianluca Salvatori. Che, ridacchiando, protesta: "Ci deve essere stato un equivoco". Che è come dire, rivolto alla collega responsabile della cultura, Margherita Cogo, "io sono l’assessore all’innovazione e alla ricerca scientifica". Del futuro da costruire, insomma, non del passato da conservare. Voi vi occupate, nei musei, dei morti, degli aratri dei contadini, del tabacco delle operaie, dei cimiteri di guerra. Noi, nei laboratori, dei vivi, di scienza e di tecnica, di industrie e di macchine. Ad ascoltarlo, fra le casematte degli uni e degli altri, il "voi" e il "noi", sembra scavata una trincea, invalicabile.

La separazione, così netta, sulla bocca dell’assessore, funziona ovviamente da artificio retorico, per mettere il dito dentro la piaga. Perché la separazione è il pensiero profondo, la cultura diffusa, della nostra società. E la contrapposizione fra il passato e il futuro, fra il museo e il laboratorio, tende a coincidere con quella fra le discipline umanistiche e le discipline scientifiche. E così, "disciplinato", è la mia impressione, si spartisce spontaneamente anche il pubblico colto trentino (e italiano).

Alla giornata sulla "memoria" partecipano infatti gli umanisti, insegnanti, bibliotecari, operatori dei musei, alcuni assessori comunali alla cultura.

Qualche tempo fa (Questotrentino, n. 9, “Patologie del nostro tempo”), alla serata "La ricerca scientifica in Trentino", anch’essa nelle sale del Teatro Sociale, parteciparono invece, massicciamente, gli scienziati della natura, gli ingegneri, i tecnici dell’Irst, gli operatori economici. E l’assessore Salvatori, in quella occasione, non si trattenne dal lusingare i suoi ascoltatori, ai quali sono affidati il benessere, il Pil, il futuro della società intera.

Come se le patologie, che il "progresso" si cova dentro, non potessero essere oggetto di indagine scientifica anch’esse. Oltre che delle indagini in cui sono specializzate la filosofia, la letteratura, la teologia. I giovani, gli studenti, per quanto posso vedere, sono assenti, sia all’incontro che prepara il futuro, sia a quello che fa memoria del nostro passato.

Ma noi sappiamo, alcuni di noi sanno, che il passato non è solo fame e sofferenza, il fardello di cui liberarsi, e il futuro non è, solo, opulenza e felicità. La storia (le "res gestae") è carica di contraddizioni, ogni passaggio è un guadagno e una perdita. La storia (l’ "historia rerum gestarum") è anch’essa una scienza, seppure particolare, e dà conto delle contraddizioni, come è capace, spesso entrando in conflitto con le memorie a cui sono affezionati i protagonisti. E trasmette nodi irrisolti a chi viene dopo. Nel video della "memoria", oltre il Trentino lontano (della fame e della guerra), che non ci fa nostalgia, è presente infatti anche la modernità (delle centrali e delle ciminiere, della scuola e dei movimenti).

Ma la storia, e tutte le scienze sociali, faticano ad aprirsi una breccia, con le loro domande, umane, nel mondo della scienza (esatta), della tecnica, dell’economia. "A che serve la storia?" - io ho avuto la "fortuna" di sentirmi domandare, per una vita, dai giovani di un Istituto Tecnico Industriale. La fisica, la chimica, la matematica, la biologia, della storia sembrano non avere bisogno: il passato è l’errore già superato, l’arretratezza da abbandonare. Così, tutte, sempre più specialistiche, le discipline sono progredite, nella separazione.

Ma i problemi, modernissimi, non smettono per questo di venirci incontro "in-disciplinati". Umani, trans-disciplinari. E’ forse per questo che noi, anche i più colti, rinchiusi nella nostra specializzazione, di fronte alle domande complesse restiamo senza risposta, e ci asteniamo. Io non so trovare altra spiegazione alla recente, massiccia, astensione alle domande sulla fecondazione tecnicamente assistita. Abbiamo detto: i cittadini sono pigri, distratti, indifferenti. O sono succubi del cardinale Camillo Ruini. Oppure: i partiti, la Rai, i giornali, non hanno parlato abbastanza, e bene.

Io penso che dobbiamo cercare più in profondità. C’è una grande domanda in quel silenzio, in quel tacere di fronte al nascere e al morire che cambiano. E’ la domanda, implicita certo, di una cultura, di una scuola, diverse, da costruire. La grande questione è se dobbiamo, per far funzionare la società, specializzarci in un’unica direzione, o se possiamo svilupparci in più direzioni.

Livio Sparapani, dell’Archivio Diocesano, ha mostrato, in un lampo, come, su quei suoi libroni polverosi, i bambini nati (e anche i morti, ovviamente), nei loro numeri freddi, distribuiti in curve negli anni e nelle stagioni, sappiano parlare della società tutta intera. Delle sue crescite e delle sue crisi. Delle paure e delle speranze.

I musei non ci servono per conservare il passato, ma per costruire il futuro. Mario Isnenghi è (diventato) uno storico dell’"assoluto", dell’oggettivo, contrapposto al "relativo", al soggettivo, della memoria. Daniele Jalla teme il committente (pubblico): che si prefiguri una "cultura di regime", che la "giornata della memoria" ( della Shoah) diventi una "festa degli alberi" a cui tutti partecipano incolonnati.

Io non ho, nella storia, la fede di Isnenghi, e non condivido gli interrogativi intrisi di scetticismo di Jalla. L’oblio, per camminare, può diventare un dovere, non lo considero però come un diritto.

Della scienza, per evitarne i pericoli, non ha senso chiederne il blocco, o rinchiuderla nei recinti di un’etica di parte (cattolica). Né è sufficiente, per coglierne i benefici, avere fede negli scienziati. Siamo arrivati ai confini del nascere e del morire. Per vincere la paura (che non è fievole nemmeno dentro di me), non mi aiuta l’accusa di oscurantismo (medievale) che Margherita Cogo usa contro come una clava contro chi la contraddice. E da Gianluca Salvatori, che pure firma un documento che distingue l’etica dal diritto, la religione dalla politica, la Chiesa dallo Stato, nel dibattito mi aspetterei, sempre, il coraggio nell’interrogare sia gli storici che gli scienziati.

Il passato - sono parole di Walter Benjamin - dobbiamo "scuotercelo di dosso" e "prenderlo in mano". Solo se la scienza e l’umanesimo incominceranno (almeno) a dialogare, e il loro interrogarsi diventerà cultura diffusa, avremo leggi più umane della legge 40 (e non solo).

Quando le domande sono di tale portata, la scure (radicale) di un referendum, calata su una società frazionata in specialismi, o abbandonata all’incultura, si rivela uno strumento incapace di scalfire le menti ed i cuori.