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Un esempio: la ricerca sugli esuli istriani

Come si consideravano e come pensavano di essere percepiti i profughi che al termine della guerra dovettero abbandonare i territori passati alla Jugoslavia?

Elena Tonezzer

Il Museo Storico in Trento ha cominciato ad effettuare interviste videoregistrate nel 1992, all’interno di un quadro metodologico ampio, che aveva visto già da molti anni l’apertura alla storia "dal basso" e alla conservazione di fonti legate alla scrittura popolare, raccolte in un apposito archivio (ASP).

Inizialmente i contatti con i testimoni erano stati soprattutto di carattere personale, animati dalla catena delle conoscenze e solo recentemente hanno preso una forma più strutturata e istituzionale. Le interviste finora realizzate sono 132, ma la gran parte è stata realizzata a partire dal 2000, in un crescendo di interesse scientifico e organizzativo che ha trovato sempre maggiori conferme. A partire dal 2003 sono cominciate ad arrivare al Museo sempre più numerose richieste di aiuto metodologico e organizzativo, non più solo da parte di singoli cittadini consci dell’importanza anche storica delle loro esperienze, ma da parte di associazioni ed enti pubblici.

Nella strutturazione degli incontri si è scelto di avvalersi delle riflessioni teoriche di Giovanni Contini e Alessandro Portelli, preferendo la raccolta di storie di vita alle interviste. Chiedere la storia di vita, cioè la propria vicenda biografica, è uno stratagemma per permettere al testimone di conservare almeno una traccia della storia che è venuto a raccontarci, e garantisce abbastanza bene il mantenimento del punto di vista che era venuto a portarci; porre delle domande precise (magari standardizzate in un questionario) farebbe sì che il testimone possa venire schiacciato dalla logica della ricerca dell’intervistatore.

Nella storia di vita all’intervistato viene data la massima libertà di gestire autonomamente il tempo e lo spazio dedicato ai temi trattati, cercando di lasciare emergere anche il comportamento non verbale (la gestualità, la mimica facciale...), le parole scelte, le priorità nelle argomentazioni, tutti elementi che diventano importanti per l’analisi e la generalizzazione successiva.

Trattandosi principalmente di racconti di esperienze dal forte carattere soggettivo, l’intervista mira soprattutto ad accertare la definizione della situazione operata dal protagonista del racconto.

Dall’autunno del 2002 il Museo ha cominciato a collaborare attivamente con il comitato provinciale dell’Associazione Nazionale Esuli Venezia Giulia e Dalmazia, nella cui direzione si è trovata ampia disponibilità nel fornire contatti e suggerimenti. In particolare la ricerca investiga due aspetti della memoria: quella dell’esilio e quella dell’integrazione nelle nuove realtà sociali ed economiche in cui vennero a trovarsi. Molte famiglie giunsero in Trentino dall’Istria e dalla Dalmazia, ma finora il loro arrivo e il loro inserimento non è stato il focus di apposite ricerche. (…)

La ricerca non considera solo la memoria degli esuli ma, come in un gioco di specchi, anche l’immagine dei trentini che si vede riflessa nei racconti e nei documenti raccolti.

Uno degli aspetti più interessanti delle testimonianze è proprio ciò che riguarda la nuova vita che le persone coinvolte cominciano dopo l’arrivo e di conseguenza la nuova identità che sono costrette a darsi. Per gli esuli il viaggio corrisponde ad una trasformazione anche sociale, per lo più in peggio, a tutti i livelli: l’immagine di se stessi che vedono riflessa negli sguardi dei trentini che li osservano è molto diversa da quella alla quale sono abituati a Pola, a Rovigno o a Pisino. Nella misura in cui una realtà sociale esiste, essa nasce da una percezione reciproca, nel mutuo riflettersi e riconoscersi e quando i riflessi cambiano, o si deformano, le identità si trasformano.

Gli esuli non si riconoscono per niente nell’immagine di sé che vedono riflessa: non vengono per rubare il lavoro o le case, non vengono perché vogliono, arrivano perché non possono rimanere in Istria, a Fiume e in Dalmazia. Ancora oggi lamentano il fatto di non essere compresi per quella che è la loro identità originale dalla loro comunità d’adozione (per riprendere l’espressione di una testimone: "L’Istria è come la mia vera mamma, il Trentino è il mio papà d’adozione").

Per tutti questi motivi, questa raccolta di testimonianze si adatta particolarmente ad una riflessione sulla memoria e sull’uso storiografico delle fonti orali. Il testimone con il linguaggio costruisce i fatti e con la memoria dà senso a questa costruzione. La memoria non è un contenitore, un deposito, tutt’altro. E’ un luogo dove le informazioni continuano a rielaborarsi e trasformarsi, in maniera consapevole e inconsapevole.

Nella storia orale è importante andare oltre il racconto dell’evento (che spesso è già ampiamente documentato e studiato con fonti tradizionali) e capire in che modo ha lavorato la memoria: i ricordi sono dipendenti dai processi storici successivi, e quindi, in realtà, con le fonti orali non si tratta solo, o soltanto, di ricostruire i fatti attraverso il testimone, ma di analizzare anche, e soprattutto, i processi di trasformazione della memoria.

A questo proposito, gli esuli sono particolarmente significativi perché l’isolamento in cui hanno potuto (dovuto) coltivare i ricordi del passato e del trauma del distacco dalle terre di origine, ha fatto sì che i racconti siano piuttosto simili, anche nel lessico utilizzato, quasi che siano giunti a determinare un unico racconto influenzato dalle esperienze reciproche, dalla necessità di difendere le proprie origini, da letture comuni... Una condizione che potrebbe prestarsi alle critiche di chi contesta l’uso delle fonti orali nella ricostruzione storiografica perché soggettive, inattendibili, condizionabili. Proprio l’elemento soggettivo invece, una volta compreso nella sua inevitabilità, dà particolare valore e ricchezza a queste fonti e contribuisce ad aumentare le sfumature con cui lo storico può comprendere momenti storici complessi.


Riduzione redazionale da un saggio pubblicato sulla rivista bolzanina "Geschichte und Region / Storia e regione", 2004, n. 2, pp. 171-174.