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Terrorismo: troppe risposte sbagliate

Prevenire gli attentati è impossibile, prendere gli attentatori serve a poco. Le ragioni e le soluzioni vere, che si stenta ad affrontare...

E’ terrificante, appunto, la prospettiva di dover convivere con il terrorismo. Eppure si va diffondendo una tale rassegnazione. E’ anche vero che ministri e capi di governo con grande fermezza annunciano inflessibili misure repressive. Li prenderanno anche, ma purtroppo servirà a poco. Sono persone così fanatiche che sono disposte a morire, figurarsi quanto li può turbare l’idea della cattura e del processo, anche se regolati da leggi speciali. E poi eliminati dieci, ne rispuntano venti pronti a sostituirli.

Prevenire gli attentati è praticamente impossibile. Li decidono loro in un luogo del vasto mondo scelto calcolando la sorpresa, nel giorno e nell’ora più confacenti ai loro progetti. Le nostre società sono intricate come giungle insidiose e gli obiettivi prescelti non sono prevedibili perché privi di qualsiasi specifica motivazione. I servizi segreti si sono dimostrati impotenti. I paradisi fiscali, ove forse si potrebbe trovare qualche traccia, sono impenetrabili. Gli esperti di terrorismo che ci intrattengono alla televisione ci ammanniscono desolanti banalità. E cresce, assieme al sentimento frustrante di impotenza, la cieca rabbia che assume le cupe tinte della intolleranza generalizzata, della guerra di religione, del conflitto di civiltà. Da Bush che proclama "Vinceremo" a Calderoli che propone di dichiarare lo stato di guerra con la conseguente sospensione dei diritti costituzionali.

Eppure abbiamo sotto gli occhi quali sono i risultati di questa strategia che consiste nel rispondere al terrore con il terrore. L’Irak è ridotto ed essere un paese dilaniato dalla guerra civile con migliaia di morti, assai più irakeni che fra gli eserciti occupanti. Il prezzo del petrolio è più che raddoppiato, con ripercussioni disastrose sull’economia del mondo intero. Le capitali europee sono a rischio di attentati: prima Madrid, poi Londra, poi forse una città italiana. L’odio fra i milioni di mussulmani verso l’occidente cresce in misura esponenziale. Osama Bin Laden e Al Zarquawi, i torvi burattinai del fondamentalismo islamico terrorista, sono introvabili e sostenuti da sempre più numerosi seguaci. Per finire con presidente iraniano super conservatore ed il dramma israelo-palestinese stagnante in un mare di sangue.

Non basta tutto ciò per cominciare a domandarci se forse c’è qualcosa di più profondo all’origine, e se vi è stato e vi è qualcosa di tragicamente sbagliato nel modo con cui si è risposto fino ad oggi al terrorismo?

E’ vero che la spirale del terrore è cominciata l’11 settembre 2001 con il terribile massacro di New York. Ma l’11 settembre non è iniziata la storia.

Prima di allora era latente una contraddizione esplosiva, rappresentata dalle abissali diversità delle condizioni materiali in cui vivevano miliardi di umani del terzo mondo rispetto a quella minore porzione di popoli privilegiati che formano ciò che definiamo l’Occidente. La fine della guerra fredda e l’avvento della tecnologia dell’informazione hanno portato alla ribalta del mondo, il villaggio globale, la consapevolezza di tale contraddizione materiale.

La religione islamica è stata il detonatore di questa contraddizione, e l’ha resa al tempo stesso tragica e criminale. Ma se questa è la ragione profonda del conflitto, è evidente che la sua soluzione non può essere militare o poliziesca. Deve essere politica ed economica. Non facile, perché non esistono soluzioni facili a problemi complessi. Ma l’unica possibile e di lunga lena. Capirlo è pregiudiziale.

Pregiudiziale è anche cominciare a rimediare agli errori compiuti. E’ quasi unanime l’opinione che la guerra in Irak sia stata una follia, per non dire di peggio. Illegale - si dice per usare un eufemismo. Ebbene, la prima cosa da fare per correggere una situazione illegale, è farla cessare.

Pare che inglesi ed americani, e forse anche Berlusconi, comincino a capirlo e stiano escogitando modi, tempi e procedure per uscire da questo costosissimo pantano in cui si sono cacciati.

Più presto ciò accadrà, meglio sarà. Anche perché un tale atto, il ritiro delle truppe di occupazione dall’Irak, è anche la premessa necessaria, anche se probabilmente non sufficiente, per affrontare il problema della genesi del terrorismo su un piano politico ed economico. Su un piano di civiltà, degno delle migliori tradizioni dell’Occidente.