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Gli affreschi della Cappella Scrovegni

La disputa tra le virtù, tra Verità e Giustizia, nella rappresentazione di Giotto, nell'attualità storica, nell'interpretazione di un bel libro d'arte. Chiara Frugoni, Gli affreschi della Cappella Scrovegni a Padova. Einaudi, 2005, pp. 210.

Aumentano coloro che, di fronte a un quadro, non riconoscono più la ragazza che tiene in braccio un bambino, in una stalla, fra un asino e un bue. Non deve scandalizzarci: siamo in una società secolarizzata. Un tempo riconoscevano tutti, spontaneamente, anche Mosè nel profeta che attraversa il Mar Rosso alla testa del popolo ebraico, o Romolo e Remo nei piccoli che succhiano il latte alla lupa. Noi, invece, li abbiamo incontrati a scuola, se l’insegnante ce li leggeva sul libro, e ce ne mostrava l’immagine. Storie che poi ricordavamo, se ce le avevano raccontate dotate di senso. O dimenticavamo, ma allora era una perdita, che ci lasciava più fragili, culturalmente.

Scrive Ernst Gombrich che ogni persona, con una cultura di base, anche senza studi specifici, può capire un dipinto a un primo livello. Lo ho ripetuto infinite volte ai miei studenti, di un istituto tecnico industriale, per motivarli ad apprezzare le pause di storia dell’arte, così "inutili" per la professione. Quando andavamo a Firenze, alla Galleria degli Uffizi, ci fermavamo davanti all’Annunciazione di Simone Martini, e a quella di Leonardo da Vinci: nella prima anche quei giovani vedevano timidezza e umiltà, nella seconda nervosismo e sicurezza. E intuivano che l’incarnazione, di Dio nella storia, assumeva nei due artisti un valore diverso, e ci pensavano, qualunque fosse la scelta religiosa di ognuno.

Chiara Frugoni prende il lettore per mano, e ci spiega, in un linguaggio piano, i riquadri delle storie della vita e della Passione di Cristo, affrescati da Giotto a Padova. Nel medio evo, quando la religione coincideva con la cultura di tutti. Ma può essere utile anche a noi misurarci con quel tempo lontano, diverso, attraverso un pittore che sa maneggiare il pennello con tanta perizia.

Enrico Scrovegni era un nobile potente che, occupandosi di depositi e prestiti, accumulò un’immensa ricchezza. Suo padre, Rinaldo, fu dannato da Dante all’inferno tra gli usurai, a contorcersi come un cane per ripararsi dai tafani e dal fuoco. La cappella, che da Enrico prende il nome, fu eretta a sue spese nel 1304 sul terreno dell’Arena di Padova, e nell’Ottocento rischiò di andare distrutta. Ma i padovani lo impedirono, resistendo contro i nobili Gradenigo, proprietari arroganti e ignoranti.

Così oggi tutti possiamo entrare nella chiesetta (e nel dvd che accompagna il libro), per un’avventura culturale, dopo il recente restauro, affascinante. Impegnativa, ma non difficile, per chi è disponibile a leggere i Vangeli, canonici e apocrifi, e a osservare le figure con attenzione, voluminose e colorate.

Il cavaliere si fa rappresentare nella controfacciata, fra gli eletti del grande Giudizio universale. In ginocchio, offre la cappella, sorretta da un canonico agostiniano, alla Vergine, fiancheggiata da S. Giovanni apostolo e da una santa (probabilmente S.Orsola). Il giovane Scrovegni non ha sensi di colpa, pio mecenate qual è, per aver amato il denaro.

E Dante, che ha condannato suo padre, elogia il pittore, il più grande del suo tempo, che lavora per un tal committente ("ora ha Giotto il grido", scrive nel Purgatorio). Non sarà l’unica domanda, problematica, in cui ci imbatteremo.

L’Annunciazione è affrescata, l’unico dei trentasei eventi che compongono la storia di Cristo, sulla parete dell’arco trionfale, la sede privilegiata. L’arco divide la stanza, separa l’arcangelo Gabriele, a sinistra, da Maria, a destra. Al culmine è rappresentato l’Eterno in trono, al quale si rivolgono quattro grandi figure angeliche vestite di bianco. La Pace e la Misericordia implorano Dio perché perdoni l’umanità condannata per la colpa di Adamo, ma contrarie si dichiarano la Giustizia e la Verità.

Alla disputa, drammatica tra le virtù, mette fine Gesù, che accetta di incarnarsi e immolarsi. Solo a questo punto l’Eterno invia Gabriele sulla terra, per dare avvio alla storia della redenzione, e sciogliere così, finalmente, la contraddizione. Il tempo della Grazia (cristiana) sostituirà, per sempre, il tempo della Legge (ebraica).

Questa è l’interpretazione, sulla scia del Vangelo di Luca (e delle "Meditationes vitae Christi", un’opera anonima del XIII secolo), che Chiara Frugoni ci propone dell’opera. Che ci spinge a riflettere, a distanza di secoli.

Solo a una lettura affrettata, infatti, verità e giustizia, misericordia e pace, appaiono serenamente congiunte, quasi fossero l’una la continuazione, il rafforzamento, dell’altra. In realtà, nelle vicende dei singoli e dell’umanità, quelle virtù tra loro sono in tensione, e rendono la storia degli uomini una tragedia.

Mentre osservo le figure di Giotto leggo il giornale, le pagine che raccontano il conflitto fra israeliani e palestinesi. Lì, in quella terra martoriata, si confrontano, e scontrano, due "verità", due idee di "giustizia", impossibilitate a comporsi in una "pace" che rassicuri entrambi quei popoli. La replica della storia, a duemila anni dalla speranza dell’Annunciazione, è durissima.

David Grossman, e Sari Nusseibeh, da una parte e dall’altra, rappresentano con parole lucide, e commosse, il dolore di quello scontro. La convivenza sembra allontanarsi nelle nebbie dell’utopia. E’ una tragedia, nel senso letterale del termine, perché lì non sono a confronto la ragione e il torto, ma due ragioni.

Alla guerra gli uomini ricorrono non perché sentono insopportabile la pace, ma perché non sopportano l’ingiustizia. E’ per affermare la verità che imbracciano le armi. E la religione interviene a sostegno, se quella terra appare sacra ad entrambi i contendenti.

Ma allora: può la misericordia (la capacità di soffrire il dolore dell’altro) condurci alla pace? Rinunciando, però, alla verità e alla giustizia? Quelle che sentiamo essere la nostra verità e la nostra giustizia. E’ un prezzo sopportabile questo? E’ questo il relativismo che papa Benedetto XVI vorrebbe estirpare dal teatro della storia con un colpo d’accetta?

Giotto lascia drammaticamente separati, a fronteggiarsi, sui due lati dell’arco trionfale (quale trionfo?) l’angelo che s’affaccia dal cielo, e la donna che germoglia dalla terra. Quasi che le domande, nella storia, impegnino l’umanità nella ricerca, ma non possano trovare una risposta definitiva. Quasi che l’incarnazione stessa di Dio (il Messia) sia destinata al fallimento.

Leggiamo allora il Salmo 84, la fonte prima del drammatico affresco: "Misericordia e verità s’incontreranno, / giustizia e pace si baceranno. / La verità germoglierà dalla terra / e la giustizia si affaccerà dal cielo."

La risposta dell’incontrarsi, del "baciarsi" addirittura, è affidata al futuro, al "non ancora" dell’escatologia. Il "già" della storia, il presente, sono abbandonati al rischio umano dell’impegno e della ricerca. Senza garanzia di successo. Quasi che la Legge (l’accordo provvisorio, stentato) sia l’unico argine ai flutti, e la Grazia (l’amore) sia rinviata oltre il tempo. Quasi che, nella storia, di ebraismo abbiamo soprattutto bisogno. E’ senso del limite, non rassegnazione. Sul giornale Grossman e Nusseibeh non si sottraggono alla ricerca, esempi di cultura ebraica e islamica che rinunciano all’assoluto.

E’ paradossale che sia Giotto (intriso di antigiudaismo) a suggerirci la riflessione. Il Salmo 84, però, è letto anche in ogni chiesa la domenica XIX dell’anno liturgico, e si propone come un punto alto del dialogo tra le religioni (e le culture). Ricorda, anche al papa cattolico, che, certo, nella storia non è un idillio la pace, ma anche che l’identità ha bisogno del tarlo del dubbio.

P. S. Perché nella lettura del saggio mi indirizzo, curioso, per primo, al riquadro dell’Annunciazione? Perché è questo l’evento che la mia antologia della letteratura italiana (curata da Guido Armellini e Adriano Colombo) proponeva nell’inserto di storia dell’arte. Ma adesso scopro che quella immagine, discussa per anni con i ragazzi, è l’annunciazione di un angelo a S.Anna. Di Giotto, anch’essa, ma priva della drammaticità che ispira il Salmo 84.

Ringrazio Chiara Frugoni per avermi fatto scoprire l’errore, anche se irrimediabile, ormai, dal punto di vista didattico. E chiedo scusa ai miei studenti per l’ignoranza del loro insegnante.

Non posso però dimenticare come la storica, prestigiosa, del medio evo, si sia accanitamente opposta, nella passata legislatura, alla riforma della scuola che l’Ulivo aveva messo in cantiere (con i ministri Berlinguer e De Mauro). Attenta esclusivamente alle sorti del liceo classico, non seppe vedervi lo sforzo per avvicinare alla cultura (anche all’arte) masse nuove di giovani. Il cambiamento, la fatica, anche il rischio, richiesti dall’arrivo dei "barbari" (lavoratori) le impedirono di cogliere il passo avanti possibile. Anzi: vi vide una catastrofe. L’anno dopo, sappiamo, è arrivata la novità politica di Silvio Berlusconi.

E’ a saggi come questo, oltre tutto, di approfondimento tematico, da innestare su un asse cronologico essenziale, che io penso possibile affidare la conoscenza dell’arte, in una scuola nuova. Che rinuncia all’enciclopedismo, fornisce a tutti le competenze di base, e motiva i cittadini a imparare per tutta la vita.

Scommetto, infine, che anche Armellini e Colombo (bravi: altrimenti non avrei adottato il manuale da loro firmato) hanno frequentato con successo il liceo e l’università della tradizione.