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La biblioteca del Mart in mostra

La rivoluzione/dissacrazione tipografica futurista, attraverso una stimolante esposizione delle ricche raccolte librarie del Mart.

Forse ancor più che nei dipinti, ancor più che nelle parole infuocate dei manifesti, è nei libri che si riesce ad apprezzare al meglio la ‘dissacrazione futurista dell’universo’. Scardinata la cassa dei caratteri del più tradizionale dei tipografi, i futuristi si sono divertiti a sfregiare l’eleganza bodoniana della composizione tipografica, fatta di rapporti, equidistanze, sobria e silenziosa eleganza. I caratteri, fin dalle origini gutenberghiane dotati di una certa valenza estetica, diventano con Marinetti & Co. opera compiuta, roboante motore di ricerca artistica. Una rivoluzione programmata, meditata in strillanti manifesti e poi applicata in libri taglienti, esplosivi e luminosi, come recita il titolo della bella mostra organizzata dalla Biblioteca del Mart ed ospitata dalla Biblioteca Comunale di Trento (fino al 15 ottobre).

Ardengo Soffici, Simultaneità e chimismi lirici. Da “BIF§ZF+18” (sic), 1915.

Il percorso, che meritava senz’altro più ampi e prestigiosi spazi, mostra i tesori delle ricche raccolte librarie del Mart, o meglio, il fior fiore del suo fiore più bello, il deposito del collezionista Paolo Della Grazia. Con al centro il libro futurista, il percorso prende avvio dagli antesignani di questa sovversione tipografica, ovvero Mallarmé e soprattutto Apollinaire, i cui Calligrammes, editi nel 1918 ma risalenti ad anni prima, lucidano di modernità gli antichi technopaegnia, i componimenti rinascimentali in cui il testo è inserito in una griglia che ha la forma dell’oggetto dibattuto nel testo; così il calligramma Il pleut (piove) è scritto su righe discendenti oblique che mimano l’andamento delle pioggia.

Ed eccoci giunti alla rivoluzione tipografica futurista vera e propria, introdotta da alcuni manifesti come L’immaginazione senza fili e le parole in libertà di Marinetti (1913) ed attuata solo qualche anno dopo, dallo stesso Marinetti, con Zang tumb tuuum, deflagrante già nel nome. Da qui in poi è un susseguirsi di fuochi d’artificio tipografici in cui le lettere diventano iconografia della modernità, talvolta con cubitale espressione di potenza, come nel voluminoso quanto impronunciabile BIF§ZF+18 di Ardengo Soffici, talvolta con irriverente gusto fumettistico, come in Rarefazioni e parole in libertà di Corrado Govoni.

Tra i numerosi libri esposti, spesso aperti perché le brossure come uova di Pasqua raramente lasciano supporre la sorpresa (tipografica) interna, un posto di primo piano l’occupa Depero Futurista, del 1927. L’arcinoto imbullonato è qui felicemente esposto sbullonato, ovvero con molte pagine sciolte: un’ottima scelta che permette una più ampia visione di questo capolavoro dell’editoria futurista. Di Depero Futurista è stato poi ricostruita la genesi attraverso le numerose lettere e disegni preparatori scambiati tra l’artista e l’editore, Fedele Azari. Di particolare curiosità una missiva in cui l’editore bacchetta Depero per aver chiesto una tiratura di 2000 copie: tra prenotazioni, clienti abituali, amici, librai e copie stampa Azari preventiva 350 copie e quindi "rimangono 650 copie per l’avvenire e credimi che sono + che sufficienti". Ed in effetti, anche con la tiratura ridotta a 1000 copie, un lustro dopo, nel 1932, sul settimanale Futurismo comparve la singolare pubblicità di un pacco futurista acquistabile direttamente da Depero: per sole 50 lire si poteva acquistare Depero Futurista , il Numero Unico dedicato a Marinetti e il Numero Unico Campari. Per la cronaca, solo l’imbullonato costava all’origine 100 lire…

Due pregiatissime opere esposte sono pure le lito-latte di Tullio d’Albisola, veri e propri libri con le pagine di metallo serigrafato a colori, tra i più rari e preziosi reperti dell’editoria futurista. Qualche mese fa Reggio Emilia ha ospitato un’importante mostra dedicata al libro d’artista. L’importante collezionista, che ci fece da cicerone in tutti quei capolavori esposti, palesò la sua diffidenza nei confronti del libro futurista, giudicando quasi indegna la fresca copia di una litolatta incastonata a metà di un percorso che presentava per lo più grossi volumi illustrati da xilografie e litografie d’artisti del calibro di Renoir, Magritte, Mirò, Leger. Un pregiudizio vittima dell’indefinitezza e della vaghezza del termine "libro d’artista", che mette sulla stessa bilancia multipli pittorici (alcune pagine, a fogli sciolti, erano non a caso appese incorniciate alle pareti), utilizzati come raffinate illustrazioni di testi spesso d’autori classici, con libri nati come opera d’arte a sé, spesso perfino illeggibile.

Il percorso giunge infine agli epigoni delle ricerche tipografiche futuriste, ovvero alle sperimentazioni verbovisuali del secondo dopoguerra. Sperimentazioni dai diversissimi rivoli, che portano ad esiti pop, come nei lavori di Michele Perfetti, oppure a soluzioni new-dada, come nel caso di Franco Vaccari, che assembla frasi, titoli di giornali, e perfino le nuvolette onomatopeiche desunte dai fumetti, fatte di uuhaaagh!, stoc!,e bzzzz. A volte la parola, incapace a farsi immagine, viene perfino cancellata, come nei noti lavori di Emilio Isgrò, oppure è semplicemente assente, come nei libri illeggibili di Munari.

Insomma, una mostra da vedere e da leggere, almeno quando è possibile.

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