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Un dormitorio per gente senza casa

Come la fabbrica della morte, chiusa ma terribilmente inquinata, è stata per 15 anni disumana dimora degli emarginati.

Charlie Barnao

I massicci flussi di immigrati stranieri che hanno interessato il capoluogo trentino negli anni Novanta e, in corrispondenza, la carenza di una adeguata politica degli alloggi a basso costo, hanno fatto sì che negli ultimi anni la ex-fabbrica, la Sloi, divenisse nel linguaggio di strada la casa vecia, la casa abbandonata per eccellenza. Il luogo privilegiato, cioè, in cui gli homeless, per lo più stranieri che al loro arrivo a Trento non riuscivano a individuare adeguate alternative alloggiative, trovavano rifugio e una prima accoglienza in città. A partire dai primi anni Novanta, infatti, alla Sloi hanno abitato centinaia di persone, con una media di 30 presenze giornaliere e con punte di 50-60 presenze per notte.

Sloi: la fabbrica in sfacelo (Foto Piero Cavagna)

La popolazione della Sloi dall’inizio degli anni ’90 ad oggi, pur con dei cambiamenti non indifferenti per quanto riguarda la composizione etnica, è stata per lo più costituita da maschi stranieri adulti, in genere in regola con li permesso di soggiorno. A seconda del periodo, comunque, non sono mancate le presenze di donne (soprattutto con il flusso di europei dell’Est degli ultimi anni ’90) o di famiglie (ad esempio, con le periodiche apparizioni di gruppi rom).

Nonostante questo fenomeno sia stato negli anni documentato in modo approfondito da decine di rapporti ufficiali delle forze dell’ordine, numerose inchieste giornalistiche e alcuni lavori scientifici sul tema della vita di strada a Trento, l’amministrazione comunale ha ignorato e addirittura negato costantemente l’esistenza del problema Sloi-dormitorio.

E’ noto che gli amministratori locali, soprattutto quelli poco illuminati, sono tendenzialmente propensi a nascondere, nei territori di loro competenza, problemi scottanti e difficili da affrontare come quelli legati alle persone che vivono per strada. Accade così che le persone di strada vengano spesso relegate a vivere e confinate il più possibile in zone del territorio che siano lontane dai centri delle città, specie se ricchi e ben curati come è il caso di Trento. L’aggravante nel caso della Sloi è che la zona scelta per ghettizzare queste persone è anche, notoriamente, una delle aree più inquinate d’Europa.

L’atteggiamento ipocrita e irresponsabile dei nostri amministratori locali ha così permesso che per tredici anni famiglie, bambini, donne, anziani, uomini che lavoravano, o tentavano di lavorare regolarmente, continuassero a vivere e a dormire in condizioni disumane, inconsapevoli, oltre tutto, dei drammatici rischi che in tal modo la loro salute correva.

Emerge così una sconcertante quanto drammatica continuità con il passato: così come è accaduto per gli operai della Sloi, gli immigrati costretti ad abitare alla casa vecia sono persone il cui diritto alla salute è stato negato, calpestato, annientato dall’atteggiamento ipocrita e irresponsabile delle istituzioni.