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Chiesa e democrazia: un rapporto difficile

Non si chiede alla religione di rinunciare alla propria verità; ma tutti, nello Stato, a prescindere dal loro credo, devono riconoscere la propria casa.

"Vogliamo esserne i padroni in prima persona e da soli. Vogliamo possedere il mondo e la nostra stessa vita in modo illimitato. Dio ci è d’intralcio. O si fa di Lui una semplice frase devota o Egli viene negato del tutto, bandito dalla vita pubblica, così da perdere ogni significato. La tolleranza, che ammette per così dire Dio come opinione privata, ma gli rifiuta il dominio pubblico, la realtà del mondo e della nostra vita, non è tolleranza ma ipocrisia… Ma la minaccia di giudizio riguarda anche noi, la Chiesa in Europa, l’Europa e l’Occidente in generale… Anche a noi può essere tolta la luce…".

Sant'Agostino.

Queste parole, pronunciate il 2 ottobre da papa Benedetto XVI all’apertura del sinodo dei vescovi, testimoniano non solo la visione del Pontefice sulla situazione odierna dell’umanità, ma anche danno un’immagine di come tutta la Chiesa cattolica, soprattutto nella sua gerarchia, percepisce questo delicato momento storico. Papa Ratzinger, noto per la sua ammirazione della figura e della teologia di Sant’Agostino, sembra rivivere la stessa situazione storica del vescovo d’Ippona. Nella crisi del mondo tardo antico, quando l’impero romano era ormai in disgregazione, i barbari si avvicinavano minacciosi (il sacco di Roma del 410 segna una data emblematica), e tutto sembrava in decadenza, Agostino annunciava una dimensione politica della Chiesa, luce in un mondo di tenebra, in cui la massa degli uomini era in preda del peccato e del male.

Oggi la diagnosi Di Benedetto XVI è simile, angosciosa e pessimistica: la società cosiddetta democratica caccia Dio in una dimensione intimistica, va contro la legge naturale, distrugge la dignità umana, modifica irreparabilmente istituti come la famiglia, scardina ogni possibile convivenza civile. Dall’aborto ai Pacs, dalla fecondazione assistita al matrimonio degli omosessuali, dalla perdita di identità dell’Europa alla scristianizzazione, l’occidente in declino si avvia alla catastrofe.

Invero il Papa non si limita a guardare l’Europa: bisogna ricordare le invettive contro "l’idolatria del denaro, del potere e del successo", i continui appelli per la pace, l’attenzione per le guerre dimenticate e per l’emergenze umanitarie, i richiami "ecologici" per la tutela dell’ambiente, gli inviti a una maggiore giustizia sociale nei paesi del sud del mondo, dove migliaia di missionari e sacerdoti operano per quelle popolazioni sovente in perfetta solitudine.

Tuttavia queste tematiche, presenti nella vita della Chiesa, sembrano finire sempre di più in secondo piano, sia perché i mezzi di comunicazione insistono su altri aspetti, sia perché Benedetto XVI, fin dal nome scelto che ricorda quello del santo patrono d’Europa, sembra concepire una missione politica, teologica e filosofica, incentrata sul vecchio continente giudicato alla deriva. Occorre comprendere bene questa premessa per capire il clima generale e le singole scelte concrete.

Non bisogna meravigliarsi troppo dei toni profetici e apocalittici del Papa (ma che lontananza dalla critica ai "profeti di sventure" pronunciati da Giovanni XXIII in apertura del Vaticano II!), poiché è doveroso che un pontefice richiami i cattolici alla retta dottrina, e faccia appelli al mondo conscio della specifica missione alla quale è chiamato.

Ciò che desta più di una perplessità è il fatto che la Chiesa, in una situazione di crisi, ormai appare decisa a supplire alla politica per salvare il salvabile.

Ma ci sono problemi ulteriori. Se infatti la Chiesa si rapportasse criticamente allo Stato in un regime di netta separazione, standosene in parole povere alla larga dai palazzi e da quello stesso potere che giudica così negativamente, se manifestasse maggiormente la povertà e l’umiltà, avrebbe certamente più forza e più autorità per parlare di Dio, di morale, e di tutte le altre situazioni che le stanno a cuore.

Invece no. Se il Papa la mattina parla di Dio dall’altare, la sera potenti cardinali, nei posti più impensati (presso ricevimenti per gli ambasciatori, a bordo di aerei noleggiati per raggiungere feste di nozze, oppure direttamente in qualche luogo della politica) ammiccano a potenti uomini pubblici, chiedono al governo soldi per le scuole private, visibilità sui mezzi televisivi, leggi per tutelare i valori che più contano per la Chiesa. Tutto ovviamente in favore dell’uomo, della società, ad maiorem Dei gloriam. E questo, per un credente, non è davvero un bello spettacolo.

Ma se è certamente vero che esponenti della curia romana si comportano né più né meno che come politici, sarebbe sbagliato dipingere il Vaticano come un organismo assetato di denaro o di potere. La realtà è più articolata, più profonda e forse anche più preoccupante.

Ci aiuta su questo punto un’analisi che Gian Enrico Rusconi ha svolto a Trento il 6 ottobre in una conferenza organizzata dall’Istituto italo-germanico, di cui è il presidente, sul tema dei rapporti tra religione e Stato laico.

Rusconi parte dall’idea che l’Occidente è entrato in una fase post-secolare in cui la religione, eliminata dalla sfera politica dopo l’Illuminismo, ritorna ad avere un ruolo importante nella società e nella costruzione dello Stato. Qualcuno potrebbe dissentire da questa ricostruzione, ma è innegabile che di fronte a scelte etiche inedite (determinate dal progresso delle biotecnologie), di fronte alla globalizzazione che aumenta la pluralità ma anche la conflittualità delle diverse identità, la ragione laica si trova in difficoltà. Ma la posta in gioco, osserva Rusconi, è altissima: si tratta di ridefinire un’etica pubblica, e riconsiderare il ruolo delle chiese, capire se lo Stato sia autosufficiente, possegga cioè in se stesso i presupposti pre-politici della propria esistenza.

La Chiesa cattolica, dopo aver accettato la democrazia, non considera lo Stato come realtà autonoma: sui fondamenti lo Stato ha bisogno di appoggiarsi ad altri valori che da solo non può darsi. Sullo sfondo c’è una visione secondo cui la ragione non è autosufficiente, è un’ancella della verità che viene dalla fede, è sempre giudicata da Dio.

Un credente, un cattolico non può che pensare questo, ma chi deve guidare la cosa pubblica ha il dovere di rappresentare i cittadini: credenti, non credenti e diversamente credenti (termine su cui Rusconi ha insistito molto, perché nel dibattito spesso ci si dimentica della pluralità delle fedi religiose anche in Italia) e quindi fare le leggi per la tutela di tutti. Se un cattolico che si impegna in politica non può fare questo per motivi religiosi, è meglio che rinunci alla politica.

Quante volte, aggiungiamo noi, si è sentito dire in questi mesi, in occasione del referendum, che la vita non può essere messa ai voti, che una maggioranza parlamentare non ha il diritto di "scardinare" la famiglia come ha fatto il governo Zapatero, che i valori "naturali"e "razionali" (stranamente appannaggio solo del magistero ecclesiastico) non possono essere sacrificati a causa dei "capricci" mascherati da presunti diritti.

Superando la banalizzazione del problema, emerge la differenza fondamentale che continua a dividere l’ortodossia cattolica dal mondo laico, anche di quello più attento alle ragioni della Chiesa e delle religioni in generale. Filosofi e pensatori politici laici, da Habermas a Rawls, cercano di superare in qualche maniera il paradigma "libera chiesa in libero Stato" elaborando un modello alternativo in cui le chiese aiutino a costruire una nuova etica pubblica. Lo Stato è neutrale e non pretende più l’esclusività, ma le chiese e le organizzazioni a stampo religioso devono accettare il gioco democratico, il pluralismo della verità, il non monopolio dell’etica. Le religioni non devono rinunciare alla propria verità, ma sapere che nello Stato tutti, a prescindere dal loro credo, devono riconoscere la propria casa.

La Chiesa cattolica riuscirà a fare questo?

Sembra proprio di no.