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Si può stare insieme

Dal successo delle primarie, una spinta verso l’obiettivo di un solo partito del centro sinistra.

Partito unico è un’ossimoro. Cioè una locuzione che contiene una contraddizione. Se è partito, cioè una parte, non può essere unico, cioè il tutto. Tali erano i partiti delle dittature: il nazionale fascista, il nazionalsocialista, il bolscevico. Nelle democrazie il partito non sopporta questa contraddizione e deve essere ricondotto alla sua essenziale parzialità. Semmai subisce una degenerazione in senso opposto. Può diventare troppo particolare, una particella, un partitello associato a numerosi suoi simili, veicoli di voci che formano un coro disarmonico, una democrazia cacofonica. E’ il caso di questa nostra amatissima Italia.

E’ dunque comprensibile che, nel momento in cui la maggioranza di destra ci impone una legge elettorale che avrà il solo effetto di fomentare il pullulare di gruppuscoli partitici, venga dalla base popolare una forte esortazione ad invertire la rotta per costruire un grande partito unico del centro sinistra. Questo è il monito perentorio del voto espresso domenica 16 ottobre da oltre 4 milioni di elettori che spontaneamente hanno partecipato alle primarie tributando un eloquente consenso a Romano Prodi.

Nessuno se l’aspettava. Lo sforzo organizzativo è stato ragguardevole, ma artigianale. Diffuso, capillare, ma al confronto con le attrezzature delle consultazioni pubbliche decisamente rabberciato. Era inevitabile, dato il carattere non statuale dell’iniziativa. L’informazione assai stentata, a causa del sistematico boicottaggio delle televisioni. Anche la foga competitiva fra i candidati piuttosto simulata che reale, posto che la vittoria di Prodi era scontata. Insomma, c’erano tutte le premesse per un risultato meschinello, ed infatti le previsioni dei promotori erano assai prudenti.

Ed invece l’afflusso ordinato, paziente, libero delle elettrici e degli elettori è stato imponente. E’ durato tutto il giorno, alimentato da persone spesso inattese, tutte consapevoli e persino liete di mettere in piazza la loro scelta. Infatti era segreto il voto al candidato, ma non il voto all’Unione. Non il voto contro Berlusconi. Ma anche il voto segreto, l’alta percentuale conseguita da Prodi, ha testimoniato una irresistibile confluenza sulla persona che simboleggia la vocazione unitaria del movimento.

E’ tornato dunque attuale, sotto questa imperiosa spinta dal basso, l’obiettivo del partito unico del centro sinistra. Ma è un obiettivo o un miraggio? La via per raggiungerlo non è piana. Anzi, è piuttosto accidentata. Alcuni ostacoli sembrano ardui, ma la loro consistenza è friabile. Il nome: democratico o socialdemocratico? Per Margherita e Democratici di Sinistra non dovrebbe essere un problema. In fondo anche i DS già si chiamano "democratici". Vero è che i due termini evocano tradizioni diverse. Ma le tradizioni vitali sono destinate sempre ad essere superate dal loro sviluppo. Così l’affiliazione dei DS al PSE non dovrebbe essere un ostacolo insuperabile, posto che la Margherita non può decentemente restare nel PPE, chiaramente di destra. Semmai il problema è che senso abbia restare in un PSE assolutamente inesistente ed incapace di produrre una visibile azione politica.

Più difficile si prospetta la confluenza nel partito unico di quei partiti di tradizione comunista che mantengono nella loro denominazione tale parola. Ma rispetto ad essi, ed anche per DS e Margherita, più duri sono gli ostacoli di programma, di contenuti, di azione di governo.

Cosa significa governare da sinistra il mondo di oggi? Chiediamolo a Pacher alle prese con l’inceneritore, o a Cofferati impantanato con i problemi dell’ordine e della legalità!

Eppure nella nostra Costituzione, nella sua parte generale, vi sono in nuce i principi suscettibili di essere assunti come base di un moderno programma di governo di un centro sinistra unificato.

Il ripudio della guerra come mezzo per risolvere i problemi internazionali e la fiducia in organizzazioni internazionali, un governo mondiale tendenzialmente democratico per affrontare i problemi politici ed economici del villaggio globale, sono i capisaldi di una politica estera non solo diplomatica di un governo progressista. La cultura, scuola compresa, la tutela della salute, l’assistenza e la previdenza sono i settori riservati alla mano pubblica, l’unica che può garantire eguaglianza di trattamento. L’impresa, sia pure in un’economia di mercato, non può sottrarsi alla sua funzione sociale che è quella di valorizzare il lavoro come fonte principale della ricchezza. Il principio di legalità, garanzia della libertà e della sicurezza per tutti, il cui rispetto non può però essere preteso solo dai poveracci. I limiti allo sfruttamento dell’ambiente, condizione per la salvezza del nostra habitat, possono comportare il contenimento del dilagante consumismo e la scelta di una virtuosa sobrietà.

Attorno a questi ideali, attorno a Romano Prodi, non dovrebbe essere impossibile costruire un orgoglioso centro sinistra unito. Non solo per licenziare Berlusconi.