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Il capolavoro del ministro Castelli

A proposito della riforma dell’ordinamento giudiziario.

Il 25 luglio di quest’ anno il Parlamento ha approvato una legge con cui dà mandato al Governo di emanare decreti legislativi per la riforma dell’ordinamento giudiziario: legge delega 25 luglio 2005 n° 150, che è composta di 48 articoli, con numerosissimi commi, contenenti le linee guida cui il Governo dovrà attenersi nell’attuare la riforma e per emanare un Testo Unico.

La legge è entrata formalmente in vigore, ma per essere realmente applicata ha bisogno che il Governo emani ben 14 decreti attuativi entro il termine della legislatura. Preciso che l’attuale ordinamento giudiziario risale al 1941 (periodo fascista), anche se poi è stato modificato in senso costituzionale da numerosi interventi legislativi e dal Consiglio Superiore della Magistratura prima e dopo l’entrata in vigore della Costituzione. Dal 1941 sono passati 64 anni, ed era quindi ora di riformare l’ordinamento giudiziario. Non però nel senso voluto dalla maggioranza parlamentare e dal Governo, ma piuttosto nella direzione contraria.

A me preme chiarire un equivoco. La maggior parte dei giornali, la radio e la televisione hanno confuso la riforma dell’ordinamento giudiziario con la "riforma della giustizia". Ciò ha creato la convinzione in molti strati della popolazione che con la nuova legge delega si avrà finalmente una giustizia efficiente, veloce, più giusta. Questa convinzione è assolutamente infondata. La nostra giustizia è alla paralisi, senza mezzi, con un organico di personale (giudici e ausiliari) insufficiente, umiliata da leggi inique, da leggi ad personam fatte apposta per salvare dal carcere alcuni notissimi manigoldi, insidiata nella sua indipendenza. Col nuovo ordinamento giudiziario la situazione peggiorerà.

Quella che si chiama "giustizia" è un complesso di elementi che vanno dalla Costituzione ai Codici nei settori civile, penale e amministrativo (per nominare i principali), alle leggi ordinarie fatte dal Parlamento, al lavoro dei giudici e dei cancellieri nei vari gradi di giudizio, dal giudice di pace alla Cassazione, e infine alla Corte Costituzionale, il cui compito è di vigilare sulla costituzionalità delle leggi.

I cardini della "giustizia" sono:

1) l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (la legge è uguale per tutti);

2) l’indipendenza della magistratura (i giudici sono soggetti solo alla legge);

3) l’obbligatorietà dell’azione penale;

4) giudice terzo e imparziale, contraddittorio, prove formate di fronte al giudice.

Molti siluri sono stati lanciati durante l’ultima legislatura dalla maggioranza parlamentare e dal Governo Berlusconi contro i quattro pilastri cui ho fatto cenno. Basti pensare alla legge salva Previti, a quella dell’immunità per Berlusconi, alla depenalizzazione del falso in bilancio, alla diminuzione della prescrizione, agli attacchi contro il CSM, al tentativo di abolire o attenuare il 41 bis per i mafiosi, alle leggi barbare contro gli immigrati, al conflitto di interesse, alla mancanza di pluralismo interno nelle televisioni di Berlusconi e nella RaiTv. Si può dire, senza tema di essere smentiti, che oggi la legge è meno uguale per tutti e che i cittadini sono meno uguali di fronte alla legge, e che a causa delle innovazioni portate nel Codice di procedura penale gli imputati ricchi e potenti sono in grado di difendersi contro il processo, anziché nel processo. Il nuovo ordinamento giudiziario aggraverà la situazione, perché tende a portare la Magistratura sotto il controllo dell’Esecutivo, cioè del Governo, limitando ancor più l’indipendenza dei Giudici e l’eguaglianza dei cittadini.

Una delle caratteristiche fondamentali delle democrazie moderne è la divisione e l’equilibrio dei tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Guai se uno prevale sugli altri (nel nostro caso l’esecutivo) perché la democrazia comincia a morire.

L’ordinamento giudiziario è un elemento importante nel complesso mondo della Giustizia. Esso riguarda l’organizzazione della magistratura, i concorsi, la carriera, i poteri dei singoli giudici, la loro preparazione, la struttura degli uffici, l’autorità dei capi degli uffici, il ruolo del CSM, quale organo di auto governo della magistratura.

Noi avevamo bisogno di un ordinamento nuovo, ispirato alla Costituzione che, ferma restando l’indipendenza dei giudici, ne aumentasse l’efficienza, contribuisse alla brevità dei processi e al funzionamento della giustizia.

La maggioranza berlusconiana ha fatto tutto il contrario. Il presidente dell’Associazione magistrati ha scritto che si tratta di una restaurazione, di una contro-riforma che ricalca l’ordinamento giudiziario del 1941, riproducendo la rigida militarizzazione degli uffici, specie del PM, con i magistrati dipendenti dal "capo" dell’ufficio; riproponendo il sistema dei concorsi e degli esami per l’avanzamento in carriera; affidando alla Corte di Cassazione un ruolo determinante nelle Commissioni di concorso e nella scuola di formazione; consentendo l’interferenza del Ministro della giustizia nel sistema di autogoverno della Magistratura; non rispettando i rilievi di incostituzionalità del Presidente della Repubblica contenuti nel messaggio di rinvio della legge al Parlamento per una nuova stesura.

Il titolo del suo articolo, contenuto in "Diritto e Giustizia" del 6 agosto scorso è il seguente: "Giustizia più moderna? Operazione fallita. Riforma fragile. Crollerà alla prova dei fatti".

Il dott. Carlo Guarnieri, su Il Sole 24 Ore del 13 agosto scrive : "L’obbiettivo della riforma sembra essere quello di ristabilire i controlli di professionalità di tipo burocratico, incentrati su concorsi interni, gestiti dai giudici di grado più elevato, nel nostro caso quelli della Corte di Cassazione".

Il fine sembra quello di ridurre il giudice a semplice "bocca della legge", vietandogli ogni interpretazione circa la sua applicazione al caso concreto. In sostanza i meccanismi di valutazione che la riforma vuole mettere in piedi non saranno in grado di garantire magistrati professionalmente più capaci, e rischiano di allungare i tempi di assegnazione del personale giudiziario agli uffici, con ricadute negative sul funzionamento della macchina giudiziaria. Il che significa processi più lenti, intasamento maggiore.

Il presidente dell’ordine dei giornalisti, Franco Abruzzo scrive sulla medesima rivista: "Questa riforma, per quanto riguarda i giornalisti, è in netto e radicale contrasto con l’art. 21 della Costituzione, che disegna una professione giornalistica libera, non soggetta ad autorizzazioni e censure".

Con la militarizzazione delle Procure e l’accentramento di ogni potere, anche di informazione nei confronti della stampa e delle televisioni, nelle mani del Capo, i giornalisti avranno la bocca tappata. "La visione del legislatore è quella del generalissimo Cadorna durante la prima guerra mondiale: i giornali erano obbligati a pubblicare soltanto i bollettini del Comando Supremo; potevano però scrivere articoli ‘di colore’ sulla guerra. I giornali, per quanto riguarda indagini e processi, saranno costretti a pubblicare soltanto ciò che comunica loro il Procuratore Capo, novello Cadorna. In Senato c’è un progetto di legge in base al quale il giornalista recidivo verrà automaticamente sospeso dalla professione da uno a sei mesi. Il giornalista così rischierà anche il posto di lavoro. Mi viene in mente la risposta che diede il Cancelliere Bismarck a chi gli chiedeva cosa ne pensasse della libertà di stampa: ‘Anch’io voglio la libertà di stampa - rispose Bismarck - a patto di poter alzare una forca fuori la porta di ogni ufficio giornalistico per impiccarvi tutti i giornalisti’".