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Disabile: tutto il giorno, tutti i giorni

In Piazza Duomo la splendida mostra fotografica di Piero Cavagna sulla disabilità.

Una piazza Duomo insolita, agrodolce, con una mostra all’aperto sull’handicap ("Tutto il giorno, tutti i giorni"), che sorprende e commuove, perché ritrae una disabilità fatta di conquiste eroiche e che tocca nel profondo la sensibilità di ciascuno. Diversità che non è sbattuta in faccia per choccare e raccogliere fondi… anzi, sembra strano non faccia capolino, da dietro un pannello, qualche associazione, abituati come siamo ad iniziative lodevoli ma ormai inflazionate: arance per la ricerca sul cancro, uova al cioccolato per la leucemia, un’azalea per la vita... e poi ci sono i malati di AIDS, gli ex tossici, i diabetici … Tanti, troppi, alla fine si fa il giro largo per evitare imbarazzi.

Un’esposizione che fa riflettere perché le foto documentano una quotidianità fatta di piccoli e banali gesti, che una persona sana ripete automaticamente, e che costano anni di disciplina e sforzi eroici ai disabili; azioni ovvie come accendere la radio, farsi un caffè o una doccia, camminare, partecipare ad un’assemblea, diventano imprese titaniche. Movimenti compiuti con lentezza sovrumana, stridente in una società iperattiva, e faticosi esercizi di coordinamento che consentono ad Antonella di superare sei scalini in sei minuti, a Domenico - dopo averci provato per due anni - di raccogliere una palla da terra senza cadere, a Graziella di passare dalla carrozzina al letto con esercizi da contorsionista, in soli tre minuti.

Ogni foto è il riassunto di una vita matrigna, riacciuffata per la collottola come nel caso di Enzo, paralizzato dopo un tuffo in piscina e che vive, da 40 anni, sempre in un letto, ma che ha trovato la forza di riprendersi usando non più i muscoli ma il cervello; adesso è un fiero assessore comunale che partecipa alle riunioni del Consiglio steso sul suo letto e con occhiali a periscopio.

Giuliano, non vedente, spicca un salto liberatorio ed ironico con l’intento di dire: "Eccoci, siamo qua, i diversi, i non abili, gli handicappati, quelli che dalla società hanno ricevuto una delega a soffrire anche per voi, rappresentando un dolore cosmico".

Sono immagini raccolte anche in un libro, che si trova in libreria (da segnalare la toccante presentazione di Ferdinando Scianna, guru italiano della fotografia), e scattate con occhio, mente e cuore da Piero Cavagna, fotografo illuminato, capace di affrontare un tema delicato e drammatico senza mai cadere nel pietismo, ma con l’intento di lanciare una provocazione che restituisca dignità, visibilità e attenzione ai diversi, qui colti nella loro normalità, in momenti intimi e spesso gioiosi, perché dal loro coraggio tutti possano imparare qualcosa.

Piero Cavagna ci racconta che siè "immerso per tre anni nella vita quotidiana e difficile di queste persone, perché la conoscenza è indispensabile per fermare immagini che siano sincere, per capire il problema di ognuno di loro e sintetizzarlo in uno scatto. Un viaggio alla fine del quale il vero diverso ero io".

Una mostra trova la sua ambientazione naturale in un museo, perché questa scelta?

"La scelta di un percorso, che taglia in diagonale Piazza Duomo, è stata un modo per andare incontro alla gente, partendo dal presupposto che molti non sarebbero mai entrati in un museo. Qui la gente passa, si ferma e guarda, oppure sceglie di non vedere e cambia percorso. La preferenza per Piazza Duomo è stata anche una provocazione per un suo diverso utilizzo, un’alternativa alle solite manifestazioni turistiche".

Un lavoro coraggioso che lancia un messaggio forte, com’è stato accolto dalle istituzioni?

"Ha convinto subito e non abbiamo trovato resistenze a realizzare la mostra in Piazza Duomo. Lucia Maestri, assessore alla Cultura del Comune, ha detto che abbiamo fatto più noi per l’utilizzo della piazza che cinque anni di dibattiti. Gli sponsor hanno aderito con convinzione, la Metalsistem in particolare, che ha realizzato anche l’allestimento con grande sensibilità. E’ una mostra che rimarrà al Comune di Trento e sarà riutilizzata, potrà essere occasione di dibattito nelle scuole, nei centri sociali".

La stampa ti ha giustamente tributato riconoscimenti e onori, ma i disabili che reazione hanno avuto?

"La frase più gratificante mi è stata detta proprio da un disabile: ‘Piero, hai toccato un tasto dolente, senza farci male’".

Questo viaggio senza filtri di Piero Cavagna, che sarà esposto fino al 13 novembre, "si rivolge specialmente ai bambini (le foto hanno colori vivaci come i fumetti) ed all’importanza di seminare questi valori dentro di loro, perché crescano accettando e comprendendo la diversità".

Gabriella Daldoss è l’architetto che ha curato l’allestimento di questa mostra, "realizzata con soluzioni tecnologiche particolari: fotografie stampate su pannelli in alluminio, anche in orizzontale, resistenti alle intemperie, con pannelli solari, montati sopra i supporti che sostengono le foto, che immagazzinano energia durante il giorno per permetterne l’illuminazione di notte; una soluzione di risparmio energetico che vuole essere anche un messaggio.

In quest’esposizione ogni particolare ha una valenza simbolica. Per esempio, il pannello, che riporta un testo molto bello scritto da Giuliano Beltrami, è di difficile lettura (non di comprensione), ed è un modo per dire: ‘Hai fatto fatica a leggere fino a qui? Allora puoi capirci … noi la facciamo tutti i giorni’.

Poi c’è uno specchio che rimanda deformate le immagini dei passanti e fa quindi riflettere su come ci si può sentire scomodi in un corpo diverso.

Infine, il tempo di esposizione delle foto - 24 ore su 24 - ha un’affinità con la disabilità, che è sempre presente, per tutto il giorno, tutti i giorni, nella vita di un diverso e della sua famiglia".

Le reazioni delle persone che passano per la piazza (3-4000 il giorno) sono singolari. Maria, 84 anni, racconta che sua madre lavorava in una famiglia benestante trentina dove accudiva ad un bambino che persino il Cottolengo aveva rifiutato. Ai suoi tempi quelli "toccati da Dio" erano nascosti in casa, era una disgrazia della quale le famiglie si vergognavano.

Umberto osserva: "La ritengo un’operazione degna di una città che si rispetti. Provocatoriamente l’avrei inserita in punti strategici del Giro al Sas, creando quasi un intralcio al passeggio pedonale, in modo da obbligare la gente a fermarsi e guardare".

Galileo commenta: "Tante foto ma poca solidarietà", riferendosi alla scarsità di aiuti per le persone disabili.

Un altro signore davanti alla foto di un disabile che fa la doccia commenta invece: "E’ una vergogna mettere foto di uomini nudi davanti a Palazzo Pretorio", ma una sagace signora gli risponde: "Perché?Lei fa la doccia vestito?"

Alda è rimasta colpita dalla foto delle cassette per le lettere e commenta: "E’ davvero una stupidità, probabilmente nessuno ci ha mai pensato. Le cassette devono essere abbassate e non solo per rispetto ai disabili ma anche pensando ai bambini".

Marco, studente, spiega: "Ho visto la mostra illuminata di sera e l’ho trovata molto suggestiva; sono ritornato di giorno per riguardarla con maggiore attenzione"

Giuseppe, fuori del coro, suggerisce un’altra interpretazione: "Il pericolo che si corre è di sponsorizzare il mercato dell’handicap che richiede sempre più ausili tecnici ed economici.

Fioriscono le associazioni, la politica ne fa un fiore all’occhiello, ma alla fine il disabile è sempre più ghettizzato. Le foto che ritraggono l’intimità dei disabili mi sembrano irriverenti, perché il pudore è un diritto sacro e la dignità è silenziosa".

Luigi ci dice: "Sono rimasto colpito dalla leggerezza dell’approccio ad un tema troppo spesso trattato in maniera pesante".

Rita è perplessa: "Hanno messo tutti insieme, quelli che hanno un handicap fisico e quelli che hanno problemi mentali. Non so … forse chi è in sedia a rotelle per un incidente non sarà tanto contento".

Donatella segnala infine che "mancano le didascalie, qualche indicazione sulla storia delle persone ritratte. Conosco bene la disabilità, perché ho una sorella nata con una grave malformazione".

La mostra è dunque un avvenimento che non lascia indifferenti, anche se ci sono alcuni che sembrano esserlo e che, vista la prima foto, scrollano la testa e cambiano percorso.

Si chiama paura della diversità. I disabili capiscono di intimorire e i sorrisi che rivolgono da queste immagini hanno lo scopo di tranquillizzare, di farsi accettare, e le loro foto vogliono qualcosa di più che commuovere, farci capire che noi e loro siamo diversamente uguali.

E alla fine sono loro a venirci incontro, perché i veri disabili sono quelli che possiedono il privilegio della salute pensando che sia un diritto.