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Resa dei conti o giustizia?

In relazione all’intervista dell’ on. D’Alema sulla opportunità di processare a suo tempo Benito Mussolini prima di fucilarlo, alcuni opinionisti gli hanno dato ragione parlando di una "occasione mancata". Per esempio il dott. Sergio Dini, magistrato militare in Padova, ha scritto un importante articolo - "Resa dei conti e giustizia" - su Il Mattino di Padova il 14 novembre 2005.

Dresda dopo il bombardamento.

Ne condivido pienamente la sostanza, in particolare le considerazioni sulla necessità che il diritto interno e internazionale vengano umanizzati, ma siano anche rispettati nei fatti e applicati con giustizia. Concordo con l’affermazione che "di fronte ai crimini di guerra non ci sono distinzioni tra chi ha vinto e chi ha perso, non ci sono vincitori e vinti, ma solo criminali che come tali dovrebbero essere giuridicamente trattati". E’ assolutamente giusto che "il processo e la sanzione non siano solo a carico dei vinti, ma che anche i vincitori dimostrino di essere in grado di colpire chi, con comportamenti contrari a umanità, ha violato gravemente le leggi di guerra".

Interpreto ciò come un "dover essere", perché di fatto non accade. Sono ancora impuniti coloro che decisero e attuarono lo sterminio incendiario di Dresda nella seconda guerra mondiale (200.000 civili tedeschi bruciati vivi in una sola notte), e coloro che ordinarono e sganciarono le 2 atomiche sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Ai nostri giorni sono impuniti coloro che hanno aggredito l’Iraq senza ragione, anzi basandosi su menzogne, provocando migliaia di vittime. E chi risponde per Abu Graib? Per le torture a Guantanamo? Per il fosforo "brucia-persone" lanciato a Falluja?

Questa impunità diffusa e concordata fra i signori della guerra e del crimine mi fa considerare una felice eccezione l’esecuzione senza processo di Mussolini. Il processo non si sarebbe mai fatto, o sarebbe stato una burletta. Come avrebbero potuto il Re, Badoglio, la casta militare, Churchill processare il Duce del fascismo? Avrebbero dovuto processare anche loro stessi. Dopo qualche tempo ci saremmo ritrovati Mussolini in persona in Parlamento (invece che una sua nipote) insieme ad Almirante e ad altri capi fascisti.

Prigionieri ad Abu Graib.

Non fu dunque un’occasione mancata, ma un "atto rivoluzionario" come scrive il famoso storico inglese William Deakin nel suo libro "Storia della Repubblica di Salò" (Einaudi, 1963, pag. 794). Quasi con le stesse parole la definisce Giorgio Bocca ("soluzione rivoluzionaria") nel suo libro "Storia dell’Italia partigiana" (Laterza, 1966, pag. 603). Soluzione rivoluzionaria perché "l’esecuzione stabilisce fra il passato e il futuro una frattura inevitabile, la frattura necessaria fra la dittatura e la libertà" ("Storia della Resistenza italiana", di Roberto Battaglia, Einaudi, 1953, pag. 562).

In ogni modo l’esecuzione di Mussolini fu assolutamente legale, all’epoca, avendola ordinata il Comitato di Liberazione Alta Italia che nella risoluzione del 12 aprile 1945 aveva definito il duce e i membri del Direttorio fascista "traditori della Patria e criminali di guerra"( "Una guerra civile" di Claudio Pavone, Bollati-Boringhieri, 1991, pag.512).