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Lavorare in valle

Fiemme: dalla scomparsa di una fabbrica e di 70 posti di lavoro è nata l’idea di un convegno per riflettere su una economia che non può vivere di solo turismo.

Nelle vallate alpine si vive e si lavora come in qualunque altro luogo, ed anche in montagna il lavoro occupa la parte più cospicua del tempo delle persone: le soddisfazioni ed il conseguente reddito ricavati dal lavoro costruiscono in modo preponderante la qualità del vivere delle famiglie. Ma a differenza di quanto avviene nelle città o nelle pianure nelle vallate non ci si ferma a riflettere su come si lavora, sulla qualità dell’offerta, sulle eventuali debolezze presenti nel tessuto sociale, sulle opportunità perdute.

La Dolomiten Sportswear, ora chiusa.
La Dolomiten Sportswear, ora chiusa.

Quando va bene si dà uno sguardo ai grandi parametri statistici, reddito medio pro capite, tasso di disoccupazione, ed il capitolo si chiude, si ritorna a vivere felici, grazie al turismo, grazie agli impianti sciistici, agli sforzi immani prodotti dagli albergatori.

All’interno di questo miope ragionamento i nostri Comuni sovvenzionano più o meno direttamente solo questo settore, o investendo ingenti somme nelle società impiantistiche, o agevolando ogni loro progettualità, rifacendo ogni dieci, quindici anni costose piazze e arredi urbani. Mai una domanda su come si lavori nel turismo, su quali prospettive si stiano offrendo ai giovani, se altri settori economici siano in sofferenza e se sia possibile incentivare anche altre attività.

Così era accaduto in Fiemme lo scorso anno quando una fragorosa sveglia era suonata solo grazie all’impegno della lista Insieme per Cavalese, quando la ditta tessile Dolomiten decideva di delocalizzare la produzione e mantenere attiva in valle solo la rete commerciale, potenziandola. Settanta dipendenti, quasi tutte donne, si trovarono sulla strada (ma da mesi erano in atto dimissioni sollecitate ed indirizzate). E se le più giovani riuscivano a reinserirsi in qualche altra azienda, o nel settore alberghiero, le cinquantenni rimasero sulla strada, incredule del loro destino e delle difficoltà che si aprivano. Neppure loro avevano mai sospettato una simile drastica evenienza - una fabbrica che chiude - ed il sindacato se lo erano tenute ben lontano da ogni attenzione. Al tempo, le amministrazioni comunali della valle, nonostante l’evidenza di segnali ormai ben strutturati, rimasero sorprese: nessuno conosceva le intenzioni dell’azienda, nessun Comune sospettava difficoltà.

Da quel difficile momento la lista di minoranza della sinistra iniziò a lavorare alla costruzione di un convegno che portasse riflessione sul tema del lavoro, un percorso difficile perché, per poter incidere, il convegno doveva avere fra i protagonisti i disattenti pubblici amministratori, i pigri ed egoisti albergatori e commercianti, gli industriali e gli artigiani, i rappresentanti dei lavoratori e l’associazionismo sociale.

La scorsa settimana il convegno ha avuto il sostegno delle istituzioni, Comuni e Comprensorio, un sostegno convinto (nonostante la sofferenza per il protagonismo attivo della sinistra radicale, ambientalista e, peggio, comunista).

Per la prima volta in valle si è così parlato di lavoro, si è aperta una porta che sembrava blindata, ed ora dalle stanze del convegno ci si deve portare nei luoghi della progettualità, della concretezza. Nel dibattito sono stati preziosi gli apporti culturali proposti dai relatori dell’Università di Trento, il prof. Geremia Gios, la dott. Annalisa Murgia, i deputati Beppe Detomas e Alfoso Gianni, coordinati dal giornalista Franco Debattaglia.

Questi interventi hanno costruito la cornice del convegno ed hanno permesso riflessioni sulla specificità della montagna, riguardo le fragilità presenti (il limite così ben delineato in ogni aspetto) ed i punti di forza (la diversità, un valore), la questione dei diritti, la diffusa e strutturale precarietà del lavoro nei settori del turismo e dell’agricoltura, la difficoltà dei giovani che si laureano a trovare occupazioni di alto profilo, adeguate, la sofferenza e la persistente emarginazione del mondo femminile, anche causa l’assenza di offerta di servizi, si pensi agli asili nido e alle rigidità del mondo del lavoro, la formazione praticamente disattesa.

La valle di Fiemme, pur in presenza di un mondo del lavoro diversificato, non riesce a costruire sinergie fra i diversi settori, non si è impegnata in riflessioni profonde sul tema e quindi viaggia accumulando ritardi, e le punte di qualità si ottengono grazie all’intelligenza e all’attivismo di singoli imprenditori: si pensi alla Sportiva o alle produzioni di eccellenza della ditta Ciresa nel settore del legno. Non parliamo poi della valle di Fassa, dove la monocultura turistica ha addormentato qualunque slancio imprenditoriale e tutta l’offerta di lavoro si concentra nel terziario.

La ditta "Ciresa" (lavorazione legno).

Se questo è quanto emerso nella mattinata, il pomeriggio ha offerto spunti concreti; infatti attorno al tavolo sedevano forze sindacali, imprenditoriali, esponenti della società civile (Psichiatria Democratica, le donne), le istituzioni con il Comprensorio.

Anche in una situazione privilegiata come quella di Fiemme si può fare di più e meglio. Ad esempio, offrire stabilità al lavoro e alla formazione, invitare i lavoratori a non fuggire dal lavoro industriale, superare la precarietà e le insicurezze che ci fanno cadere nel lavoro che ammala, portare nel dibattito sul lavoro non solo la centralità del mercato, ma anche l’insieme dei valori che lo costituiscono, la persona, la dignità, i legami sociali.

Per non parlare poi del lavoro degli "invisibili", quelle cinquemila persone che ad ogni stagione arrivano nelle valli dell’Avisio e cadono sotto il peso delle 10 –12 ore giornaliere in assenza di riposi, e poi si allontanano, o fuggono, senza aver allacciato rapporti, senza aver costruito rapporti, senza aver potuto crescere professionalmente.

E’ stata significativa l’assenza dei rappresentanti del settore turistico, alberghi, commercio e dell’artigianato. Sono questi i settori che consolidano la precarietà, che mantengono insicurezza nel lavoro, che impediscono ogni prospettiva di progetto, di tutela della persona, di investimento nella qualità, fatte salve rare e quindi preziose eccezioni. Queste assenze sono state un limite forte ai lavori della giornata ed è un limite che si dovrà cercare di recuperare.

Le proposte emerse sono esplicite:

- la costituzione di un tavolo permanente di confronto sul lavoro fra istituzioni, categorie imprenditoriali e sindacali, società civile;

- un forte investimento nella scuola;

- un altrettanto deciso investimento nella formazione continua, rivolta anche agli operatori economici, specialmente nel settore turistico;

- più servizi alle famiglie e più diritti alle donne;

- la prima casa ai residenti;

- la necessità di costruire sinergie fra i settori turistici e quello agricolo ed artigianale;

- l’offerta di risposte alle esigenze di socialità degli immigrati;

- progetti chiari per ricostruire la filiera del legno e per investire in innovazione, nel risparmio energetico (edifici a consumo passivo), visto che il progetto della Comunità di Fiemme delle case in legno è tecnologicamente superato;

- lavoro di qualità per emarginare la piaga dell’emigrazione del lavoro giovanile intellettuale, investendo anche nella ricerca;

- offrire dignità e realtà all’apprendistato, superando le speculazioni che nelle imprese turistiche ed artigianali si abbattono sui giovani;

- maggiore flessibilità rivolta al lavoro femminile, anche nella pubblica amministrazione, anche all’interno degli istituti bancari;

- una politica per la casa rivolta alle giovani famiglie, gli investimenti del comprensorio in materia di edilizia agevolata e pubblica sono inadeguati alle esigenze presenti sul territorio.

Sono situazioni e problemi che troviamo presenti anche in altre valli del Trentino e che devono essere affrontate, non più rinviate. Invece di discutere di impianti e strade, dovrebbe essere compito dei partiti della sinistra riportare questi temi come prioritari dell’agire politico, offrendo cuore ed emozioni alle aspettative di tante persone che hanno compreso che il Trentino intero, non solo Fiemme, non può vivere di solo turismo.