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Keith Emerson, Mr. Novecento

Piacevole revival di un gran virtuoso, che in un concerto attraversa tutta la musica del secolo scorso.

Mioddìo: avevo 12 anni quando Keith Emerson (1944, Lancashire) insieme ai... separabili Lake & Palmer pubblicava Trilogy (1972), che sto riascoltando questa sera (29 novembre), prima di andare a sentire e vedere Quel-Che-Resta-Del-Mito, all’Auditorium S. Chiara.

(Foto di Alessio Pellegrini)

In quel tempo, accumulavo brufoli e punti divorando la maggior quantità possibile di merendine Tin-Tin Alemagna, per poter vincere quella fttt radio-bicicletta chopper. Odiavo la Brioss Ferrero, per l’imbeci-ci-cillità della canzoncina ("Ci-ci-ci vinci Cicocca"), che propagandava la mini-casetta per bambini da montare. Mi spiaceva solo per Sandro Mazzola (eravamo entrambi interisti), che si prestava al perfido adescamento pubblicitario. Però mi colmava di libidine anche l’Hurrà Saiwa, con quelle immagini del wafer immerso nella cioccolata fusa. Scegliere era un vero dilemma...

Ecco, quando ELP suonavano in Trilogy, io mi dibattevo tra questi problemi esistenziali. Però a dodici anni ne capivo più di adesso, di musica: era un’epoca di tastieristi con attributi icosaedrici, basti pensare a un certo Jon Lord (Deep Purple), che con quelle manine sante macinava chilometri, instancabile, in Made in Japan (toh, 1972!); a un tal Tony Banks (Genesis); e a quel Rick Wakeman (Yes) che si preparava a regalarci robette tipo The Six Wives of Henry VIII (1973).

Il concerto. La sala è al completo. All’ingresso sono presenti 2 poliziotti e 2 carabinieri (invisibili quando c’è l’opera o il teatro di prosa). Ho varie ipotesi: 1) imperscrutabili ragioni di ordine pubblico suggeriscono di presidiare vistosamente un concerto rock in cui suona un sessantunenne di fronte a 600 ultraquarantenni e ultracinquantenni (rarissimi i giovani biologici); 2) è notorio che qualche latitante nostalgico ci casca sempre, quando va a sentire un concerto che gli ricorda i bei tempi; 3) anche se nelle sale è vietato fumare, c’è sempre il rischio che qualcuno si rolli un cannone e se lo fumi in piena sala, o che, munito di cucchiaino, mezzo limone e brown sugar si faccia una bella pera coram populo. Vabbé. Mentre fuori attendo Andrea, chitarrista prof, ogni tanto mi arriva alle narici un’inconfondibile zaffatina: qualcuno ha provveduto a prepararsi psicologicamente per il concerto.

Il palcoscenico è quello che è, come la sala: insufficiente, per questo tipo di eventi. Ma si sta più al caldo che allo stadio, e più larghi che al Teatro Sociale. Dei limiti della sala ci accorgiamo sin dalla prima nota: assordante. Un po’ è colpa del tecnico del suono, un po’ della necessità. Per tutto il concerto resteremo sulla difensiva, cercando di resistere ai decibel. Peccato.

Ciò a parte, lo spettacolo è piacevole, almeno per chi è venuto sapendo di che si trattava: progressive-rock puro, tutta farina del sacco di Emerson, salvo citazioni e pezzi altrui, come il bis Black Dog dei Led Zeppelin, una lieta sorpresa. Emerson può ben definirsi un Mr. Novecento, perché in questo concerto abbiamo ascoltato un vero compendio di musica del secolo XX.

Quando nel 1971 arrangiano e interpretano in chiave rock i Quadri di un’esposizione di Mussorgkskij ELP ci fanno capire (insieme a Wakeman, Banks, Lord e agli altri non citati) che il rock si nutre di tutta musica precedente, "alta", jazz, popolare, che ne è il continuatore (puristi, fatevene una ragione), e che è possibile leggere e suonare quella stessa musica con strumenti e variazioni nuove, diverse (?) da quelle insegnate nei conservatori. Ecco che qui a Trento affiorano le solide conoscenze musicali del Nostro: Ginastera, Sibelius, Copland, Gershwin, Bernstein, il jazz, il ragtime, il rhythm’n blues, ma anche le danze e le marce popolari, e poi Bach, Rimsky-Korsakov...

Emerson era un giovane virtuoso della musica, e nell’animo lo è rimasto. Si è tuttavia notata una qualche difficoltà con la mano destra, probabile conseguenza di un vecchio malanno. Quando ha eseguito il Volo del calabrone, non ha terminato la melodia, con eleganza invero, buttandola sullo scherzo, per poi passare la mano al chitarrista, che ha invece eseguito il brano in modo straordinario.

La band, appunto: D. Kilminster, guitars-vocals; P. Williams, bass; P. Riley, drums. Andrea ha trovato qualche pecca nel suo omologo: impostazione e pose anni ’70, contrastanti con esecuzioni tecniche di molto posteriori. Efficace, comunque, nel bilanciare il necessario narcisismo di Emerson, tenuto conto anche del suddetto acciacco. Il bassista è parso il più sacrificato: ha portato l’abituale croce della ritmica, concentratissimo nelle sue ossessive basi ribattute, alla stregua di un martello pneumatico. Solido, imprescindibile. Il batterista probabilmente si è divertito di più, ma ha sostenuto la musica (indiavolata, direbbe mia madre) con ininterrotto vigore, amministrando la sua sonorità tagliente e precisa. Un intermezzo dedicato a New Orleans, con piano e chitarra acustica, ha dato requie ai nostri timpani, a tutto vantaggio della percezione estetica.

Talora Emerson ha gigioneggiato con la Bestia, il sorpassatissimo simpatico Moog, "marziano" oggetto del desiderio delle band anni ’70, ricordandoci i giganteschi passi avanti compiuti nel frattempo dall’elettronica. Gustosa è stata poi la gag della Toccata e fuga di Bach eseguita sulla tastiera suonata da dietro, ossia, girandole intorno. Tra i brani eseguiti abbiamo apprezzato The Endless Enigma e Hoedown, da Trilogy. Nei generosi bis, non poteva mancare Honky Tonk Train Blues, eseguita a ritmo di rock’n roll. Indiavolato.

Il pubblico ha gradito: in fondo è stato un omaggio a un gran virtuoso, a un pezzo della nostra storia culturale, a ciò che qualcuno di noi avrebbe voluto essere, e non fu. Mille di questi concerti, Mr. Emerson!

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