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Troiane irakene e d’Algeria

Della Compagnia Teatro Arsenale una riproposizione del testo di Sartre/Euripide che parla sempre delle guerre dell'oggi.

Uno dei compiti del teatro è porre problemi più che trovare soluzioni. Lo sapevano bene Euripide e Sartre, capaci di formare le coscienze senza imporre il loro pensiero o la "verità". Annig Raimondi trae insegnamento dagli autori (divisi da 2000 anni) delle "Troiane", restituendoci tutta la forza, l’insensata violenza, l’ironia, l’attaccamento alla vita e la ricerca della morte che questo testo racchiude. Un sigillo forte per il Progetto Sartre, anche perché, in Italia, è una prima assoluta (dal ’65!).

La Storia, pare, è sempre meno maestra, o non lo è mai stata. Euripide metteva in guardia contro la guerra del Peloponneso, Sartre contro quella (passata) d’Algeria ed un’altra (dietro l’angolo) in Vietnam. Il Teatro Arsenale ci parla invece di nuovi conflitti, sicuramente non gli ultimi. Il destino crudele delle donne troiane è lo stesso delle irakene, schiave di una logica che dice "democrazia" ma intende "terrore". Perché la Storia è la stessa di sempre. I grandi personaggi cadono assieme agli Dei… è difficile riconoscere Troia dalle sue rovine in fiamme dove niente può sopravvivere, tranne il dolore e il ricordo che intridono la terra fra suoni metallici e lancinanti.

Memorabili Cassandra, Andromaca, Astianatte, anche lui "morto per nulla". I simboli del potere e della gloria sono umiliati; lo scudo lucente di Ettore diviene una tomba senza sole per il figlio, strappato dai Greci alla madre e gettato dalle mura su quelle stesse fondamenta che gli hanno spaccato il cranio invece di ripararlo. Persino Ecuba, la grande regina di un popolo distrutto, è ora "un inutile insetto in un alveare straniero". Come le altre, indossa un cappotto pesante che richiama i deportati nei lager e i profughi irakeni; eppure, nella voce, nel contegno, è intatta la sua regalità, la superiorità morale rispetto ai nemici. Ma le guerre non si vincono con la morale e solo tre strade – non tutte dignitose – restano alle Troiane: rassegnazione, vendetta, riscatto tra i posteri.

Ora noi cantiamo la loro grandezza nella sconfitta e la superbia dei Greci nella vittoria. Intanto altri massacri attendono (non da noi) d’essere visti per ciò che sono, non certo d’essere fermati. Giungerà sempre un messaggero a annunciare nuovi patti e battaglie… poco importa se somiglierà a un legionario francese o a un soldato nel Medio Oriente, come in quest’allestimento. Gli dèi assicurano vendetta, non giustizia, come Atena la Vergine che, all’occorrenza, sa giocare le sue carte di femme fatale con Poseidone, perché l’aiuti a punire i Greci, non abbastanza devoti, tra un passo e l’altro di tip tap. Non di questi dèi abbiamo bisogno, ma di una coscienza che ci apra gli occhi, ci insegni a guardare – anche con amore – come Euripide e Sartre.

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