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Finalmente “Enrico IV”

Dallo Stabile di Bolzano, una solida (e saggiamente accorciata) edizione del dramma storico shakesperiano, con cui pochi si cimentano.

Il Teatro Stabile di Bolzano, assieme a quello della Sardegna, torna ad affrontare Shakespeare dopo "Le allegre comari di Windsor", datate 1999. Sfida ambiziosa, considerando che questo è il quarto allestimento italiano di "Enrico IV" dal ’900. Il plot non aiuta, la storia inglese gode raramente da noi del dovuto interesse, troppo occupati a guardare noi stessi, sebbene quasi privi di nostri drammi storici che mettano in scena l’Italia dei Comuni e delle Signorie. Ma non è questo il vero handicap, altrimenti "Riccardo III" avrebbe subìto la medesima sorte. La scarsa diffusione si deve alla monumentale lunghezza, la cui complessità contribuisce al capolavoro. Per evitare d’incatenare il pubblico alla poltrona per diverse ore, l’adattamento di Marco Bernardi taglia a fondo, con intelligenza, le due parti (cinque atti ciascuna) dell’opera originale. L’unità di senso e d’azione non ne risente, né s’avvertono menomazioni nell’architettura del testo. Anzi, tra i lavori recenti della compagnia, questo è il primo a convincere in ogni suo aspetto e senza riserve.

Le scene di Jaekel sono evocative al limite del minimalismo: un lampadario, un tavolo con tre sedie, un arazzo scialbo e bicolore, un trono. Il resto lo dobbiamo immaginare, come nel teatro antinaturalista. Spicca, tuttavia, la rovina dal cielo di ossa, che poi campeggiano fra gravi tamburi nella battaglia di Shrewsbury, con un effetto macabro incisivo ed efficace. L’ostessa recitata da un uomo, che tanto ha divertito il pubblico, è invece un omaggio all’antico uso inglese di vietare il palcoscenico alle donne.

Ottime le prove di Carlo Simoni (Enrico IV), Corrado D’Elia (Enrico V) e Alvise Battain, a suo agio, con notevole bravura, nel triplice ruolo di giudice della Corte Suprema, arcivescovo di York e conte di Northumberland. Ad accomunare i tre artisti è soprattutto la naturalezza con cui si sono calati nei propri personaggi, modulando la voce in maniera impeccabile, battuta dopo battuta. Battain, in particolare, avrebbe meritato un applauso più caloroso a fine spettacolo, alla pari dei primi attori.

Valido, ma a volte eccessivamente biascicato, Falstaff: Bonacelli, tra i migliori interpreti italiani, conferma il suo talento ma sbilancia il carattere – col semplice timbro vocale – verso il suo lato "beone". L’esito, comunque positivo, è che riesce più difficile prendere sul serio il lato "filosofico" di Falstaff: il catechismo blasfemo, opportunista, semiserio e tragicomico suscita, anche quando non dovrebbe, troppo riso e troppo poca riflessione. Ma il risultato non cambia e l’amaro in bocca della ragion di Stato resta, dopo i molti bicchieri di moscato. Tra beffe, duelli, fanfaronate e alti giudizi morali, questo "Enrico IV" lascia il segno.

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