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La tragicommedia dell’informazione

Una serata a Mori sulla libertà di stampa con Marco Travaglio.

Per il cittadino malato di disinformazione, Marco Travaglio è come il vin brulé per l’influenzato: non guarisce, ma fa stare decisamente meglio. Così devono essersi sentite le molte persone che hanno lasciato l’auditorium di Mori la sera di martedì 13 dicembre, dopo aver ascoltato per tre ore il giornalista più documentato d’Italia, giunto in Trentino su invito dell’Arci per parlare di libertà di stampa. Tuttavia, nemmeno la sua articolata riflessione sull’informazione nostrana è riuscita a scendere alle profondità necessarie per capire la ragioni del pietoso stato in cui versa. Ma di questo ci occuperemo in chiusura.

Marco Travaglio

Sentir parlare Travaglio è sempre un piacere. Non solo per il ricchissimo contenuto dei suoi interventi, rivelatori di una miriade di italici casi di censure più o meno gravi, ma anche per la capacità di evidenziare in maniera brillante il lato tragicomico che ognuno di tali casi porta con sé, come capita ogni qual volta il potere venga abusato senza alcun pudore, in maniera grossolana. Questo tipo di abuso si è avuto spesso nell’Italia degli ultimi tempi, e chi ascolta Travaglio può persino riderne, seppur amaramente.

Nel suo "racconto" ci sono episodi che lasciano interdetti. Valga per tutti uno dei tanti casi documentati da Travaglio, quello che più ha suscitato l’ilarità del pubblico moriano. In Italia, c’è un ex Presidente di Provincia che fa il direttore di una rete televisiva pubblica (trattasi di Ferrario: la Provincia è Varese e la rete è Rai Due). E già qui si potrebbe cominciare a sorridere, se, come fa Travaglio, si guarda alle attuali norme che disciplinano le nomine dei dirigenti del servizio pubblico radiotelevisivo. "Sono riusciti nel capolavoro di violare persino una legge come la Gasparri, che s’erano fatti proprio per restare impuniti pur continuando a compiere nefandezze". Tale legge, infatti, imporrebbe che a sedersi sulle poltrone della Rai fossero persone indipendenti e competenti. "Invece, nel caso di Ferrario, che è l’emanazione televisiva di Calderoli, l’unico background culturale in tema di televisione è dovuto al fatto che ogni tanto l’accende".

Antonio Socci

Ferrario, fa notare Travaglio, è la stessa persona che ha mandato per mesi in onda una trasmissione, "Punto e a capo" di Antonio Socci, benché sia stata "l’unica nella storia che in prima serata sia riuscita ad avere meno spettatori di quelli che si addormentano la notte con la tv accesa". Ed è sempre Ferrario, prosegue Travaglio, ad aver censurato la seconda puntata del Molière di Paolo Rossi (andato in onda all’una di notte facendo un milione e mezzo di spettatori), perché conteneva troppe parolacce: "Questi sarebbero capaci di censurare anche l’Inferno di Dante".

Censura becera, da ignoranza. E’ questo il bersaglio preferito di Marco Travaglio. Lo stesso tipo di censura che ha colpito Santoro, Biagi, Luttazzi, la Guzzanti, e tanti altri. Un tipo di censura le cui responsabilità Travaglio non attribuisce ad una parte sola, ma che, nel suo ultimo testo, interpreta ricorrendo alla categoria dell’inciucio. Quello tra Fini e Rutelli, Berlusconi e D’Alema. E’ stato Violante, nota Travaglio, a rivelare candidamente il tacito accordo che vi fu a metà degli anni Novanta tra lo schieramento prodiano e quello dell’attuale Presidente del Consiglio: non gli avrebbero toccato le televisioni. "Ai tempi, Berlusconi era una specie di Tanzi prima dell’arresto. Oggi, dopo dieci anni, la sua è l’unica azienda che, nel settore radiotelevisivo, cresce con profitti da capogiro. E la ripresa è cominciata proprio ai tempi del governo ulivista".

Giovanni Floris

Le sordide dinamiche dell’inciucio si riflettono chiare nei contenuti dell’informazione televisiva, dove una falsa apparenza di ostilità cela una triste realtà di connivenza. Travaglio parte dal cosiddetto "panino" confezionato nei servizi politici dei telegiornali, "che accontenta tutti, anche le opposizioni, che finiscono col fare da fette di salame, perché l’importante è apparire"; e arriva all’equiparazione di Vespa con Floris: "Rispetto ai due grandi tabù del giornalismo italiano, ossia la corruzione politica dei giudici e la relazione tra politica e mafia, l’unica differenza tra i due è che il primo sorvola parlando del delitto di Cogne, il secondo finge invece di occuparsene in dibattiti vuoti dove non si parla mai dei fatti".

Enzo Biagi

Eppure, quella illuminata da Travaglio (senz’altro con acume e minuziosità quanto mai opportuni) è solo la punta dell’iceberg, rappresentata dalle più o meno brutali ingerenze, dirette e indirette, del potere nell’attività informativa: potere non solo politico, ma anche economico, e informazione non solo televisiva, ma d’ogni genere. E’ verissimo che in tempi come questi, di accentuata miseria giornalistica (e culturale in genere), non si riesce a vedere nemmeno la punta dell’iceberg, per cui ben vengano lavori come quello di Travaglio. Tuttavia, non bisogna dimenticare di guardare anche al resto. E’ quanto mai necessario individuare le effettive radici dei problemi dell’informazione. Queste radici hanno un nome e cognome. Che non sono quelli di Silvio Berlusconi, e nemmeno quelli dei suoi tanti degni emuli, ultimo nell’ordine Stefano Ricucci, lo scalatore fallito del Corriere. Quelle radici si chiamano immaginario giornalistico. Che è poi il riflesso dell’immaginario che domina la società contemporanea, della quale il cattivo giornalismo non è che un prodotto riproduttore. Un immaginario che, lo si sappia o meno, centra il progetto di vita individuale e collettiva su una categoria centrale, quella dell’economico. "Quando si ha un martello nella testa - osserva uno dei più acuti critici di tale immaginario, Serge Latouche - si tende a vedere tutti i problemi sotto forma di chiodi". Quel martello, oggi, è l’ossessione per la crescita, per la produzione e il consumo sempre maggiori. Un’ossessione che rende impossibile la vita libera all’interno di una società democratica, benché la superficialità dilagante impedisca di vedere questa che è la maggiore contraddizione dei nostri tempi: desiderare libertà e democrazia e al tempo stesso pensare di poter crescere sempre di più.

Cosa c’entra tutto questo col giornalismo? C’entra eccome. La contraddizione trova infatti precisa corrispondenza nella maggior parte degli ambienti giornalistici, dove a tutti i livelli si finisce per credere, in maniera più o meno consapevole, che col giornalismo si possano fare allo stesso tempo profitti e servizio civico. E’ l’idea di editori come De Benedetti e Romiti, di direttori come Scalfari e Mieli, e di tanti altri che agiscono ai restanti livelli dell’organizzazione giornalistica.

Persino chi denuncia con vigore lo stato delle cose, come Travaglio, sembra accettare l’idea. Dopo avergli sottoposto queste mie osservazioni l’altra sera, egli mi ha risposto sconsolato dicendosi convinto che dal giornalismo industriale non si possa uscire. Eppure, proprio l’autore della prefazione dell’ultimo testo di Travaglio, Giorgio Bocca, uno dei migliori giornalisti italiani, lucido critico del "giornale-industria" (benché come Travaglio sia rimasto a lavorarci), una volta ha scritto: "La ripresa della libertà di stampa passerà, probabilmente, se non per un ritorno alla povertà, per un rifiuto della ricchezza soffocante e stravolgente". Come non essere d’accordo con lui?