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Metateatro Delusio

Ancora un altro splendido, miracoloso spettacolo dei mimi + maschere della compagnia Familie Flöz. Questa volta sul teatro visto da dietro le quinte.

Tre anni fa, innamorati di “Ristorante immortale”, ci chiedevamo con ansia se avremmo mai rivisto la Familie Flöz. L’attesa è stata lunga ma non vana, e l’emozione intensa quanto la prima volta. "Teatro Delusio" è più complesso della performance precedente, perché gioca su più piani e su un intreccio maggiormente articolato. La regia di Vogel, in realtà, è rimasta fedele a se stessa, a uno stile ben riconoscibile. A cambiare è la struttura: in "Ristorante Immortale", basato interamente su una storia lineare, conta soprattutto l’inesauribile inventiva delle gag tragicomiche; la nuova pièce, invece, è un grande affresco composto da numerosi quadri, digressioni, rimandi spazio-temporali (potremmo quasi chiamarli flashback e flashforward) a momenti diversi dell’opera. Un allestimento, dunque, dove divengono centrali concetti come "visione d’insieme" e "sottotesto", oltre - ovviamente - a "metateatro".

La trama, infatti, racconta il "dietro le quinte" da un’angolazione di solito invisibile: guardiamo con gli occhi di tecnici, macchinisti, direttori di ballo… persone grazie a cui esiste il teatro, eppure senza nome e voce. Del resto, non li hanno neanche qui ma, per una volta, sono loro i protagonisti. Tra pasticci, incidenti, equivoci, litigi, contrattempi, lo spettacolo va avanti col sacrificio (chi più chi meno) di gente che non viene neppure ringraziata. Oltre il fondale, una platea a noi speculare applaude, ride, osserva "fuori scena". Le uniche parole pronunciate provengono da un nastro registrato con mormorii, brani lirici, balletti e cabaret… la splendida aria "Ombra mai fu" e "Perfidi! E ancor osate" dal Serse di Händel; "La visione" e il celebre "Valzer" del Lago dei cigni; "Spargi d’amaro pianto", dai vocalizzi "inumani", sintomo della pazzia di Lucia di Lammermoor; lo struggente Adagio for Strings di Samuel Barber – quello di Platoon ed Elephant Man – che, come leit-motiv, accompagna il pupazzo della bimba-fantasma, l’inserto più lirico e sfuggente dell’opera, cui forse manca un po’ di collante.

Amore, morte, successo, sogni, famiglia… ogni personaggio cerca qualcosa, dal coreografo che "aggiusta" le ballerine (ognuna col proprio carattere) al tecnico che non alza un dito, se non per combinare guai, e ha occhi solo per i libri e il suo scoiattolo.

Tenero l’anziano violinista tutto gobbe e passi incerti che, alla fine, sfodera una chitarra elettrica con tanto di riff accennato, per poi esibirsi con gli altri due musicisti. E geniale l’inchino a fine spettacolo: spalle al pubblico e chiamate in scena dietro le quinte. 29 volti, 29 storie, spesso semplici flash, e tutto ciò realizzato dai corpi di tre attori e dalle espressive maschere di cartapesta disegnate da Hajo Schüler: un miracolo!

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