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Informale: da Dubuffet a Burri, e oltre

Una mostra (fino al 9 aprile) al Foro Boario di Modena.

Modena, da alcuni anni, ha assunto un posto di primissimo piano nel sondare analiticamente alcuni importanti movimenti artistici del dopoguerra. Se la Galleria Civica ha passato in rassegna a più riprese il fenomeno della Pop Art - specialmente nelle sue poco note declinazioni europee, da quella inglese a quella italiana -, il curioso spazio espositivo del Foro Boario (un tempo qui si vendevano le mucche…), dopo una vasta panoramica sulla scultura d’avanguardia del Novecento, è passata a sondare gli esiti più informali della pittura americana ed europea. "Informale. Jean Dubuffet e l’arte europea 1945-1970" (fino al 9 aprile) è ora il seguito ideale della mostra tenutasi lo scorso anno, dedicata all’Action painting americana.

Jean Dubuffet, “Bidon l’Esbroufe” (1967).

L’Informale, pur avendo avuto preziosi teorici come Michel Tapiè, non fu un movimento omogeneo, quanto piuttosto un nuovo modo di sentire e patire la pittura nell’immediato dopoguerra. Il termine comparve la prima volta nel 1951, in occasione di una mostra tenutasi a Parigi titolata "Vehémences confrontées", a cui parteciparono artisti del calibro di Capogrossi e Mathieu, De Kooning e Pollock, Hartung e Riopelle. Artisti ed esperienze assolutamente diverse, accomunate da una rottura radicale e violenta con la tradizione che porta ad esiti assolutamente anticlassici, sperimentatori nelle forme come nelle materie, filosoficamente vicini all’esistenzialismo.

Si pensi ad esempio a Dubuffet, l’artista più rappresentato nel percorso da decine di opere pittoriche, scultoree ed anche grafiche. Egli realizzò dei dipinti formidabilmente materici, non solo utilizzando colori, ma anche sabbie, legni e perfino ali di farfalle, scelte accuratamente in base alle qualità cromatiche. Un’altra declinazione dell’Informale fu quella che spinse a dissolvere la razionalità delle forme per riscoprire le potenzialità espressive del colore più fresco e brillante, come nel caso degli artisti del gruppo Co.Br.A. (Copenaghen, Bruxelles, Amsterdam, ovvero le città di provenienza), Corneille, Appel ed Alechinsky, tutti ben documentati nel percorso.

Altri esiti sono quelli volti a dare un microfono all’impulsività dell’ego: pitture spesso automatiche, quasi un dettato libero del pensiero più immediato, secondo la lezione appresa dai surrealisti. La materia pittorica si dissolve così in rapidi segni, in sciabolate di pittura gestuale, come nei dipinti di Vedova, Hartung, e soprattutto di Mathieu, non a caso maestro di arti marziali e al tempo dei suoi esordi preso quasi come un fenomeno da baraccone. L’automatismo diventa talvolta pura meccanicità, come nel rotolo di pittura industriale del situazionista Pinot Gallizio, venduto provocatoriamente un tanto al metro per realizzare dipinti, abiti e perfino tendaggi. Un altro rivolo dell’Informale fu quello che portò alla costruzione di personalissimi alfabeti emozionali, da quelli corsivi di Twombly, Novelli e Accardi, a quello più meditato, netto e corposo di Capogrossi.

Il ricco percorso include inoltre alcune chicche di personalità indipendenti di primissimo piano. E’ il caso di Lucio Fontana, del quale sono esposti alcuni Concetti spaziali che esulano dai soliti ed arcinoti tagli nella tela; opere in cui la materia e il colore giocano a rincorrersi, a scambiarsi di ruolo in uno squisito intreccio semantico.

In una mostra dedicata all’Informale non potevano certo mancare delle opere di Burri, e bisogna dire che non si è certo lesinato in qualità. Gran cantore della materia -oltre ai colori i suoi quadri assemblano terre e sacchi, plastica e metallo, stoffa e catrame, legno e pietra pomice -, erede del collage cubista e dadaista, Burri utilizzò gli elementi naturali ed artificiali a mo’ di un chimico, per osservarne le reazioni. I suoi acrovinilici su cellotex presentano così crettature del tutto simili a quelle della terra, mentre le sue combustioni su tela di elementi plastici ma anche legnosi portano la materia, reinventata, a forme inaspettate, ataviche, carboniche, alternando vitrea trasparenza e oscurità assoluta. Burri ci pone così di fronte alla bellezza viva e in divenire degli elementi, e non importa se la sua poesia nasce dalla povertà di oggetti di scarto, come nel caso di un grande collage di lamiere saldate, ancora degli anni Cinquanta. E a proposito di date, di Burri è esposto pure un gioiellino datato 1948, una delle sue primissime opere. Si tratta di una Composizione centrata da un pezzo di tela bianca macchiata sinuosamente d’olio, quasi una garza imbevuta di sangue, forse un ricordo dell’esperienza della guerra e della sua iniziale professione medica.

La mostra si propone così come un invito al viaggio tra la pittura informale europea, ricco di opere significative e simbolizzato dalla grande vela di barca dipinta da Dubuffet che apre il percorso. Un invito al viaggio e per giunta senza biglietto, visto che l’ingresso è gratuito, così come le attività didattiche per le scuole. Approfittatene.

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