Un uovo in cinque

Dal Sudafrica, piccola favola di Natale: in ritardo, ma autentica.

C’erano una volta quattro fratellini: Debaba, Masoka, Danene e Musa. Vivevano a Johannesburg, in Sud Africa, ma provenivano dal Congo, da dove erano dovuti fuggire insieme ai loro genitori, a causa della guerra e della povertà. Tutta la famiglia aveva trovato rifugio e ospitalità in una casa abitata da tanti altri ragazzi, provenienti da altri paesi africani e che lì avevano trovato un tetto sotto cui dormire e un pasto caldo. I quattro bambini stavano giocando allegramente nel giardino quando John, un loro amichetto di qualche anno più grande, uscì dalla casa sgusciando un uovo sodo per poi mangiarselo.

A quella vista i quattro bambini si avventarono con entusiasmo sul povero John, gridando in coro: "Danne un po’ anche a noi!" Il ragazzino, rientrò in casa e poco dopo ne uscì con un pugno di sale in mano. Finito di sgusciare l’uovo, John distribuì ad ognuno dei quattro bimbi un pizzico di sale e divise, non so con quale magia, l’uovo in cinque parti, riuscendo ad accontentare ognuno. I quattro fratellini tornarono poi tranquillamente ai loro giochi, leccandosi con soddisfazione le dita salate, come se avessero mangiato la miglior leccornia del mondo.

Questo breve racconto non è una fiaba, ma un fatto realmente accaduto, a cui ho assistito personalmente durante il mio secondo soggiorno in Sud Africa (durato da settembre a dicembre 2005).

Durante questo periodo ho svolto un tirocinio presso l’Istituto Italiano di Cultura a Pretoria, ma il fine settimana non ho mai perso un’occasione per recarmi a Johannesburg a far visita ai miei amici di Mercy House, un piccolo centro per rifugiati, dove sei mesi prima avevo svolto un servizio di volontariato, tentando di aiutare i più giovani nell’apprendimento della lingua inglese e nello svolgimento dei compiti di scuola.

In una di queste domeniche, infatti, ero lì in visita e stavo chiacchierando con i più adulti di questa piccola comunità composta da persone (per lo più maschi), provenienti da vari stati africani, paesi da cui si scappa per la fame, per le persecuzioni e per la guerra (Congo, Sudan, Burundi, Angola, Rwanda), quando assisto a questa suddivisione dell’uovo che subito mi sembra straordinaria. I bambini in questione sono congolesi, John ha 12 anni, è orfano, ha solo una nonna anziana e che può fare ben poco per lui. Soffre di dislessia a causa dello shock provocato dal massacro di tutta la sua famiglia a cui, bambino inerme, ha assistito senza poter fare nulla. I quattro fratellini, Debaba, Masoka, Danene e Musa (tra i 9 e i 3 anni), hanno invece entrambi i genitori, ma la famiglia vive alla giornata, dipendente dal solo stipendio del padre, operaio in una macelleria, stipendio che però spesso non basta nemmeno a coprire il costo del trasporto di cui i bambini fanno uso per recarsi a scuola.

La spartizione di quell’ uovo, i visini soddisfatti dei quattro piccoli mi trovano spettatrice incredula, e mentre sorrido a John, manifestandogli la mia approvazione, penso all’Italia, al Natale che si avvicina, allo sperpero di denaro per regali e cenoni e ai bambini viziati che fanno a gara con i compagni di scuola a chi riceve il regalo più tecnologico o il telefonino più costoso. Per questi cinque, invece, che hanno ricevuto così poco durante la loro ancora breve vita e a cui invece tanto è stato tolto, spesso con la violenza, la gioia più grande è vedermi arrivare con dei fogli bianchi e alcune matite colorate, che possono usare per esprimere la loro fantasia variopinta, oppure salire sulla macchina malandata che adopero, una vecchissima Toyota Corolla color giallo canarino.

Più penso a questo piccolo episodio e ad altri succedutisi durante le mie visite, e più mi rendo conto di quanto queste persone mi abbiano dato. Loro continuavano a ringraziarmi per le piccole cose che portavo loro e per le attenzioni che gli dedicavo, fermandomi a insegnare e a chiacchierare un po’ con tutti, ma non sono mai riuscita ad esprimere loro la mia gratitudine per tutto ciò che loro, senza nemmeno rendersene conto, mi hanno insegnato.