Pericoloso, ma non imbattibile

Confessione su sentimenti e ragionamenti a proposito di Silvio Berlusconi.

La festa per la vittoria di Veltroni alle comunali di Roma.

Silvio Berlusconi ha detto che io lo odio. Ma è un’altra delle sue solite bugie. E’ vero che sono un elettore di sinistra e sono stato un fiero avversario suo e del suo governo. Ma non per questo lo odio. Se avesse detto che non lo amo si sarebbe avvicinato molto alla verità. Dico avvicinato perché amore ed odio sono sentimenti estranei alla politica. O almeno tali dovrebbero essere. So bene che il consenso si ottiene con molti espedienti. La simpatia che una persona può suscitare per il suo aspetto ed il suo tratto. Il senso di fiducia che può infondere la benevola pacatezza di una persona attempata. La suggestione che può produrre un piglio sicuro ed energico. Sono tutti meccanismi che possono influire sugli orientamenti non controllati delle elettrici e degli elettori. Ma al di là di questi moti superficiali dell’animo è la coscienza informata e critica che dovrebbe determinare la preferenza per questa o quella proposta politica. Ecco perché io non nutro un sentimento di odio per Berlusconi. I sentimenti, di amore e di odio, annebbiano la coscienza. Ed è per questo che egli vuol far credere di essere oggetto di odio, travestendosi da vittima bisognevole di solidarietà e protezione dalla malvagità della sinistra.

La festa per la vittoria di Chiamparino alle comunali di Torino.

Non lo odio dunque, ma lo disprezzo. Nel senso che non lo apprezzo, non lo stimo. Ed anzi lo temo.

Non lo stimo perché è un uomo senza princìpi. So bene che il pragmatismo politico mette in conto anche una certa dose di cinismo. Qualche compromesso con i princìpi talvolta può essere necessario per raggiungere un risultato pratico positivo. Ma è una questione di misura. Se il culto del successo a tutti i costi diventa l’impronta unica di una linea politica, si cade nell’avventura più spericolata. La disinvoltura con cui oggi egli nega ciò che ha detto ieri, la frequentazione di personaggi di dubbia nomea come Previti, Dell’Utri, Mangano, lo stile violento e spregiudicato di certi giornalisti della sua corte come Feltri, Guzzanti,Belpietro, la sfrontatezza con cui ha imposto le leggi a suo privato interesse, tutto ciò forma un quadro complessivo di una squallida assenza di principi.

Lo temo perché è troppo ricco. La ricchezza, beninteso, non è una colpa. Ma può diventare un rischio. Specialmente quando è smisurata, come nel caso nostro. La seduzione del denaro è uno dei fattori più efficaci per determinare le scelte degli esseri umani. Con esso si possono comperare coscienza o impressionare menti deboli. Serve per finanziare, legandoli a sé, movimenti politici. Lubrifica un apparato formato da militanti privi di ogni motivazione ideale ma coesi da un rapporto di lavoro ben remunerato. La troppa ricchezza corrompe le persone. Se entra in politica, corrompe la politica, già di per sé esposta a rischio di scarsa purezza.

Lo temo perché è troppo abile. E’ un luogo comune che sia un buon comunicatore. Ed è vero. E’ dotato di quella flessibilità morale che gli permette di affermare in ogni momento ciò che più può giovare alla sua causa. Conosce ed asseconda gli istinti peggiori che serpeggiano nella società. L’egoismo sociale e territoriale sono i suoi cavalli di battaglia. Pagare le tasse, rispettare la legge, il controllo dei giudici, il sud e gli immigrati, sono tutte cose sgradevoli ai lombardo-veneti, e quindi fomenta queste insofferenze che, se ascoltate ed appagate, porterebbero ad esiti sicuramente catastrofici. Ma intanto su di esse fa leva per raccogliere voti.

Lo temo perché controlla il quarto potere. Il suo dominio sul mercato della pubblicità e quindi delle televisioni costituisce, nella moderna società dell’informazione, una ipoteca pesante sul corretto funzionamento del suffragio elettorale. E’ risaputo che la televisione, che entra in tutte le case, è il più efficace strumento di formazione degli orientamenti culturali e politici.E’ certo che con essa si può determinare, secondo una manipolazione abilmente preordinata, la scelta di quantità anche solo marginali di elettori, che però in un sistema bipolare possono risultare decisive.

Non è andata così il 9 e 10 aprile. 24.000 giovani elettori lo hanno impedito. Però siamo sempre a rischio. Le elezioni amministrative non sono state una rivincita per Berlusconi; ed ora è necessario che il referendum del 25 giugno confermi che la maggioranza degli italiani ha capito che Berlusconi è un pericolo. Restituirlo alle sue aziende è la condizione per poter tornare ad un clima più sereno, così necessario per mettere mano ai gravi problemi che ci angustiano.