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Antonio

Clandestino in patria

Antonio è proprio una bella persona: ci siamo conosciuti al matrimonio di amici, un matrimonio da Nord a Sud Italia, dall'Alto Adige a Napoli, passando per la Puglia, la Sicilia... Ospite a casa mia per una notte, prima che se ne tornasse a Roma dove lavora per una delle più grandi associazioni ambientaliste italiane, abbiamo avuto il tempo di fare una lunga chiacchierata. Mi ha parlato della sua Messina, "una città splendida, tra il mare e la montagna, con una rocca meravigliosa a dominare il panorama". Eppure Antonio da Messina è scappato: "E' il regno del conformismo - mi spiega - sembra che i giovani non pensino ad altro che alla palestra e a comprarsi vestiti". La sua giovinezza non è stata facile: "Io sono sempre stato un disadattato: al contrario della maggior parte dei miei coetanei mi interessavo alla mia città e vedevo lo scempio che le amministrazioni di destra hanno fatto". Il lungomare trasformato in una colata di cemento; le zone verdi che sompaiono per fare posto al catrame; il palazzetto dello sport da milioni di euro nel quale entra l'acqua e che è stato trasformato in un mercato; il nuovo stadio prima costruito e poi abbandonato; la rapacità del mondo economico in combutta con la mafia; i residui di lavorazione del petrolchimico che inquina il mare davanti alla città, dove i pochi pescatori rimasti vanno a pescare...

"Io a Messina ci torno poco, soltanto perché ci sono i miei genitori", racconta triste Antonio, "perché ogni volta che scendo giù mi prende una rabbia, ma una rabbia...". Insomma, Antonio è un clandestino in una città distrutta dalle connivenze con la criminalità, dal clientelismo, dove vivere è complicato, avere una coscienza critica quasi impossibile, un caso, una rara mutazione genetica, "una malattia rara", spiega lui. Per questo ha deciso di "emigrare": non molto lontano, certo, a Roma, ma anche qualche centinaia di chilometri possono voler dire tanto in un'italia a due velocità, dove una parte del Paese (quello di cui si riempiono la bocca i nostri bravi patrioti) é sola, abbandonata.

Mi parla di quell'angolo così pittoresco di Messina, la parte della città dove stavano i pescatori: "E' bellissimo, un posto incantevole. Eppure la gente se ne frega, lascia rifiuti da tutte le parti, non gli importa di rovinare tutto...". Ma nonostante la rabbia Antonio è lucido: "Se il comune desse il buon esempio, se si preoccupasse di educare la gente al rispetto di quello che è di tutti; se l'amministrazione si preoccupasse di tenere pulito e fosse la prima a rispettare l'ambiente, a dare il buon esempio, probabilmente la gente si comporterebbe diversamente". E' il contesto che crea i comportamenti negativi: "Molti di coloro che se ne fregano di buttare in giro i rifiuti, poi quando magari vanno al Nord si guardano bene dal fare la stessa cosa".

Invece al Nord i rifiuti glieli portiamo al Sud...

Ora Antonio si occupa di Ecomafie.

E comunque sono sempre i migliori ad emigrare.

dom 12 lug 2009 20:42 | 2 commenti (03.08.09 10:13).

Commenti (2)

1. ettoreparis (lunedì 13 luglio 2009, 16:49)
Antonio è proprio una bella persona, il racconto stringe il cuore, eppure... eppure non sono d'accordo. Se i messinesi se ne fregano della loro città, è utopistico sperare che gliene importi agli amministratori da loro eletti. E' la democrazia, baby: ognuno ha i politici che si merita. Anche se a pensarci, può venire da piangere; o da emigrare.
2. Mattia (lunedì 3 agosto 2009, 10:13)
Certo che il cambiamento deve venire da ciascuno, ma ognuno è il prodotto del mondo in cui vive. Se vivi in un posto in cui non vi è nessun rispetto per ciò che è pubblico e questo non rispetto viene prima di tutto da chi ha il potere di dare l'esempio, uno viene alla luce al mondo civile pensando che quella sia la normalità. Eppure la forza dell'essere umano sta proprio nella sua capacità di imparare...
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