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Home > QT n. 5, maggio 2010 > Una storia di ordinaria discriminazione

 Lettere e interventi

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1 maggio 2010
di Sergiy Sakharov
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Una storia di ordinaria discriminazione

Indice:

Storie simili accomunano tantissime persone che abitano in Italia da anni, che lavorano onestamente, pagano le tasse e i contributi, hanno questo benedetto “permesso di soggiorno” e che in un attimo, per un qualunque motivo, viene loro negato. Questa storia potrebbe ripetersi a ognuno di noi, potrebbe riguardare tutte le persone che hanno solo una colpa: quella di essere extracomunitari, di non avere, cioè, la cittadinanza di uno Stato membro dell’Unione Europea. E non importa se si abita da anni in Italia, se si lavora onestamente: può sempre arrivare il giorno in cui ti verranno a prendere e a buttarti fuori. La causa per cui la storia si ripete è una sola: l’esistenza di una legislazione italiana discriminatoria verso gli immigrati, in particolare la combinazione della legge Bossi-Fini con il cosiddetto “pacchetto sicurezza”.

La protagonista di questa storia, Lira Akhmetchina, nel 2000 riesce a ottenere il primo permesso di soggiorno. E l’anno dopo l’anno continua a lavorare in Italia, rinnovando i documenti. Nel febbraio del 2007 Lira presenta domanda per il rinnovo del permesso di soggiorno alle Poste, allegando alla documentazione un contratto di lavoro regolare come badante. La signora risiede a Vasto, perciò la domanda viene inoltrata alla questura di Chieti. Per un motivo incompressibile la pratica, però, finisce alla questura di Pescara. Qualche mese dopo aver presentato i documenti per il rinnovo del permesso, Lira trova impiego come cameriera in un bar-ristorante della sua città. Tuttora continua a ricevere la sua busta paga, a pagare le tasse e i contributi. Però non si trova più in Italia.

Nel gennaio del 2009 deve a lasciare l’Italia per un mese, per partecipare ai funerali del padre. Poi riparte; passa tranquillamente tutti i controlli della polizia di frontiera e rientra in Italia con la ricevuta del permesso timbrata. Tutta la sua vita si svolge con il ritmo abituale: lavoro nel ristorante, speranza di risparmiare, ecc... Fin quando nel maggio del 2009 viene multata dai carabinieri della stazione di Vasto per un divieto di sosta. Ricevendo la multa, Lira firma anche una ricevuta presentata dai carabinieri. Sicuramente si trattava della ricevuta per la multa, almeno così hanno inteso la signora e un suo amico italiano presente in quel momento. Nei mesi successivi Lira effettua alcune telefonate al servizio informazioni per il rilascio dei permessi di soggiorno e riceve sempre le stesse risposte: la sua pratica è ferma all’esame della questura di Pescara. Lira combatte con i problemi quotidiani della sua vita e non presta tanta attenzione a questo fatto. La sua tranquillità s’interrompe il 20 gennaio 2010. Gli stessi carabinieri che l’avevano multata nel maggio del 2009, ripetono la sanzione per la stessa auto: questa volta la macchina è parcheggiata con un contrassegno d’assicurazione scaduto. La vettura viene rimossa e Lira arriva alla stazione dei carabinieri di Vasto per i chiarimenti. I militari controllano i suoi documenti e vedono una ricevuta di presentazione del permesso di soggiorno, avvenuta 3 anni prima. La donna torna dai carabinieri la mattina seguente, verso le 9, ma viene trattenuta fino alla sera, senza nemmeno la possibilità di mangiare. In serata viene caricata su un veicolo e spedita al centro di identificazione ed espulsione di Roma. Non le permettono di tornare nella sua casa di Vasto per prendere documenti, vestiti, oggetti personali. Spiegano che la questura di Pescara non aveva rinnovato il suo permesso e che il prefetto di Chieti il 21 gennaio avrebbe emesso un decreto d’espulsione.

La donna rimane nel Cie fino al 2 febbraio scorso. Il suo datore di lavoro nomina un’avvocato che viene a sapere che Lira Akhmetchina avrebbe ricevuto un’avviso del mancato rinnovo del permesso di soggiorno nel maggio del 2009 (quando aveva firmato la ricevuta per la multa). Non avendo ottemperato a questo ordine ed essendo rimasta in Italia, è diventata automaticamente clandestina. Il 2 febbraio la signora viene così imbarcata su un aereo che la porta a Mosca, in una città con un freddo da trenta sotto zero, dove non conosce nessuno e che dista 2.500 chilometri dalla sua città natale.

Espulsa senza un euro, senza nessuna possibilità di prendere i suoi risparmi, i suoi vestiti, tutto quello che aveva messo da parte nei 12 anni della sua permanenza in Italia, senza possibilità di riscuotere i 10 anni dei contributi INPS, senza poter continuare sua vita privata.

Questo è il trattamento riservato agli immigrati dalle leggi vigenti. Leggi che operano come una specie di leggi razziali, che sono dirette contro tutti gli immigrati, e non contro quei pochi che delinquono. La storia di Lira dimostra anche l’inutilità di queste leggi per la pubblica sicurezza, perché fanno delle persone che onestamente lavorano e vivono in Italia le prime vittime di questo sistema.


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