Filmfestival: fra tradizione e novità

Senz’altro un appuntamento internazionale, e di significato culturale e popolare, l’evento annuale costituito dal Festival della Montagna, da poco conclusosi, dato il numero di paesi di tutto il mondo presenti con le loro opere cinematografiche (proiettate 71 pellicole da 29 paesi, 213 quelle da selezionare), ma soprattutto un appuntamento trentino, molto amato dai trentini. Essi fedelmente di anno in anno lo sostengono con affluente presenza ed entusiasmo nel corso di tutta la sua durata, con assoluta predilezione per la attesa serata alpinistica, quest’anno in onore dell’Everest, celebrato, in tutto il suo fascino tragico e trionfale, attraverso la storia del suo rapporto con l’uomo da quando questi ha dato inizio alla sfida.

"Schwabenkinder", di Jo Baier, vincitore della Genziana d’Oro Città di Bolzano.

Anche quest’anno l’amore del pubblico è stato animato, in una lodevole cura di equilibrare tradizione e novità, da piccole modalità portatrici di nuova linfa sia nella sezione cinematografica, per consuetudine la più significativa e coinvolgente, sia nelle manifestazioni collaterali, dai plurimi interessi: entrambe ricche e variegate, ma per lo più all’insegna di uno stile asciutto e svelto, senza dispersioni o ridondanze; entrambe tese a evidenziare la complessità della modernità, che si è diramata nel rapporto uomo-natura, rendendo irta di contraddizioni, e forse utopica, l’attuazione della bella idea "sviluppo sostenibile", e che si dibatte tra tenuta di vecchi valori, irrinunciabili e sapienti, e nuove lusinghe carenti di lungimiranza.

Sono proprio questo tratto di essenzialità e i progressivi innesti innovativi, in questo organismo con 51 anni di vita, che riescono a mantenere vivo e alto l’interesse: nulla ormai della natura e delle genti che la popolano resta più sconosciuto e strabiliante, come alle prime apparizioni e sviluppi sullo schermo; nessuno spazio è più vergine e tutto è stato esplorato, percorso, mostrato in immagini sempre più suggestive, le vette e i fondali, gli anfratti sotterranei e le altitudini ultime, i ghiacci sconfinati e le viscere dei vulcani; ma le sempre più perfette possibiltà di ripresa, offerte dalla tecnologia alla confezione di ardite e preziose immagini, consentono di ripercorrere spazi e contenuti già noti cogliendone dettagli non visti o sensi sfuggiti, nella consapevolezza acquisita della labilità del confine tra realtà e illusione di realtà.

La settimana dedicata all’evento è stata organizzata secondo la suddivisione in giornate a tema (il territori dolomitico e alpino, le montagne di ghiaccio e di pace, l’Everest...), utile al pubblico per una scelta in base ai personali interessi, ma la vera diversificazione è trasversale: tra film con la presenza di significato, rappresentato nella ricerca di un senso della vita in ogni azione e fatto, di una tensione etica che porta all’elevazione fisica e insieme interiore, e della capacità di comunicarlo, dando un’emozione duratura che sfocia in riflessione; e film che puntano invece ad una ludica spettacolarità, con riprese sofisticate e prive di valore simbolico, tese a colpire, colorando di effimero l’approccio alla montagna e alla natura in genere, estesi i due atteggiamenti a tutti gli ambiti, esplorazione, alpinismo, ambiente, sport.

Nella molteplicità di temi e di stili, in ogni sezione si trovano esempi dei due indirizzi, quindi almeno un film capace di commuovere e coinvolgere, di risvegliare il primario sentimento di una natura-essere vivente complesso che tutti gli esseri comprende, in una sottile trama di legami e relazioni, che è azzardato sovvertire, da amare e rispettare perché ognuno ne è parte ed essa è parte di ognuno. Senza per altro cadere nella retorica o nella chiusura di un mondo che è stato, e che ora però si muove in cerca di nuovo assestamento; sollecitando invece lo sforzo di individuare, unitamente al progresso della modernità, i modi più idonei e sostenibili per una convivenza uomo-natura, dove una vigile preveggenza eviti che affrettati interventi sul naturale sacrifichino, ad un vantaggio immediato ma illusorio, un esito più lento ma duraturo.

Così per la giuria, posta di fronte ad una scelta nella gamma vasta e differenziata, il lavoro di assegnazione delle Genziane è stato davvero arduo. Fra i film premiati, caratterizzati in genere da una spettacolare magnificenza iconica e curiosità tematica, ricordiamo il Gran Premio "Città di Trento" a "Your Himalaya", il migliore in assoluto, dello spagnolo Alberto Inurrategi, un lirico canto di dolore e solitudine che il protagonista, e regista, alza dopo la precoce morte in cordata del fratello nel corso del loro progetto di ascensione su tutti i 14 ottomila; dolore trasfigurato negli interrogativi, nelle meditazioni e introspezioni, nelle struggenti immagini in bianco e nero di natura e genti ivi stanziate.

La Genziana d’Oro Città di Bolzano ha premiato quale migliore film di montagna "Schwabenkinder", dell’austriaco Jo Baier, film di fiction che racconta la triste storia di Kaspar, uno dei tanti bambini poveri del Tirolo venduti ai ricchi contadini tedeschi nello scorcio ‘800-‘900, sfruttati e maltrattati come schiavi; la cruda esperienza viene rievocata in lunghi, trepidi flashback, con un uso fortemente espressivo dei canoni linguistici, che mettono a nudo la drammaticità, la sconsolante malvagità di cui l’uomo è capace, ma anche le impreviste risorse che pure un bambino sa mettere in atto.

"A man called nomad", di JAlex Gabbay, vincitore del Premio della Giuria.

Il Premio della Giuria è andato a "A man called nomad", di Alex Gabbay, che, attraverso conversazioni con i membri di una comunità nomade dell’Asia centrale, definisce la condizione di nomade, dettata sia dalla necessità di sempre nuovi pascoli per gli yaks sia da un istinto profondo che sceglie una vita erratica, nella natura, faticosa ma compensata da un appagante senso di libertà; e annota dubbi e apprensioni, insorti con l’ingresso delle nuove tecnologie, su un futuro incerto e conflittuale tra i benefìci materiali e la preziosa libertà messa a rischio.

Ai premiati si affiancano numerosi altri filmati, magari meno eclatanti nell’opulenza delle riprese, ma altrettanto avvincenti nella paziente pacatezza e nella profondità della significazione, evidenti nella messa in scena di percorsi e ricerche, in cui l’inscidibile intreccio cammino fisico-cammino spirituale è tenuto saldo sui requisiti-base di consapevolezza, rispetto, senso del limite. Ricordiamo ad esempio i film girati sulle cime estreme dell’Himalaya, privilegiati quest’anno l’Everest e il Nanga Parbat, con le belle retrospettive sulla loro storia alpinistica, riserve di grandi gioie e dolori, nel confronto tra l’audacia umana e una natura proibitiva che talvolta accoglie e talvolta ingoia chi la penetra troppo nel cuore; e quelli girati nella tundra ghiacciata o sui ghiacci artici, lande mute, dove il bianco e l’immobilità sembrano la non vita, che invece persiste nascosta, trovata e preservata dallo studioso che aderisce a quegli spazi senza tempo, o dalle piccole tribù di nomadi che vi si sono sincronizzate; e i documentari sulle Dolomiti e sull’ambiente alpino, che illustrano le problematiche comuni a queste aree, i cui sistemi montuosi sono ecosistemi molto sensibili, di primaria importanza come fonti d’acqua e d’energia, come habitat di numerose specie animali e vegetali, come luoghi di cultura e bellezza, e che ora versano in condizioni rischiose e richiedono urgenti e intelligenti interventi, per frenare il degrado antropico che accelera i mutamenti naturali.

Menzioniamo quindi tutta la sezione dedicata alla fiction, quest’anno tornata in pieno vigore con 11 film, di cui alcuni, pur se appesantiti da qualche lungaggine e ingenuità ovviabili con tagli appropriati, sono avvincenti, sia per le storie pregnanti, sia per i modi stilistici e le interpretazioni, che si fanno veicolo vivo del senso del film e della poetica del regista; col risultato di un buon intrattenimento dovuto al connubio di qualità e gradevolezza (ad es., "Der Ring des Buddha", "So weit di Füsse tragen", "Yönden").

Ricordiamo infine, per la sua eccezionale riuscita, la serata a conclusione dell’Everest Day, con la presenza e le testimonianze vive di ospiti ambiti, i grandi alpinisti, vecchi e giovani, che, una o più volte, con o senza ossigeno, hanno raggiunto i 14 ottomila del mondo, e con una sala stipata di caloroso pubblico: una serata di alpinismo e di cinema, con gli interventi di forte empatia di Kurt Diemberger, presidente della giuria, e grande alpinista, denominato anche "cineasta degli ottomila", per aver per primo filmato col sonoro la vetta più alta del mondo, e di Leo Dickinson, cineasta abituale sul "tetto del mondo", che ha presentato il suo "A love affair with Everest", un inedito montaggio di immagini sbalorditive, tratte dai suoi molti documentari, girati negli anni, su quelle altitudini. E con la brillante partecipazione di Reinhold Messner, che, tra i vari attributi costitutivi della sua versatile personalità, annovera pure quello dell’intrattenitore, capace di polarizzare, in ore di inoltrata serata, l’attenzione di un uditorio di mille persone, narrando con essenzialità, immediatezza e con la suspense di una grande avventura, la storia dell’Everest dai primi approcci alla prima conquista della vetta da parte di Edmund Hillary e dello sherpa Tensing Norgay il 29 maggio 1953. Dopo la cronaca, con pari vivacità e convinzione, Messner esprime il disappunto per l’abuso cui è approdato un afflusso turistico divenuto ora commerciale e massificato, persino in questi luoghi una volta inavvicinabili; e auspica maggiore rispetto per quella Montagna, per i popoli del Nepal luogo sacro dove danzano gli dei, e maggiore consapevolezza dei limiti, che non vanno mai superati, se si vuole il ritorno a valle, così che l’impresa alpinistica possa tramutarsi in esperienza positiva di vita, personale, ma anche da trasmettere e partecipare ad altri.

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