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Detenuti: in cella e fuori

Attività in carcere e recupero. Intervista ad Antonella Forgione, direttrice dimissionaria del carcere di Trento, e a Fabio Tognotti, direttore della Associazione Provinciale di Aiuto Sociale

Nel corridoio, una fila di porte chiuse. Alle 14.05 il silenzio si rompe con voci dai piani inferiori. Telefoni squillano. Qualcuno fischia per le scale. Poi, in uno degli ultimi giorni come direttrice del carcere di Trento, mi accoglie la dottoressa Antonella Forgione.

“Il carcere italiano - mi dice - è un contenitore di contraddizioni sociali: la maggior parte dei reclusi sono immigrati, irregolari. Poi ci sono sempre più persone con disagi psicologici e psichiatrici e con trascorsi di dipendenza. Il carcere dovrebbe essere l’extrema ratio, dopo che si sono esperite le altre strade, mentre oggi ci si finisce con facilità, come testimonia il turnover dei soggetti che entrano ed escono. Comunque, le ultime normative sono volte a decongestionare gli istituti penitenziari”.

Nella popolazione detenuta che incontra, cosa trova?

“Qui la popolazione è di circa 270 uomini e 15 donne, il 75% sono stranieri; i reati principali sono spaccio di droga e furti, con pene inferiori ai 5 anni. Qui vedo miseria e povertà personale. Spesso si tratta di stranieri con difficoltà ad esprimersi e afflitti da bisogni minimi, dai soldi per le sigarette a un cambio di biancheria. E per soddisfarli vengono risucchiati nel circuito criminale”.

Antonella Forgione (da Vita Trentina)

Quando ho cominciato, nel ‘94, non c’era il sovraffollamento di adesso. Si investiva di più e si poteva fare di tutto. Prendiamo il lavoro penitenziario: è fondamentale per valorizzare la persona. Nelle attività interne i detenuti sono pagati dallo Stato, ma rispetto a 10 anni fa il budget si è ridotto di tre quarti: come si fa a valorizzare le persone e far loro svolgere un lavoro? Pensiamo alla cucina, dove i detenuti cucinano per altri detenuti; ai lavori di manutenzione ordinaria, come la tinteggiatura, il cambio di lampadine, la pulizia degli ambienti comuni. Il guadagno consente ai detenuti anche di accedere al sopravvitto, cioè la rivendita interna di generi di conforto. Ma senza soldi tutto si riduce, vanificando sia il valore del lavoro che quello della persona. Inoltre, non potendo lavorare, le persone rimangono rinchiuse. Ma qui, lo dico con orgoglio, abbiamo persone dedite all’artigianato, all’imprenditoria, alla cooperazione. Per esempio, avendo una lavanderia industriale interna, collaboriamo con la cooperativa Venature, che ha in uso i nostri macchinari e svolge attività di lavanderia per comunità, case di riposo, ecc”.

Che altre iniziative di lavoro e rieducazione conducete?

“Abbiamo un progetto di lavoro con la cooperativa Kinè per la digitalizzazione dell’archivio cartaceo dell’ufficio delle acque pubbliche. Vorrei poi realizzare un progetto nella ristorazione, ma non trovo partner imprenditoriali disposti a limitarsi al cibo che ci arriva da un fornitore che ha l’appalto per il Triveneto. Il rapporto con il pubblico e la cooperazione è migliorato, ma in questo territorio non è facile attivare progetti con le imprese, forse anche per la congiuntura attuale. Noi dipendiamo ancora dai regi decreti, secondo cui un carcere non può fare profitto. Ciò significa che se ho degli introiti devo rendere i miei profitti allo Stato. Con un budget maggiore potrei fare altro. Per avere modelli funzionanti si dovrebbero aumentare le possibilità di autofinanziamento: sia con lavori per il carcere che per conto terzi. Purtroppo l’80% delle strutture italiane sono obsolete, e dopo la legge 626 sulla sicurezza sul lavoro molti progetti hanno dovuto chiudere. L’ordinamento italiano si basa sul recupero e il reinserimento della persona, ma la realtà è distante dall’ideale, perché mancano gli strumenti”.

“Il carcere? Un cassonetto per l’indifferenziata”

Nella sede di Vicolo S. M. Maddalena incontro Fabio Tognotti, direttore di Apas, (Associazone Provinciale Aiuto Sociale), che promuove e coordina attività di sostegno, cura e accompagnamento di volontari e operatori impegnati a favore di detenuti ed ex detenuti e delle loro famiglie, nonché iniziative di formazione. Gli sottopongo alcune delle questioni sollevate con la dott.ssa Forgione.

“Noi vediamo il carcere come un bidone - mi dice - Io lo chiamo ‘l’indifferenziata’, perché ci finisce di tutto. L’eterogeneità dei problemi è tale che non esistono proposte standard. Un dato frequente, è che queste persone hanno una scolarizzazione molto bassa. La cultura aiuta a riflettere, a valutare le opportunità. Un altro dato che raccogliamo all’Apas è la problematica al momento della presa in carico: fra le categorie più frequenti abbiamo il tossicodipendente e l’alcolista. Molti tossicodipendenti preferiscono il carcere alla comunità, perché il carcere è disimpegno. Vuol dire non dover affrontare le proprie responsabilità, non fare sacrifici. Poi abbiamo una minoranza di disagio psicologico e situazioni di emarginazione cronica: persone che provengono dalla strada e che, finito il carcere, vi tornano. Infine, ci sono situazioni che definiamo ‘disagio relazionale famigliare’, dove emerge che la difficoltà di avere delle buone relazioni è determinante per una vita ai margini”.

E nella popolazione detenuta che incontra, cosa trova?

“Molti migranti, spesso giovani. E il giovane è più predisposto al reato, perché non ha niente da perdere, non ha una professionalità o una competenza, non ha una residenza, non ha un contatto col territorio, non ha nulla. I dati del 2011 ci dicono che la categoria 19/29 anni è composta, se ben ricordo, da 59 persone, di cui 36 sono straniere. Poi abbiamo altre due categorie, i 30/39 e i 40/49, composte anche quelle da circa 60 persone.

Cosa fa un ex detenuto nella sua prima ora libera?

“Se ha casa, o ha qualcuno, va a casa. Se non ha niente e conosce l’Apas viene qua e chiede aiuto. Noi lo mandiamo a un dormitorio pubblico, e da lì, con l’assistente sociale, si cerca un’altra sistemazione. Se è uno straniero può essere che torni al suo paese o sia espulso. Di certo il detenuto è un cittadino e il cittadino ritorna in città. È per questo che il reinserimento va fatto: la pena finisce e nella tua città devo trovare gli strumenti per reinserirti. Ma purtroppo la parte rieducativa spesso non viene fatta, per incapacità strutturale e di sistema: mancano idee, visioni, finanziamenti, intenzioni, visioni politiche, valutazioni culturali di una società che non sa immaginarsi senza il carcere”.

Cosa significa rielaborare il reato, per la persona che è stata in carcere?

“Di solito gli ex detenuti ci dicono: ‘Datemi casa e lavoro che noi risolviamo tutto’. Noi rispondiamo ‘No, li avevi anche prima, casa e lavoro, e non hai risolto molto’. Autonomia, libertà, emancipazione sono faticose, e purtroppo loro hanno dimostrato di non sapersi gestire. Perciò cerchiamo anzitutto di spezzare questa fantasia ricorrente, coltivata anche dall’isolamento, guardando il mondo da una finestra. Un riscontro si ha solo quando si esce dal carcere. La casa e il lavoro che noi diamo non bastano per diventare autonomi. Inoltre, mancano le forme di riscatto sociale. Molti detenuti vorrebbero ‘riparare’ - e sarebbe il senso di civiltà più alto - perché se dopo aver fatto del male posso chiedere scusa, ne esco diverso. Io mi sento meglio, e tu non ti senti più in pericolo, afflitto da un trauma che non superi. Tanti ex detenuti chiedono questo”.

Quali sono le ricadute sui famigliari dei detenuti?

“In certi casi fanno parte del problema, in altri sono una risorsa. Il carcere lo sconta chi ha commesso il reato, ma la pena la paga anche la famiglia. L’umiliazione di vedere il proprio congiunto sul giornale... All’APAS non giudichiamo. Non ci interessa il reato, ma che la persona vi abbia riflettuto e creda che in un progetto fuori dal carcere sia possibile riparare, attenuare il disagio provocato e ricostruirsi, con la famiglia o senza, nuove opportunità. Le statistiche confermano che chi fa bene un progetto di misura alternativa al carcere non torna a delinquere, la recidiva è bassissima. Per chi invece non ha niente da perdere, la recidiva è molto alta. Nell’85, quando l’Apas è sorta, non avendo altri referenti i famigliari venivano qui (eravamo vicini al carcere di via Pilati).

Col tempo, il terzo settore ha avuto un importante sviluppo e la risposta del volontariato ha determinato le prime forme di mutualità. È stata una spinta appoggiata anche dall’amministrazione pubblica, che l’ha sostenuto e ha implementato le forme di sussidiarietà. Non dimenticando che ci sono i famigliari dietro ogni reato, insieme al gruppo di lavoro Conferenza Regionale Volontariato Giustizia (CRVG), abbiamo avviato un progetto sperimentale creando uno sportello di accoglienza presso il carcere. Col benestare dell’amministrazione penitenziaria, 5 volontarie durante i turni dei colloqui, il mercoledì e il sabato, forniscono informazioni che la stessa amministrazione penitenziaria ha necessità di dare.

Il progetto è stato anticipato da una attività di formazione ai volontari, fornita anche, con soddisfazione, dalla direttrice del carcere e dal comandante degli agenti di polizia penitenziaria. Il riscontro dopo il primo mese è molto positivo. Sia chiaro: tutti i volontari sono tutelati, non mandiamo allo sbaraglio nessuno. E in particolare, questo servizio viene fatto con i famigliari, non con i detenuti”.

Insegnare in carcere, un mestiere difficile

Luca Facchini

Nel 2006 è stato attivato un laboratorio di assemblaggio, su iniziativa del consorzio Con.Solida e la collaborazione delle Cooperative sociali Kaleidoscopio e Alpi. Attualmente coinvolge 30 detenuti. I partecipanti ricevono una “borsa di tirocinio” pari a 2 € per ogni ora di effettiva presenza al corso di formazione

Quello dell’insegnante è un mestiere ricco di soddisfazioni quanto complesso. Lo sa chi ha a che fare quotidianamente con bambini e adolescenti. E lo sa bene anche chi porta la professione all’interno delle strutture carcerarie, dove alle difficoltà del caso si aggiungono complicazioni che non hanno bisogno di spiegazioni.

La casa circondariale di Trento ospita per il 70% detenuti stranieri, con estrazioni molto diverse per lingua, cultura e livello di istruzione. Ciò non può che aumentare le criticità dell’insegnamento, rendendolo al tempo stesso - però - appassionante.

L’offerta formativa del carcere trentino si è articolata, nel tempo, su diverse attività. Alcune delle quali organizzate da istituti scolastici provinciali, come i corsi di alfabetizzazione, i corsi delle 150 ore per il conseguimento della licenza media o i corsi sperimentali per geometri; altre gestite da realtà diverse: è il caso dei laboratori di assemblaggio proposti dalla cooperativa Kaleidoscopio, o dei corsi di formazione professionale (cucina, biblioteca, sanificazione e teatro) gestiti da Consolida e finanziati dal Fondo Sociale Europeo. Ebbene il sistema, poggiato probabilmente su equilibri delicati, ha iniziato a scricchiolare già da un po’ di tempo. E per varie ragioni.

Prima di tutto, si è creata una spaccatura tra servizio pubblico e offerta privata. In un certo senso, il pubblico (ossia l’insegnamento provinciale) si è fatto finora carico delle richieste più difficili, lasciando al privato quelle più gratificanti. Non si può dire che il privato abbia tolto il terreno da sotto i piedi al pubblico, perché ha organizzato (e organizza) attività aggiuntive. Ma queste ultime hanno il vantaggio di garantire una minima retribuzione ai detenuti: da questo punto di vista, la concorrenza è impari. Oltretutto, le attività non strettamente scolastiche offrono alla direzione del carcere una vetrina sull’esterno ben più accattivante dei corsi di alfabetizzazione, e diventano quindi più “interessanti” per chi amministra il carcere.

Una direzione discutibile

Il vero tasto dolente è stato, finora, proprio questo: la direzione del carcere. Autoritaria per certi versi, a detta di molti; elusiva per altri. In tal senso le accuse, più o meno velate, alla direttrice Antonella Forgione non sono mancate. Non ultime quelle del consigliere provinciale Mattia Civico, che a mezzo rete ha definito l’attuale gestione “chiusa, arrogante, incapace di valorizzare pienamente le risorse presenti sul territorio, disinteressata alla collaborazione con insegnanti, medici, inutilmente meschina”.

Le parole di Civico sono il corollario alla notizia che Antonella Forgione sta facendo le valigie, destinazione il Provveditorato di Padova, per “motivi personali e familiari”.

Quasi un commiato dovuto. Nella sua permanenza in Trentino, in effetti, la direttrice non si è distinta per apertura di vedute, e ha piuttosto mantenuto un approccio improntato alla sicurezza. Che non ha risparmiato neppure gli insegnanti: limitazione dell’accesso alla biblioteca, divieto di spostare materiale didattico da un’aula all’altra, perquisizioni, la compagnia di una guardia per andare alla toilette: la lista delle restrizioni è lunga e penosa. Così come quella delle apparenti violazioni. Il trasferimento di un detenuto che sta facendo un percorso scolastico richiederebbe, per esempio, un accordo con l’insegnante che lo segue, ma ciò spesso non è avvenuto, negli ultimi tempi, grazie al paravento dei “motivi di sicurezza”.

Gli insegnanti sono anche stati informalmente esclusi dal Gruppo di Osservazione e Trattamento (previsto dal Ministero della Giustizia) che si dovrebbe prendere cura della rieducazione del detenuto, e le loro richieste di verifiche in commissione didattica non sono andate a verbale.

Pur negandosi al confronto, la direttrice è entrata anche nel merito dell’organizzazione dell’attività scolastica. Limitando l’orario di lezione al mattino (motivo per cui l’istituto “Pozzo” quest’anno ha rinunciato ad attivare il proprio corso sperimentale). E rendendo difficile l’attivazione di nuovi moduli didattici. Quest’ultimo aspetto rappresenta un paradosso, considerato che la formazione in carcere è formazione per adulti: non si può pensare che i detenuti possano affrontare una lezione frontale di stile scolastico classico. Devono piuttosto poter costruire il loro eventuale diploma attraverso una composizione di competenze. Tanto più se si parte dal presupposto che molti dei detenuti a Trento scontano condanne brevi e che il forte ricambio rende difficile una programmazione su lungo periodo.

All’inaugurazione dell’anno scolastico 2010/2011 veniva espresso “l’augurio di un rapido passaggio nella nuova sede di Spini di Gardolo con spazi certamente più dignitosi degli attuali anche per le attività scolastiche e laboratoriali riservate ai detenuti”. Entusiasmo azzardato, si può dire col senno di poi.

La Provincia, tuttavia, ha investito nel carcere, ha determinate competenze su di esso (vedi salute), e quindi ha il margine per avanzare pretese di opinione sulla gestione e sulla condotta della direzione. Non a caso, da tempo è previsto un protocollo d’intesa tra casa circondariale e Provincia, nel quale definire gli obiettivi e i contenuti delle attività scolastiche e formative e le responsabilità. Il protocollo, però, ha stentato a decollare, e forse non è fatalità che l’assessore Dalmaso non abbia partecipato all’inaugurazione dell’anno scolastico 2011/2012.

A che serve il carcere?

L’istruzione, d’altronde, è alla base della presa di consapevolezza sociale e quindi di una possibile rieducazione. Il riscatto passa attraverso di essa. Il vero carcere modello, in questa ottica, non è quello in cui il detenuto sta come in albergo, ma quello in cui capisce il senso della sua detenzione. Ora come ora invece il carcere italiano, salvo alcune virtuose eccezioni, non assegna né concede responsabilità al detenuto, relegandolo in una specie di limbo senza futuro.

Il fallimento risiede nella diffusa concezione punitiva, e non rieducativa, della struttura carceraria. Oggi chi esce di galera porta con sé le stesse magagne e lo stesso stigma di quando è entrato, ma amplificati. Il tasso di detenuti da tempo non occupati prima dell’ingresso in carcere è altissimo e per come stanno le cose il loro futuro, una volta usciti, non pare destinato ad essere diverso. Come può infatti un individuo stare in società, lavorare, muoversi d’attorno se non conosce il linguaggio del mondo che intorno si muove, lavora, vive?

Eppure il carcere fa parte della società. E ne condivide i dissidi e le contraddizioni. È un simbolo di decentramento e di emarginazione di ciò che non ci piace: una struttura che stava nel centro storico, a pochi passi dalle piazze principali, ed oggi è una lunga muraglia bianca alla periferia nord della città. Una struttura tutta nuova utilizzata al minimo delle sue possibilità. Una struttura lontana e chiusa alla cittadinanza.

Ma il carcere è anche uno scenario di poteri contrattuali: scarso quello dei detenuti, confrontabili fra loro quelli della polizia e della direzione. Sotto questa luce è interessante il ruolo delle guardie, che smettono di essere un tutt’uno con l’istituzione e assumono una posizione individuale e attiva: interagiscono con i carcerati e possono essere d’accordo o in contrapposizione col direttore. Più spesso in contrapposizione, di questi tempi. Oggi il trattamento nelle carceri, infatti, è impostato sulla sicurezza; la polizia non deve tutelare la “clientela” (i detenuti), quanto piuttosto garantire che tutto fili liscio. Le guardie sono formate alla custodia: quasi al conflitto perenne con i detenuti, al punto che fra gli agenti c’è diffidenza verso i colleghi troppo “morbidi”. In questo scenario, l’endemico sovraffollamento e la carenza di personale di polizia creano inevitabili tensioni e quindi un rilevante problema sindacale.

Per gestire una situazione così complessa servirebbe un progetto organico. Quello che probabilmente finora, sacrificato sull’altare di una ambigua ricerca di visibilità, è mancato a Trento. Chissà che il cambio di direzione non possa segnare anche un cambiamento di rotta.

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