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A letto con l’assassino

Chi la compra e chi la vende. Chi ama e chi uccide. La prostituzione oggi.

Claudio Ghesla

Il 31 dicembre 2011 Claudio Ghesla, di Calceranica, imbianchino, residente a Madonna Bianca, 49 anni al momento del delitto, ha ucciso a bottigliate in testa la sua fidanzata Sara Márquez Micolta. Sara, colombiana, di 28 anni, si prostituiva a Bolzano e, da poche settimane, anche a Trento, in un appartamento in via Brennero.

Sara Márquez Micolta

Ghesla è stato condannato a 16 anni per omicidio volontario. Agli inquirenti ha detto di essere talmente invaghito di Sara da averle dato 5.000 euro da inviare ai genitori in Colombia. La sera dell’omicidio, dopo una lite, Sara lo aveva umiliato: “Sara ha riso di me. Ha detto che le avevo già dato un sacco di soldi e gliene avrei dati ogni volta che avesse voluto. Ha detto che io dipendevo da lei”. Nella rubrica del telefonino di Sara Ghesla era registrato col nome “Amore”.

Kevin Montolli

Il 9 settembre 2012 Kevin Maximilian Philippe Montolli, di 19 anni, apprendista panettiere meranese residente a Bolzano, ha ucciso la prostituta bulgara Svetla Fileva, di 30 anni, (di cui pare fosse cliente abituale), ai Piani di Bolzano. Montolli ha ammesso: “Mi ha deriso e l’ho colpita”. 27 coltellate perché lei si è rifiutata di restituirgli i soldi di un rapporto non consumato.

“Liebe tut weh”

“L’amore fa male”, ha scritto Montolli sulla sua pagina Facebook, a sintesi di una situazione famigliare difficile e di un fallimento amoroso. Quanto a Ghesla, una separazione alle spalle, un’abitazione ricavata da un garage, una concatenazione di delusioni. L’amore fa soffrire. Tanto da giustificare un femminicidio?

L’assonanza di situazioni e tragicità, secondo il parere dello psicologo trentino Dott. Franco Corelli, culminanti nella spinta omicida, difficilmente può essere scissa da casi depressivi: per chi tende a vivere le relazioni senza autonomia, finendo con l’appoggiarsi totalmente all’altro, “la reazione omicida può essere letta alla luce di una sofferenza causata da un rifiuto della persona a cui ci si appoggia, o dalla mancata soddisfazione di un bisogno immediato. Ciò può suscitare un’angoscia improvvisa, a cui può seguire una reazione violenta, causata dalla frustrazione”.

È probabile, prosegue lo psicologo, che in entrambi si siano riscontrati precedenti atteggiamenti impulsivi, scarsa capacità di contenimento e mediazione, ma anche chiusura, fallimento e inutilità. “Nella depressione c’è anche una componente emotiva aggressiva. La scarsa capacità di contenere la frustrazione e il senso abbandonico di fronte alla perdita di una persona potrebbe aver scatenato la violenza in questi due casi”. Nell’ipotesi del dott. Corelli il non riuscire in un atto sessuale, (che comporta una certa componente di aggressività), potrebbe aver frustrato e reso violenti soggetti già molto provati nell’immagine di sé, come Montolli e Ghesla.

Prendi una donna, trattala male...

Che l’aggressività dei clienti di prostitute sia sempre più diffusa lo confermano all’unanimità le operatrici della Lila (Lega Italiana per la Lotta all’Aids) di Trento: i rapporti sessuali sono sempre più veloci e spersonalizzati, le richieste di sesso violento e non protetto sempre più frequenti. Con la scusa della crisi, i clienti giocano al ribasso, passando da una prostituta all’altra in cerca del prezzo migliore e della maggiore disponibilità. Anche al rischio. Fino a qualche mese fa una “prestazione standard” costava 50 euro. “Adesso per 20 euro ti chiedono anche il sesso anale”, lamentano molte donne. Per la stessa cifra molti chiedono rapporti non protetti, che fino a due o tre anni fa costavano almeno 200 o 300 euro.

A Trento, le donne su strada sono circa 200, “stima approssimativa”, precisano alla Lila; numeri in calo negli ultimi due anni, in particolare di donne nigeriane, albanesi e italiane; è stazionaria la presenza di donne sudamericane, ovvero colombiane e dominicane.

Alla nazionalità spesso è connesso un sistema gestionale: dietro le prostitute rumene e albanesi c’è quasi sempre un fidanzato o un marito che, previo sagace corteggiamento in patria, alletta la fidanzata con la prospettiva di una vita agiata, abiti, gioielli, un’auto, una casa. Poi la donna arriva in Italia e va a battere. Per amore. Per amore? La prostituzione diventa un lavoro che permette una vita benestante ed eventualmente il ritorno in patria con una buona disponibilità economica.

Che la prostituzione sia redditizia non è una novità; la cosa emerge anche dalle episodiche notizie sulle studentesse e casalinghe più o meno annoiate o squattrinate che si danno al mestiere. Il primo sondaggio italiano condotto dal Centro di rieducazione sessuale di Mestre nel 1978 fra prostitute solo italiane elencava come primi motivi della scelta lavorativa il guadagno insufficiente e il desiderio di una vita agiata.

Guadagni facili, esentasse, allettano anche le donne sudamericane. Sposate o fidanzate a uomini che si fanno mantenere e non si intromettono, se non per portare l’ombrello quando piove, un tè caldo o un panino per spezzare la fame, lavorano in autonomia o presso tenutarie di case dove portare i clienti in cambio di “commissione”: a Trento di solito 10 euro per cliente ospitato.

Diverso è il caso delle nigeriane, spesso aggiogate alla tratta: prima di emigrare firmano un contratto e contraggono un debito che si aggira sui 50/70mila euro. Non è tanto la cifra a soggiogarle, quanto il rito magico, perché include minacce di morte, pazzia, incendio della casa, danni alla famiglia. Rispettare il contratto, dunque, diventa fondamentale per fugare il timore di sventure.

Alla Lila precisano che non sempre lo sfruttamento è brutale; anzi, molte donne condividono un buon tenore di vita col marito o con madame, a cui sono grate per averle aiutate a trasferirsi e lavorare. Quasi nessuna donna si considera sfruttata; sono donne che non parlano volentieri di sé, e men che meno dei clienti.

 Il puttaniere, questo sconosciuto

Foto, scattata presso la stazione di Trento da Lucio Tonina nel 1985, ritrae Anna mentre si esibisce per attirare clienti: verrà uccisa alcuni anni dopo nel suo appartamento.

“La presenza di una situazione affettiva stabile non sembra costituire un aspetto inconciliabile con la fruizione del sesso a pagamento”, dice l’Osservatorio sulla prostituzione del Ministero dell’Interno, (2007). Ovvero: le italiane tollerano le scappatelle con prostitute. Se in Italia se ne contano dalle 50.000 alle 70.000, (di cui almeno 25.000 immigrate, secondo la Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati, 2010), i clienti devono essere tanti. E perché di loro non si parli solo quando uccidono, sfiliamo il collo dal giogo di doppi standard morali che considerano le donne puttane e i maschi gagliardi. Un italiano su tre va a puttane: secondo il Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio, in Italia, su 25 milioni di maschi adulti, 9 milioni sono clienti di prostitute. Nel 1978 l’identikit del Centro di rieducazione sessuale di Mestre ne individuava tre categorie: sposati (55,24%), celibi (30,77%), vedovi (13,99%), perlopiù fra i 26 e i 50 anni. Abitudinari, gli italiani, se oggi i clienti sposati (o con partner regolare), tra i 23 e 50 anni, sono ancora i più comuni. Con uno o più figli, livello di istruzione basso o molto basso secondo alcuni studi; quasi sempre single, e laureati, secondo altri.

L’età, il reddito, la presenza di partner e figli incidono sulla frequenza dei rapporti sessuali, che, in media, avvengono ogni 15 giorni, illustra lo studio “How much?” condotto per la Commissione europea dalla Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità), con i ricercatori di Transcrime dell’Università di Trento e Cattolica di Milano. Le prostitute dicono che anche a Trento si sente la crisi, e il cliente abituale ha ridotto la frequentazione da una volta a settimana a una volta al mese.

Le ragazze dell’Est, e le cinesi sono le preferite, non solo perché costano meno delle italiane (e ce ne sono di più), ma soprattutto soddisfano il “bisogno di affetto e comprensione”. Anche i trans piacciono molto. Anche a Trento, dove anni fa un brasiliano che si prostituiva in zona universitaria diede la scalata al successo fra i padri di famiglia dopo essersi trovato in pareo e costume in mezzo alla folla di famiglie dirette alle feste vigiliane: “Il giorno dopo, aveva una fila di macchine!”, ricorda il sociologo Charlie Barnao.

Vari sono gli approcci psicologici dei clienti. Ci sono i “fedeli”, che hanno un rapporto regolare con la stessa prostituta, che talvolta prende il posto della moglie o dell’amante; i “salvatori”, che cercano di instaurare un rapporto caratterizzato da atteggiamenti salvifici verso la prostituta. Secondo molti operatori dei centri antiviolenza i “salvatori” sono una risorsa, perché molte ragazze vi arrivano proprio accompagnate da un cliente divenuto amico o compagno.

Vi sono poi clienti mossi da “dipendenza dal sesso”, dal desiderio di nuove esperienze o dall’esigenza di colmare vuoti affettivi. Caso a parte è l’esperienza di gruppo (o puttan-tour), che riguarda soprattutto i giovani in “goliardiche” conclusioni di serata.

Aspetto fisico, gusti erotici, nazionalità, età, colore della pelle, esotismo o razzismo: per caricare in macchina una prostituta ci sono mille motivi, ma la sua novità sulla strada (insieme alla convenienza di prezzo) è il fattore vincente: i primi due o tre mesi si lavora moltissimo. Sesso classico (46,63%), orale (25,84%), anale (15,73%) e masturbazione (11,80%), è la classifica nazionale degli anni ‘70; oggi, a Trento, le prostitute testimoniano frequenti richieste brutali o violente, più rischiose, impersonali e sbrigative.

Indifferenti, complessati, arroganti o teneri, violenti. Disabili, fisici e mentali: moltissimi uomini con problemi di salute fisica o mentale sono clienti di prostitute. Vogliono ribadire anche questo, alla Lila; e che le prostitute svolgono anche un importante ‘servizio sociale’, con una grande abilità nel gestire l’emotività di persone apparentemente normali ma sociologicamente e psicologicamente a rischio. Come Ghesla e Montolli. Se questo è vero, non è ammissibile che alle loro problematiche dessero sollievo solo Sara e Svetla.

Come interpretare quanto accaduto? Che le due donne li abbiano derisi solleva perplessità: vi si può leggere una mancanza di professionalità (deridere il cliente e offenderlo non assicura altri denari), o un moto di ingratitudine. O forse, un grossolano errore di valutazione della relazione, della persona e del rischio. Come accade in innumerevoli casi di violenza sulle donne.

 Relazioni di (che) genere?

Che per molti clienti rapportarsi con le donne sia un problema è indubbio per il presidente della Lila di Trento, Michele Poli, che rievoca la classica scissione santa/puttana. La prima è madre, sorella, amica, moglie o fidanzata. Tutte le altre, la seconda. A maggior ragione la donna di strada, esotica e dannata, “ricettacolo di una degradazione di cui ci si sente portatori e da cui consegue che il sesso è più liberatorio, anche se meno rispettoso”, osserva Poli.

Che il rapporto prostituta-cliente sia sfaccettato e complesso specchio della società lo indaga da un decennio il sociologo e docente universitario Charlie Barnao, pioniere nell’osservazione sulla prostituzione (in particolare quella sommersa) anche a Trento, nell’ambito di uno studio nazionale che in regione era commissionato dalla Provincia. Con buona pace delle “psico-lucciole”, (le prostitute un po’ psicologhe d’antan), delle femministe e dell’emancipazione femminile, egli individua nel rapporto fra cliente e prostituta anzitutto un gioco delle parti che inizia facendo gli innamorati: “Non a caso nella rituale finzione la donna si rivolge al cliente chiamandolo ‘amore mio’ o ‘tesoro’, sebbene la finalità immediata del cliente sia orgasmica (e ciò è noto ad entrambi)” - sintetizza Barnao, osservando che si assiste a una sempre maggiore impersonalità degli atti sessuali, svincolati dalla sfera affettiva.

 Colpa della liberazione sessuale, del collasso dell’istituzione famigliare, e delle difficoltà di costruzione dell’identità contemporanea: se da un lato la donna occidentale si è emancipata, in larga parte secondo modelli maschili, (spesso aggressivi), dall’altro ha perso capacità seduttiva, (che però continua a essere necessaria). Dal canto suo, l’uomo non tiene il passo, oggi gli mancano i punti di riferimento, e ha perso il controllo sulla donna. “Dunque paga per controllare il corpo della donna - puntualizza Barnao - e far sì che lei continui a comportarsi come si comportava”. Obiettivo che si realizza più facilmente con le prostitute straniere che provengono da culture profondamente maschiliste, e per questo in grado di meglio rapportarsi con gli intimi desideri dell’uomo italiano in crisi.

Molti, nello scambio di piacere, danno denaro perché non sanno dare in cambio sentimenti e comprano l’illusione di essere padroni del gioco. D’altra parte, la sessualità vissuta sempre più liberamente e precocemente non significa che si siano evolute le relazioni uomo-donna. Al contrario, il persistere della prostituzione sembra indicare una schizofrenia radicata e congenita, dove il denaro è strumento per trasformare il rapporto in puro divertimento, eliminare il rispetto e slegare la sessualità dal sentimento. L’antropologa Paola Tabet parla di “scambio sessuo-economico” tra persone assuefatte a una mercificazione generalizzata (che non riguarda solamente il sesso ma anche la cura, la salute). L’astrattezza e l’anonimato del denaro vengono assunti come condizione di libertà e reciproca autonomia: “Questa donna l’ho pagata e con ciò ho esaurito i miei obblighi”.

Sara Márquez e Claudio Ghesla erano legati da una relazione complicata da conflitti di potere, bisogno di amore e di denaro. Svetla Fileva sembra investita della “cura” emotiva di Kevin Montolli, che il coltello lo aveva sempre con sè. Secondo Barnao, per capire la prostituzione non ci si può esimere dall’esaminare le relazioni di genere: questi omicidi vanno ricondotti alla violenza sulle donne.

Il finale resta aperto e incerto. L’antico pregiudizio sulla concezione “idraulica” della sessualità maschile va in parte decostruito, perché gli uomini oggi si preoccupano del piacere delle partner, e nello scambio di piacere non tutti danno denaro perché non sanno dare sentimenti. D’altra parte, è restrittivo attribuire alla donna prostituta, migrante o nativa, l’incapacità di godere e decidere della propria sessualità.

E se la logica mercantile prevale in questo gioco di potere, chi vince? Chi paga (o ha bisogno di pagare) o chi ha qualcosa da vendere? La sessualità non necessita di essere “nobilitata” dall’amore, ma sicuramente riposizionata nella costruzione non ipocrita dell’identità e della relazione fra uomo e donna.

Il lavoro di Jenny

Jenny, (nome d’arte), è una prostituta dominicana che lavora a Trento da diversi anni. Sara Márquez, la collega uccisa a dicembre, non la conosceva. Ma con l’occasione, accetta di raccontare la sua vita professionale: lavora fino all’una di notte. Tutti i giorni, perché “se non lavoro, se vado in discoteca o a bere con le amiche, dopo mi sento in colpa e vado in depressione”. Ora che viene il freddo e le notti sono segnate dalla crisi, quasi rimpiange la “trasferta” in sud Italia dello scorso anno: per qualche settimana ha lavorato in appartamenti gestiti da donne italiane. “I prezzi erano più bassi, e i guadagni si dividevano a metà, ma il lavoro era garantito e non si stava male. Adesso i clienti vogliono spendere poco, così passano da tutte cercando l’offerta migliore. Per fortuna ho dei clienti abituali che mi fanno anche dei regali o mi danno soldi per pagare l’affitto o da mandare alla famiglia”, racconta Jenny in attesa del prossimo cliente.

L’anno scorso un cliente affezionato le ha regalato un orologio; ogni tanto la portava fuori a cena o cucinava per lei. Poi c’era un signore della Valsugana che si era innamorato e voleva essere il suo fidanzato. “Sì, certo amore che sono la tua fidanzata”- gli diceva Jenny - “Ma ogni volta che ci vediamo mi devi pagare, perché senza soldi non posso vivere”.

Jenny attira i clienti in Via Brennero e li porta in appartamento, a Trento nord. Non accetta extracomunitari e non le piace lavorare con gli annunci sui siti o sui giornali. Secondo lei non portano clienti; ma alcune colleghe e amiche che li usano raccontano di clienti che telefonano in cerca di donne incinte, di una quinta di reggiseno, di donne a cui succhiare il latte o disponibili alla “pioggia dorata”.

Jenny va a letto tardi e si alza nel pomeriggio, verso le tre. Poi va a fare la spesa, guarda la televisione, esce con le amiche a farsi fare i capelli o le unghie. Ogni tanto il marito la porta al lago o in montagna.

Le mani nelle tasche del piumino e la coda di cavallo, Jenny conclude “Mi hanno offerto un lavoro di badante, a Roma, per 1200 euro al mese. Ma io per meno di 2000 euro alla settimana non mi muovo”.

Due clienti trentini

Un cliente occasionale

“A parte essere stato qualche volta con delle prostitute da giovane, con i miei amici (ci si andava prima della discoteca) ci sono stato, da solo, un paio di volte. Una era rumena. Mi aveva raccontato che stava per andare al suo paese, dalla famiglia e mi disse che potevo andare con lei. Ma che ci andavo a fare? Comunque, andare con le prostitute non mi è piaciuto. Ho conosciuto uno che ci spendeva tutto lo stipendio, ci andava tutte le sere. Comunque non ci trovo niente di male”.

Perché non le è piaciuto?

Perché è meccanico. Non ti dà e non ti lascia niente.

Allora perchè ci è andato?

Per sfogo, era tempo che non facevo sesso.

Cosa succede con una prostituta di strada? Dove si fa sesso e come? La prostituta si adopera per farti godere?

Si tromba in macchina, o in appartamento. Fai un po’ tutte le posizioni, come vuoi. Non è come fare l’amore, ovvio. Non gliene frega niente di come ti senti. Guarda l’orologio e se in un quarto d’ora non hai finito, sono fatti tuoi, dopo un quarto d’ora passa a un altro cliente. Però so di qualcuno che ha picchiato una prostituta perché non era venuto e lei non gli voleva ridare i soldi.

Per un uomo che non è mai stato con una prostituta e ci passa davanti in strada, è forte la tentazione di provare?

Molto forte. Però dipende. Ci sono quelli che badano molto al prezzo, se si può trattare la tariffa. Allora ci si fa tentare. Oppure uno vuole provare qualcosa di diverso. O solo farsi una trombata, semplicemente perché la moglie o la morosa non gliela dà, o non ce l’ha. Io ho provato tutto. Anche i trans! Un mio amico mi disse che era bellissimo, meglio che con una donna. Così ho voluto provare. Era bello: snello, con le gambe lunghe e un viso femminile. Solo che... aveva il pene. Ma poi non è stato niente di speciale.

In base a cosa ha scelto la prostituta?

In base all’aspetto fisico. E in base al prezzo.

Un cliente abituale

M. è un cliente abituale. Non parla molto, si limita a dire:

“Ci vado almeno una volta alla settimana.. Così stacco dal lavoro. Mi diverto e mi rilasso. Non ho una donna, non ho una storia. Che me ne frega? Ho i soldi. Pago e scelgo la più figa. Mi piace e sono a posto così. Ogni tanto vado su in Austria, ci sono casini di lusso, molto belli, e donne stupende”.

Curiosità

Due italiani sue tre condannano l’andare a puttane, ma tutti gli uomini contattati negli studi nazionali sulla prostituzione si sono dichiarati favorevoli alla riapertura delle case chiuse.

L’associazione nazionale “Maschile Plurale” ha creato gruppi di auto mutuo aiuto per clienti, ex clienti e uomini con problemi di carattere sessuale e relazionale. A Trento se ne è tentato l’avvio nel 2007, ma non risulta che il gruppo sia attivo.

Il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute (CDCP), fondato nel 1982 dalla prostituta e attivista Maria Pia Covre, aiuta i sex workers e sostiene la petizione per garantirne i diritti, l’autodeterminazione e l’incolumità (lucciole.it).

“Questa società ingiuria le puttane, le occulta, le biasima, le disprezza ma dietro le porte delle puttane c’è sempre la fila” scrive Tenera Valse, insegnante di Roma diventata prostituta. Autrice del libro “Portami tante rose”, ha invitato Monti a regolarizzare il “mestiere” con Iva e fatture per aiutare a salvare l’Italia dalla crisi.

Il 17 dicembre è la Giornata Internazionale della lotta alla violenza contro i Sex Workers.

Un po’ di storia

Con decreto del 1859 Cavour autorizza l’apertura di case controllate dallo Stato per l’esercizio della prostituzione in Lombardia, per favorire l’esercito francese che appoggia i piemontesi contro l’Austria: nascono le cosiddette “case di tolleranza”, cioè tollerate dallo Stato. Ne esistono di tre categorie: di lusso, di seconda e terza categoria (popolari). Lo Stato fissa le tariffe, le norme di apertura e quelle igienico-sanitarie. Negli anni ‘30 Mussolini impone ai tenutari di case chiuse di isolare le case con i cosiddetti “muri del pudore”, alti almeno dieci metri.

Il 20 settembre 1958 le case di tolleranza vengono chiuse con la legge 75/1958 (cosiddetta “legge Merlin”, dal nome della proponente, la senatrice socialista Angelina Merlin).

Oggi in Italia la prostituzione è legale, ma non può essere organizzata né esercitata al chiuso. Punito è chi la sfrutta e la favorisce. Da 54 anni il lavoro sessuale resta quindi ai margini della legge.

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