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Un carcere diverso si può fare

L’esperienza dei detenuti-attori di Trento

“La vita è bella, se ti fai ti pentirai, ho fatto tanti sbagli, voglio cambiare./ Rinchiuso dentro queste mura sembro rincoglionito, fra’! / Ho smesso di drogarmi. Ho capito tante cose, fra’!”

È al suo primo rap italiano, F., che di solito canta in albanese, sua lingua madre. Ha un dito steccato, ma si muove sul palco come un rapper per il suo pubblico insolito. F. è detenuto nel carcere di Trento. E un centinaio di studenti di II liceo di istituti di Riva, Rovereto e Trento, i loro insegnanti e una quarantina di detenuti - i membri del gruppo di lettura, del laboratorio teatrale e della redazione in carcere (vedi in QT di aprile “Parole dal carcere”), sono il suo pubblico, la mattina del 3 maggio, nell’auditorium del penitenziario.

Fabio Cavalli, regista teatrale e co-sceneggiatore del film “Cesare deve morire”, docu-film premiato con l’Orso d’oro a Berlino e girato nella sezione di alta sicurezza di Rebibbia con un cast di detenuti-attori, è invitato dal progetto di IPRASE “Scuola d’autore” a testimoniare il successo della rieducazione e dell’arte in carcere.

Date a Cesare... da lavorare

Cavalli racconta percorsi virtuosi: persone che si trasformano, perseguendo arte, giustizia e bellezza. Incalliti mafiosi che si votano al palcoscenico e che i famigliari non riconoscono più, mentre i compagni di cella li sfottono chiamandoli “buffoni”.

Fra le centinaia di detenuti-attori, in oltre 10 anni nei laboratori di Rebibbia, la recidiva (cioè il numero di carcerati che torna a delinquere), è scesa al 5%.

I dati nazionali confermano: se innovative ed efficaci, le attività lavorative, educative, sportive e ricreative trasformano perfino violenti criminali in persone che decidono di cambiare vita e smettere di delinquere.

Gli esiti apprezzabili a Trento li illustra Tommaso Amadei, responsabile dell’area educativa: nell’anno scolastico 2012/13, 200 detenuti hanno seguito i corsi di alfabetizzazione ed altri moduli, e 50 hanno conseguito la licenza media o di geometri.

Su una popolazione carceraria maschile di 370 persone, la media annuale di detenuti coinvolti in attività trattamentali è di 350, mentre i posti di lavoro sono 87 a bimestre (il tempo medio di attesa del lavoro per ogni detenuto è di 3 o 4 mesi, contro gli 8/10 di Padova, Verona, o Treviso, vicine realtà virtuose). Progetti fervono per il futuro.

“È evidente che un solo spettacolo non cambia la personalità di un detenuto. - precisa Amadei - Il coro che viene a cantare la domenica è soprattutto un occasionale momento di serenità. Tutto si deve inserire in un percorso complessivo”.

Per chi segue attività trattamentali le statistiche italiane indicano una recidiva del 10%, e del 30% per chi trova lavoro. La realtà non è rosea, lo sappiamo e le istituzioni europee ce lo ricordano. Un detenuto trascorre mediamente in cella 20 ore al giorno, la possibilità di uscire si limita all’ora d’aria, 4 ore al giorno, spesso ridotte ulteriormente. Celle e carceri sovraffollate di immigrati irregolari, tossicodipendenti (31% dei detenuti in Italia), detenuti in custodia cautelare (40,1%), sono alcuni problemi che gravano sui circa 67.000 reclusi in Italia.

Di questi, circa 13.000 lavorano: la maggior parte (10.986) alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria; gli assunti (a tempo pieno o part-time) da imprese e cooperative sociali sono 2.215 (16,7% dei lavoranti). I dati dimostrano che il calo di un punto percentuale della recidiva equivale a un risparmio annuo per il sistema carcerario di 51 milioni di euro.

Che i detenuti lavorino conviene a tutti, dunque, anche se alle misure alternative accede solo chi ha minore “propensione a delinquere”, quindi il calo di recidiva non è interamente attribuibile al successo delle misure alternative.

“L’arte trasforma criminali in poeti sublimi”

“L’arte trasforma criminali in poeti sublimi”, dice Cavalli. Forse non sublime, ma decisamente emozionante è il canto dei musici maghrebini reclusi che chiude l’incontro: le percussioni scuotono i corpi e le differenze di ruolo assegnate dalle rigide poltroncine: agenti, studenti, insegnanti, reclusi, autorità, giornalisti. L’auditorium si chiude, mentre da una finestra aperta si intrufolano voci lontane.

A due finestre con le sbarre sono appesi indumenti colorati, un asciugamano azzurro, oggetti appaiono, indistinti, su un davanzale. Ma di aggirarsi fra celle e detenuti alcuni studenti avevano timore, raccontano in aula, al liceo Galilei dove incontriamo la classe che ha partecipato all’evento con la professoressa di latino e storia, Laura Zambanini. E si dicono stupiti della modernità del carcere, ma anche delle sue pareti spoglie, che suscitano disagio.

Qualcuno ricorda i disegni colorati nello stanzino d’attesa all’ingresso, dove i volontari accolgono i famigliari in visita, spesso con bambini: “Non avevo mai pensato alle famiglie dei carcerati - dice Antonia, - A come si sentono. E men che meno a come si può sentire un ragazzo col padre detenuto, che a scuola viene etichettato come ‘il figlio del carcerato’”.

Quando l’arte rende consapevoli

Intervista al regista Fabio Cavalli

Attinge ai classici, Fabio Cavalli, per il suo teatro con i detenuti di Rebibbia. Spesso rivisitati nei dialetti degli attori, rivivono Socrate e Giordano Bruno, che hanno rischiato la vita per quella libertà di parola che l’Occidente ha conquistato solo dopo la II guerra mondiale. Personaggi e sentimenti che, secondo il regista, un attore di accademia, se “borghese tranquillo”, non può che ripetere a vuoto, “mentre i detenuti hanno vissuto male, una brutta vita, sempre a rischio di tradimento o arresto. Perciò, mettono nelle parole dei grandi autori una biografia personale ricca, pericolosa, angosciante”.

Non in cerca del sublime, i reclusi di massima sicurezza si avvicinano al teatro: il piacere di essere scelti per un ruolo e di avere un pubblico sono l’esca di Cavalli. Poi qualcuno viene colpito dall’Arte, “e quando accade, - testimonia il regista - capisci quanta vita hai ignorato. E perduto”.

Hai mai provato timore o disagio in carcere?

“Nemmeno per un istante ho avuto paura. Se mai, ciò che intimorisce è l’Istituzione penitenziaria, i suoi meandri, la lingua indecifrabile dei segni e dei simboli messi dallo Stato a presidio della sicurezza dei molti, contro la violenza dei pochi; il congegno preposto a infliggere dolore sistematico e costituzionale a chi ha creduto di poter commettere impunemente il delitto”.

Quale Paese vanta il miglior sistema penitenziario e che progetti vorresti portare in Italia?

“Nei paesi del Nord Europa si discute dell’abolizione del carcere come da noi, negli anni ‘70, si discusse dell’abolizione dei manicomi. Nelle società culturalmente più avanzate il carcere tramonterà nel giro di 50 anni. Non serve importare sistemi penitenziari migliori, ma imparare a creare una società che non abbia bisogno di carceri (tranne la necessaria cautela per comportamenti asociali o dettati da follia). Sulle esperienze d’arte in carcere, invece, l’Italia oggi è all’avanguardia nel mondo”.

In nessun altro sistema penitenziario si sarebbe potuto girare un film come “Cesare deve morire”, in una sezione di massima sicurezza, “con formidabili detenuti-attori, tutti in possesso di diploma europeo nelle discipline dello spettacolo, conseguito in carcere”, precisa il regista, consapevole che la fama del film permette ora di far conoscere molto di più un teatro che altrimenti “sarebbe finito nell’indifferenza solita della gestione politico-amministrativa di certi enti locali”. Lo dice dipingendo a tinte scure il quadro di una società “che smarrisce il valore del sapere, deprime il ruolo della competenza e si vanta di offrire cariche di rappresentanza agli ‘uomini qualunque’”.

Il teatro, in carcere o fuori, ha ancora un ruolo marginale; ma se esprime tanto potere di redenzione nel contesto penitenziario, perché non può avere un ruolo analogo in altri contesti sociali?

Non demordono, a Rebibbia, dove si lavora all’adattamento de “La resistibile ascesa di Arturo Ui” di Brecht, la storia dell’ascesa al potere di Hitler narrata con la metafora dell’avventura criminale di un boss della malavita di Chicago, “interpretato da detenuti travestiti da criminali di guerra. Un vero e proprio corto circuito mentale”.

“Il messaggio è chiaro, - conclude Cavalli - i delinquenti più pericolosi si aggirano liberi per il mondo e conquistano il potere con metodi da malavita, ma su scala più vasta. Così vasta che invece di Crimine è chiamata Politica”.

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