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Arriva un momento della vita in cui ci si siede su una sdraio in riva al mare, in compagnia selezionata, e si lascia andare il pensiero in giro per il mondo circostante, vicino e lontano, presente, passato e futuro. È il momento delle “parole incrociate”, un dialogo pregno di domande e risposte, gravido di definizioni, enigmi svelati, che genera un effetto catartico in chi lo conduce, ma anche in chi si trova nei pressi, ad origliare. Avere davanti il “mare”, l’infinito, mobile e sempre uguale, un serbatoio di energia smisurata, aiuta a riflettere sulla finitezza e sull’imperfezione umana, sulla limitatezza dei pensieri e degli atti che ci caratterizzano, dialoganti e origlianti.
Una coppia di “antichi” sposi, scherza e ragiona, di fronte al mare, in una conversazione che si snoda placidamente, al ritmo della risacca, infrangendosi in cento rivoli sulla battigia della memoria: le perplessità dell’educatore (tale è l’insegnante impersonato da Castelli) lambiscono temi importanti e seri per la società contemporanea, ai quali la coniuge (in arte e nella vita) aggiunge i suoi commenti ora arguti ora di alleggerimento.
Un pubblico affezionato, al teatro Cuminetti, disposto a ridere sin dall’inizio, accetta e infine applaude fragorosamente uno spettacolo inusuale, privo di “azione”, scevro di ammiccamenti alla violenza verbale che imperversa dentro e fuori dai mass-media, agli antipodi di un reality-show per tonalità, arguzia e finezza. Andrea e Nicoletta si prendono il loro e il nostro tempo, con grazia, con passione e dedizione, offrendoci lo spettacolo di una meditazione a due, rappresentazione certamente pedagogica di un rapporto comunicativo vivace e vivificante, come dovrebbe essere qualunque relazione umana, nel migliore dei mondi possibili, se esistesse.
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