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Home > QT n. 2, 23 gennaio 1999 > Gli agnellini trentini nella tana del lupo Svp.

 Lettera dal Sudtirolo

Alessandra Zendron
23 gennaio 1999
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Gli agnellini trentini nella tana del lupo Svp.

Il centro-sinistra trentino e i rischi delle sue riforme della Regione.

Indice:

Buon anno nuovo! Ma che epoca antica nella politica regionale! I cittadini votano e subito dopo i partiti fanno in modo che il voto sia inutile. A Bolzano quelli dell’area di centro-sinistra sono andati con Durnwalder, presentandosi come un’alleanza in grado di dare risposte di contenuto ed autorevolezza alla grave incertezza che colpisce in particolare il gruppo linguistico italiano e l’area mistilingue, e con l’intento di mettere la Svp di fronte alla necessità di fare una scelta politica e non puramente personale dei partners di giunta. Difatti, la democrazia sudtirolese prevede che, anche se un partito ha la maggioranza assoluta, non possa fare la giunta da solo, se non ha esponenti di entrambi i gruppi linguistici (oltre al diritto di entrare in giunta dei ladini se vi siano in Consiglio almeno due appartenenti a questo gruppo); essendo la Svp un partito etnico, deve rivolgersi quindi ad altri. Tuttavia lo spirito dell’autonomia richiede che questi "altri" siano autorevoli, per non dare l’impressione che un gruppo linguistico stia al governo, mentre un altro sta all’opposizione. E senza una presenza autorevole, per quantità di voti e per forza di proposta, sia di persone che di programmi, si verifica proprio la giunta "bricolage": un insieme di pezzi senza filo né forma, in cui chi è debole viene regolarmente prevaricato.

La reazione della Svp a questa proposta, si riassume nelle dichiarazioni dei suoi esponenti: "L’Ulivo non esiste"; "In Giunta entrano i tre assessori di prima, sostituendo Viola con Gnecchi, che al 99% è uguale"; "Con il 57% e 104.000 preferenze, ho il diritto di scegliere gli assessori che voglio" (Durnwalder); "I Verdi non li vogliamo, perché rafforzerebbero la presenza degli italiani e controllerebbero la Svp" (Brugger).

Di fronte a questo diktat, la reazione è quella dei vecchi tempi: i tre "prescelti" (da Durnwalder) battono rapidamente in ritirata e si concentrano sulla spartizione delle competenze, mentre il Dolomiten introduce l’articolo che descrive l’inizio delle trattative di giunta, con l’illuminante titolo: "Le pecorelle nella tana del lupo" (la sede delle trattative è quella della Svp).

Niente di nuovo nel comportamento dei vecchi partiti, ma certo un risultato ben lontano da quello suggerito dagli elettori, che hanno punito sia la sinistra che il centro proprio per aver fatto poca politica di alto profilo, per la mancanza di un progetto per il futuro, per accettare che la Svp gestisca con il 56% dei voti il 100% del potere. Dunque in Sudtirolo la giunta sarà anomala, rispetto alla normale democrazia: la forza maggiore dell’Ulivo starà all’opposizione, mentre una parte del centro-sinistra starà al governo, insieme al "Centro" che ha forti aperture verso la destra, e il cui eletto è stato a lungo in forse come capolista della Lista Civica di Forza Italia.

I tre partiti di governo sono tra quelli che hanno preso meno voti italiani, e quindi il gruppo linguistico italiano sta all’opposizione anche in questa giunta, insieme alle altre minoranze politiche.

In Regione, la debolezza del Trentino, causata dal comportamento eversivo nei confronti delle istituzioni di 14 consiglieri di vario orientamento, che confondono il legittimo ostruzionismo con il comportamento sprezzante e lesivo della dignità delle istituzioni e del proprio ruolo di minoranza, fa sì che la Svp sia legittimata a prendere l’iniziativa per le trattative di giunta, e che il centrosinistra trentino creda di poter risolvere i problemi di instabilità della provincia attraverso le riforme istituzionali, invece che attraverso un’amministrazione efficiente e corretta.

Ciò che vogliono diversi partiti trentini è la riforma elettorale, cui vengono attribuiti, come è accaduto in passato a livello nazionale, poteri taumaturgici per la rinascita della politica. Ma purtroppo questa legittima, anche se forse un po’ sopravvalutata aspirazione, viene inserita in una non meglio specificata "profonda revisione di tutto l’impianto costituzionale del sistema delle nostre autonomie", che propone come suo primo punto di "rovesciare il rapporto fra Regione e Province", senza che su questa proposta si sia prodotto un progetto più articolato e soprattutto uno studio sulle conseguenze dell’intero assetto in vigore. Inoltre nessuno dei "riformatori" dice che cosa esattamente vuole modificare, e soprattutto non sa quali sono le "competenze eventuali" che la nuova Regione dovrebbe avere, dopo avere cancellato quelle che ha ora, e neppure sa dire sulla base di quali interessi espliciti e concreti, non eventuali, funzionerebbe questa inedita confederazione di meno di un milione di abitanti, e perché il modello confederale fallito dappertutto dovrebbe funzionare proprio nell’ex Regione Trentino Alto-Adige.

Preoccupante è l’assenza di metodo, cioè di un insieme non vago di regole e garanzie di partecipazione di tutti i soggetti conviventi in Regione, che non si riduca ad un auspicio di buon comportamento e che legittimi l’impresa di un’operazione così sconvolgente della situazione attuale. Per fare l’autonomia, che si vuole profondamente riformare, infatti, ci sono voluti, a fare i conti stretti, trent’anni, dalle discussioni in commissioni paritetiche degli anni Sessanta, ai vent’anni necessari alle norme di attuazione, che hanno successivamente concretizzato ed allargato quanto previsto nel pacchetto del 1969. Allora, per trattare con lo Stato in cui risiedevano tutti i poteri, la Svp, riconosciuta allora come rappresentate unica della minoranza nazionale, pretese commissioni paritetiche. Attraverso una contrattazione dura e minuziosa si è ottenuto il risultato di un assetto che garantisce i diritti di tutti, e un equilibrio tra i gruppi linguistici su cui poggia, almeno finché reggerà il benessere economico, la pace etnica.

Oggi, di fronte ad un pacchetto chiuso, che allarga la condizione di minoranza estendendola alle minoranze nella minoranza, la prospettiva di un accordo fra trentini e Svp per una riforma che modifichi gli equilibri fra i gruppi linguistici non può non destare profonda preoccupazione nei cittadini sudtirolesi che non fanno parte della Svp, e che rischiano di rimanere schiacciati dagli interessi convergenti.

Enon si tratta di un caso da poco: l’umiliazione delle minoranze interne dopo un logoramento può portare ad una ripresa del conflitto etnico. E’ evidente infatti che il convergere delle due politiche del centro-sinistra trentino e della Svp, il primo spinto dalla speranza di riuscire a modificare il quadro regionale prima che il degrado della regione elimini i suoi sostenitori, la seconda pronta ad afferrare ogni occasione per portare avanti il suo obiettivo di abolizione, momentaneamente messo da parte all’interno delle istituzioni, ma riaffermato verso l’opinione pubblica attraverso il monopolio assoluto di stampa e mass media di lingua tedesca (Durnwalder, durante le trattative di giunta: "Delegare, svuotare, gettare").

Nella scorsa legislatura si è assistito e si è riusciti miracolosamente a frenare le spinte secessioniste della Svp: in cambio di che cosa oggi si dovrebbe aprire la porta alla fine della Regione? Se i partners deboli non sanno dove vogliono arrivare e per quale via, come non temere che chi ha le idee chiare finirà per ottenere un risultato non certo pensato nell’interesse della collettività regionale tutta?

La politica regionale dovrebbe indicare gli obiettivi, prima di trasformare le istituzioni in un "laboratorio" aperto ad ogni esito.

Ultime due domande a quei trentini convinti di risolvere i loro problemi affermando il diritto di fare la riforma elettorale in Provincia anziché in Regione. La prima: sono sicuri che la difficoltà di fare la riforma non sia dipesa, più che dalla Svp, dalla mancanza di una vera maggioranza al loro interno?

La seconda: non importa nulla a loro di che cosa accadrà alla democrazia sudtirolese, quando la Svp, resa aggressiva e prepotente dal successo elettorale abbinato all’incapacità storica di farsi carico degli interessi di tutti i cittadini, potrà farsi una riforma elettorale ad uso proprio, tale da schiacciare per tempi lunghissimi minoranze etniche e politiche?

Credono i democratici trentini che la loro democrazia possa fiorire avendo accanto una realtà in cui si vanno consolidando condizioni e relazioni che Lidia Menapace ha giustamente giudicato feudali?



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