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 Lettera dal Sudtirolo

Alessandra Zendron
4 dicembre 1999
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Il villaggio

Bolzano: dove sorgeva una baraccopoli abitata da immigrati, ora ci sono dei prefabbricati. La situazione igienica è migliorata, ma quanto al resto...

Indice:

"Il villaggio" è il titolo di un grande quaderno, formato A3 orizzontale, disegnato, scritto, colorato e stampato dai bambini che abitano nel complesso di casette prefabbricate costruite alla collina Pasquali all’uscita sud dell’autostrada a Bolzano nel 1993. Con l’aiuto di alcune maestre che si sono prestate a fare doposcuola nell’auletta prefabbricata, e di una mediatrice culturale, il villaggio è stato collocato geograficamente, descritto, raccontato da 28 bambini di elementari e medie, provenienti soprattutto dal Marocco, ma anche da Algeria, Albania, Nigeria, Ghana, Yugoslavia, Pakistan, Bangladesh, Croazia, Slovenia, Macedonia. Ihind descrive gli abitanti: "Il villaggio ospita 293 persone così suddivise: 164 singoli maschi, 4 singole donne, 125 persone in gruppi familiari di cui 56 minori". Il villaggio è sorto per cancellare la tremenda baraccopoli che era sorta spontaneamente nella zona industriale, nella quale vivevano centinaia di persone in condizioni igieniche disperate. Nel bello e nel brutto tuttavia, l’attuale insediamento ha assunto le caratteristiche del ghetto, dove le persone si trovano al sicuro, ma sono separate dal resto del tessuto urbano sottolineando fino all’estremo l’emarginazione dei suoi abitanti. Sara scrive: "A me piace stare al villaggio, perché c’è un bel parco pieno di giochi e un campo, dove ogni giorno si fanno giochi nuovi. Io e penso anche tutti gli altri, vorremmo che il villaggio fosse più vicino possibile alla città perché quando serve qualcosa è un vero problema, infatti il villaggio è posto in una zona dove non ci sono né negozi né supermercati". Il primo disegno del quaderno è una cartina, in cui gli otto prefabbricati che sono suddivisi in 75 appartamenti sono circondati dalle spiegazioni delle realtà che circondano il villaggio: l’inceneritore, il fiume Isarco, l’autostrada, il deposito dei camion della Fercam, la collina Pasquali. Rischio diossina prodotta dall’impianto di incenerimento, dunque, e rischio di contaminazioni dai rifiuti tossico nocivi che costituiscono la collina. Ma per i bambini anche questa è motivo di gioco. Hachim racconta: "La collina non è molto alta, ma da lì sopra si gode un bel panorama: la Fercam, il villaggio, l’autostrada, il fiume Isarco, la zona industriale e una grande parte della valle. Secondo i bambini del villaggio sulla collina ci sono cose misteriose come armi da guerra, serpenti, bisce, zingari, droga. Siccome sulla collina non si può andare, i bambini la considerano un posto appassionante ad attraente, e tutti una volta o l’altra ci sono andati di nascosto". La mancanza di una fermata di autobus che non costringa a lunghissime camminate o all’obbligo di possedere mezzi di trasporto aggrava l’isolamento del villaggio. A nulla sono servite richieste e anche mozioni in Consiglio provinciale, per rendere possibile un collegamento anche nel tardo pomeriggio o la sera. Raggiunte condizioni di vita igienicamente decenti, altri problemi diventano insolubili.

A visitarlo, chi scrive è andata con due donne della Commissione provinciale per le pari opportunità fra uomo e donna, e il nostro interesse era indirizzato specialmente verso la condizione delle donne e delle bambine. Così, parlando con alcune di loro, bevendo il tè alla menta preparato con cura, abbiamo saputo non solo dei tanti problemi pratici che riguardano tutti, ma anche di donne chiuse in casa (28 metri quadri) insieme ai bambini dai mariti, e di bambine fatte sposare per sistemarle e sgravare le famiglie d’origine del peso della responsabilità verso le figlie. Al villaggio moltissime donne sono incinte, perché contano in questo modo di ottenere il contributo previsto dalla Regione nel cosiddetto "pacchetto famiglia", e che viene dato appunto solo per il terzo figlio, mentre altre sperano che un alto numero di figli renda possibile realizzare il sogno di avere una casa sociale. Una donna è stata abbandonata dal marito perché hanno tre figlie femmine e nessun maschio. Le donne fanno una vita dura, perché come dappertutto tocca loro occuparsi dei lavori domestici e dei figli, il che si aggiunge ai turni pesanti nelle imprese di pulizia in cui la maggioranza di loro sono occupate. Inoltre le donne raramente possiedono mezzi di trasporto, e portare la spesa diventa un’ulteriore fatica per loro (salvo per le recluse, cui la spesa viene portata dagli uomini). Le associazioni, a partire dall’ABAS che gestisce il villaggio, sanno che l’unica soluzione giusta è quella di smantellarlo, inserendo le famiglie e le persone nel tessuto sociale. Tanto è urgente quanto è difficile. A Bolzano l’emergenza casa, nonostante la grande quantità di abitazioni costruite negli ultimi anni, continua ad essere drammatica. E’ di questi giorni la notizia che sette milioni al metro quadro sono un prezzo "normale" per un alloggio, mentre i canoni di locazione arrivano a un milione e mezzo per una stanza. Così il villaggio continua a rimanere una alternativa necessaria, mentre il Sudtirolo si continua a confermare un luogo poco accogliente per chi viene da fuori e non ha moltissimi soldi.


Parole chiave: Immigrazione, Sudtirolo

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