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Home > QT n. 3, 5 febbraio 2000 > La morte di Mustafà Wardan

 Lettera dal Sudtirolo

Alessandra Zendron
5 febbraio 2000
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La morte di Mustafà Wardan

Bolzano: case sfitte e immigrati che dormono sulla strada.

Indice:

Mustafà Wardan è morto di notte. Aveva festeggiato la fine del Ramadan a lungo con gli amici. Al ritorno si era sdraiato nella sua macchina, come sempre, per dormire. Non si è più svegliato.

A Bolzano fa freddo in gennaio. Chissà se Mustafà ha sognato il caldo del Marocco, mentre il gelo lo uccideva a 34 anni, là sulla strada che porta all’inceneritore, alla periferia del capoluogo di una delle provincie più ricche del mondo.

Il sindaco ha partecipato alle esequie, prima che la salma fosse portata via. Riconoscimento tardivo di una desiderata cittadinanza. Il vescovo ha inaugurato il ricevimento per i giornalisti, in occasione della festa del patrono San Francesco di Sales, con un minuto di silenzio, per sottolineare forse la sproporzione fra gli spazi enormi dedicati da giornali e TV ai capricci della politica e la rarità di attenzione verso il dramma dei senza-casa.

A Bolzano fa freddo. E mancano le case. Quelle poche in affitto hanno prezzi irragiungibili. In proporzione di quelle da acquistare che non vanno mai sotto i quattro milioni e mezzo al metro quadro. "Date in affitto le case che in gran numero restano sfitte" - ha invocato il sindaco Salghetti. I proprietari generalmente escludono gli stranieri. Già chi parla italiano spesso è sgradito. A un amico milanese è stato offerto, dopo lunga e inutile ricerca, un monolocale in periferia a un milione e mezzo al mese. Figuriamoci quando si ha un accento più straniero o ci si presenta con un aspetto esotico. Così tra gli immigrati è fortunato chi ha un posto per dormire nel ghetto del villaggio Pasquali.

Nelle auto parcheggiate sulla strada davanti al cancello chiuso del villaggio dormono coloro che non riescono a farsi ospitare abusivamente dentro. Per tutti non c’è posto. E l’associazione che gestisce il villaggio e la Provincia stanno cercando di sfoltire, in previsione di una chiusura del villaggio che ormai ha assunto, come i nostri lettori sanno, le caratteristiche di un ghetto.

Molti di quelli che dormono fuori non hanno lavoro, né tantomeno permessi. I lavoratori che si recano all’inceneritore dei rifiuti e passano davanti al villaggio, hanno rivolto proteste accusando gli irregolari di dar loro fastidio.La morte improvvisa fa saltare i nervi in una situazione spietata. Nei giorni seguenti gli abitanti del villaggio accusano l’associazione che lo gestisce di farlo male, risparmiando sul riscaldamento e pretendendo che il villaggio venga tenuto pulito dagli abitanti.L’associazione dichiara di voler abbandonare l’attività, nella consapevolezza che il ghetto è di per sé ingestibile e rendendo noto che trattandosi di volontariato è giá stato superato il limite di ciò che poteva fare. In particolare gli interventi a difesa dei più deboli, delle donne e dei bambini, che pretendono dai volontari funzioni di polizia.

Ma queste discussioni, di per sé piuttosto inutili nel momento in cui la città è incapace di risolvere il problema fondamentale, e cioè quello dell’abitare decente dei suoi nuovi abitanti, non riescono a togliere la sensazione di paralisi e gelo per una morte che trova paragone solo in quella dei barboni di Roma, che congelano nel tripudio miliardario del Giubileo.


Parole chiave: Immigrazione, Sudtirolo

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