Natasa e Vjosa: a due donne il premio Langer

I conflitti europei al centro del festival Euromediterranea di Bolzano.

L'esperienza di queste donne riporta all’attenzione la questione dell’identità. L’identità è fatta di tante cose: io sono una donna, abito a Torino, insegno all’università, frequento certe persone. Tutte queste cose e tante altre costruiscono la mia identità. Ma da dieci anni è emersa una pretesa brutale e violenta di imporre l’aspetto nazionale ed etnico dell’identità e di cancellare tutto il resto". Le parole di Anna Bravo, docente universitaria e autrice di un bellissimo libro di storia che arriva fino alla guerra del Kossovo, colpiscono al cuore le persone che hanno seguito il festival "Euromediterranea" di Bolzano. Per giorni è risuonata la voce di donne cecene, bosniache, kossovare e serbe, che raccontavano l’orrore delle guerre che hanno travolto la loro vita, le famiglie, le società.

Anna Bravo parla di prevenzione mancata, di silenzio delle democrazie verso la richiesta di aiuto, inutilmente ripetuta per anni da voci pacifiche. Come quella di Vjosa Dobruna, pediatra di Pristina, dal 1991 componente del movimento non violento di Rugova, che di fronte alle stragi di villaggi interi si è sentita costretta ad abbandonare la linea della non violenza e ad augurarsi l’intervento armato. Accusa: "Non sono state ascoltate le voci pacifiche, solo la guerra ha suscitato una reazione". Le fa eco Natasa Kandic, sociologa serba, premiata insieme a Vjosa: chiede l’intervento dell’opinione pubblica europea a favore della democratizzazione in Serbia, un sostegno per il movimento "Resistenza", l’unico nuovo, che non rischia, come le opposizioni tradizionali a Milosevic, di prenderne il posto senza che la politica nazionalista cambi. Natasa spiega con chiarezza il rischio che la mancanza di democrazia in Serbia porti a nuovi conflitti armati.

Ci sarà una risposta? L’esperienza finora è purtroppo negativa.Lo dice Marco Vesovic, scrittore, autore del libro "Scusate se vi parlo di Sarajewo". Vesovic parla della Bosnia, dove la guerra tace, ma la pace non arriva: "La verità è divisa in tre, come la Bosnia. La verità è dialogo, e in Bosnia c’è solo monologo. Ci vuole la verità per poter parlare di riconciliazione". Cita Tacito, Sallustio, e Sant’Agostino, e anche da questo, se ce ne fosse bisogno, emerge quello che già le testimoni cecene hannodimostrato: che laddove ci sono state le guerre non ne erano protagoniste popolazioni primitive e violente, come spesso hanno suggerito i mass-media, ma persone come noi e culture come le nostre. La guerra della ex-Yugoslavia non è stata una guerra etnica, ma una guerra per il potere, che ha usato lo strumento dell’odio etnico per raggiungere i suoi fini.

Vesovic conclude, senza speranza: "La riconciliazione in Bosnia è superflua: la Bosnia è divisa in tre per sempre. La riconciliazione serve ai popoli che vivono gli uni con gli altri e oggi in Bosnia i popoli vivono gli uni accanto agli altri. In questi anni senza guerra si sono abituati a questo: la Bosnia variopinta non ci sarà più".

La prolusione al premio è di Irfanka Pasagic, pediatra di Srebrenica, città la cui popolazione musulmana è stata in gran parte sterminata e sostituita con profughi serbi provenienti da terre croate "ripulite". E la dice lunga sulla distanza drammatica fra società umana e politica, il fatto che proprio lei, colpita direttamente nella famiglia, negli amici, profuga a Tuzla, abbia proposto Natasa Kandic di Belgrado per il premio. Una serba proposta da una dei pochi sopravvissuti di Srebrenica: è la dimostrazione della capacità degli esseri umani, e soprattutto delle donne, di far prevalere gli aspetti dell’umanità al di là di ogni muro divisorio, anche quelli edificati con il sangue, e di appartenere ad una rete invisibile di solidarietà, di amicizia e amore. "Come spiegare ai bambini che esistono i diritti umani?" - chiede Irfanka - I diritti umani non sono esistiti per loro durante la guerra, quando sono stati imprigionati, violentati, torturati e uccisi, loro stessi e le loro madri, i loro padri, i nonni, spesso sotto i loro occhi. I diritti umani non esistono ora, dopo la guerra, quando non possono ritornare a casa, ora che non hanno una casa". Gli adulti non parlano di cosa è successo: anche loro sono increduli di fronte a quanto è accaduto. Molti usano l’espressione "ciò che è successo", (non) esprimendo così l’indicibilità della loro esperienza.

Eppure il lavoro con i bambini è fondamentale. I bambini in Bosnia parlano di ritorno e di vendetta. "I bambini devono sapere che cosa è accaduto, altrimenti si ricomincerà". Ritornano in mente a chi scrive e forse a qualche lettrice e lettore di lunga data le parole di Lejla, giovane profuga bosniaca in Val Venosta: per continuare a vivere abbiamo bisogno più di psicologi che di cibo. Invece si parla di libri di storia separati, che preparano il prossimo conflitto armato, posposto nel tempo. La tragedia di oggi è frutto dell’arretratezza paurosa della cultura di pace, mentre quella di guerra è avanzata, e si propone con gli eserciti anche per gestire la pace. La lezione alla nostra convivenza imperfetta è diretta: solo imparando a riconoscere le differenze, ad accettarne la complessità anche all’interno di ogni persona, a superare attraverso il confronto i conflitti che ne derivano, si costruisce un futuro in cui ognuno possa vedere riconosciuta la propria identità come componente irrinunciabile di una società "variopinta" e pacifica.

Parole chiave:
Donne
Yugoslavia

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