Oltre la maschera

Dall’effetto plastico nella pittura di Giotto all’effetto dissolvenza nell’opera di Meneghetti al Palazzo della Ragione di Padova fino al 14 gennaio 2001.

Il percorso artistico di Renato Meneghetti, nella congerie magmatica di questi ultimi quarant’anni di storia delle arti e nella poliedricità delle sue forme espressive, porta con sé una coerenza di percorso e di "stile", una identità di visione che, senza mezzi termini, o "fagocita" o respinge il visitatore. Nello spazio apparentemente semplice ma straordinariamente ricco di testimonianze artistiche del Palazzo della Ragione di Padova, con quella "cohopertura... ad modum navis subvoltae", l’immenso soffitto carenato ideato da fra’ Giovanni degli Eremitani, e con quell’unico salone dalle pareti affrescate da Giotto e suoi allievi, dal Miretto e Ferraresi, si snoda a coda di serpente l’effetto dissolvenza dell’artista vicentino.

Renato Meneghetti, "Dissolversi" (monotipo su carta, 1964).

Giotto degli anni padovani, "colui che tutto mosse", riconsegna l’uomo al mondo, ne scioglie il flusso vitale, anima il film del suo destino terreno. Nel corso dei secoli poi ci si è accorti che il linguaggio delle cose riduce il piano dell’esistenza a pura maschera e rimuove l’esperienza definitiva: l’essere fatti per la morte.

Già nei Monotipi degli anni ’60 Meneghetti dà avvio a quel processo di scarnificazione del reale che parte dall’Io in dissolvenza, scopre gli eventi tragici della storia, come nel commovente collage "Cadeva la neve ad Auschwitz" e prosegue con la sua personale rappresentazione del mondo, come nel caso degli affreschi su tavola di case semidistrutte, le "Pareti perdute".

Dopo gli anni della contestazione il ritorno prepotente alla pittura coincide con la serie straordinaria delle Radiografie, sorta di viaggio al buio. Ma nei paraggi della morte la nostra capacità di vedere si acuisce fino alla vertigine. "Quando l’occhio dirige il suo sguardo verso un abisso ne deriva la vertigine che dipende sia dall’occhio che dall’abisso, perchè si sarebbe potuto non guardare" (Kierkegaard).

Meneghetti si accorge che nella geografia del corpo è inscritto il nostro passato, il nostro modo di essere e il paesaggio del mondo. Più reale del reale la radiografia rivela le forme che giacciono acquattate nell’ombra, forme che un gioco di parole ci aiuta a disvelare, forme icone che riconosciamo immediatamente. "Il porsi in opera della verità apre il prodigioso, rovesciando l’ordinario e ciò che è mantenuto come tale" (Heidegger). Alla paura della verità fa seguito il gioco, l’amore del viaggio, la visione; non c’è elemento del reale che sfugga all’occhio penetrante, intrusivo del pittore: una lisca di pesce persico, il seno di Naomi, l’anima della foresta; particolari catturati e immersi in colori da trip postmoderno perché documentino il "Sahara al di là dell’occhio", l’epoca.

Il Museo di Meneghetti dovrebbe essere preceduto dai tagli di Fontana.

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Arte

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