Terrasanta

Sconfortanti impressioni di un viaggio in Palestina.

Chi scrive ha passato cinque giorni in Israele e Palestina, per conoscere i premiati del premio "Alexander Langer" di quest’anno. Un palestinese e un israeliano che continuano a lavorare insieme per creare le condizioni per la pace. Ma non è stato facile. Soprattutto farli incontrare è stata un’impresa che ha richiesto un’auto diplomatica in prestito e un rischio non da poco nell’infrangere i divieti dell’esercito.

Non ci sono turisti in questi giorni nei luoghi santi, affollati l’anno scorso da centinaia di migliaia di turisti. Da settembre, quando è partita la seconda Intifada, le vie strette della città vecchia di Gerusalemme, solitamente affollate da non riuscire a passare, sono vuote. Un artigiano di gioielli si affaccia alla porta del suo negozio sulla via Dolorosa che conduce dalla porta dei Leoni al Santo Sepolcro e al Golgota, e chiede da dove veniamo. Si fa tradurre in italiano e in tedesco "Totale Ausverkauf", svendita totale. Si trasferisce nella Gerusalemme nuova, nella speranza di salvare la sua attività. Gli altri aspettano e stringono la cinghia.

Israele è in guerra, molto più di quanto non appaia sugli schermi televisivi occidentali. Posti di blocco ovunque, i militari sono l’elemento più comune in un guazzabuglio di costumi che vanno da quelli degli ebrei ortodossi di rito chassidim, con i colbacchi di pelo nel calore mediterraneo, alle lunghe tuniche, ai turbanti e alle divise delle scuole confessionali cristiane.

A Betlemme, territorio palestinese, la chiesa della Natività, meta solitamente di milioni di pellegrini, è deserta. Tutti gli alberghi sono chiusi e solo uno delle decine di negozi di souvenir è aperto e desolatamente vuoto. Per venti shakel un vecchio ci guida, inginocchiandosi e baciando ogni angolo della grotta. Ci accompagnano due studentesse dell’università di Betlemme, due ragazze musulmane, una delle quali non ha mai messo piede nella chiesa cristiana.

Non è facile percorrere i pochi chilometri che dividono le due città più sante della Terrasanta. Posti di blocco impediscono agli israeliani di entrare, e ai palestinesi di uscire, salvo quelli che possiedono un salvacondotto che indica la loro condizione di lavoratori.

Ma Betlemme e Beit Jala sono due località moderate. Non è Gaza, dove la popolazione , in grandissima parte composta di profughi delle varie guerre arabo-palestinesi, vive in condizioni disperate. Anche qui però esiste un campo profughi, dove dal 1948 vivono in un chilometro quadrato 13.000 rifugiati. Vi sono tuttavia anche case belle, in pietra bianca, frutto spesso delle rimesse delle migliaia di emigrati in tutto il mondo, del turismo e del lavoro. La notte però non dorme nessuno. Sulla collina di Beit Jala salgono i tanzim, guerriglieri palestinesi, e sparano sull’insediamento israeliano che si trova sulla collina di fronte, Gilo. Di qui rispondono con i cannoni e i missili, distruggendo le case.

Il direttore tedesco di una scuola di proprietà della Chiesa luterana, dice sconsolato: "La situazione è troppo terribile per svolgere un’attività educativa, d’altra parte non c’è niente di più importante dell’educazione". Durante la visita all’improvviso un boato come di temporale scuote l’edificio in cui ci troviamo. E continua così per ore. I bambini, 850 in tutto, di religione musulmana e cristiana, perdono il sorriso. Diversi di loro sono stati feriti anche gravemente sulla strada che li porta a scuola. Wilhelm Goller vive qui da cinque anni ed ospita il Prime, l’istituto di ricerca per la pace di cui i nostri due premiati sono i co-direttori. "Voglio che da questa scuola si costruiscano ponti" - ci dice". Fuori continuano a sparare i cannoni. La scuola è isolata e per far entrare i bambini e i docenti che non abitano qui si è aperta una breccia nel muretto dalla parte del campo profughi che confina con il terreno della scuola, in cima alla collina, con un grande bosco di pini davanti all’entrata.

Una terra contesa senza pietà e di recente senza speranza. Dopo un lungo periodo di relativa distensione, il conflitto sembra dappertutto. Gli attentati suicidi fanno strage a Tel Aviv e rendono muti e impotenti quegli intellettuali israeliani che si sono sempre battuti per una pace giusta. Contro gli insediamenti dei coloni, ad esempio, che sottraggono terre e risorse, soprattutto l’acqua, nei territori che secondo gli accordi di Camp David dovrebbero passare ai palestinesi alla fine del conflitto. Ma di fronte alle stragi, anche Yael Dayan, figlia di Moshe Dayan e deputata pacifista alla Knesset, che intervistiamo nella sua casa di Tel Aviv, si chiede come si possano continuare i negoziati in presenza del terrorismo.

Per difendersi, l’esercito ha isolato i territori dell’autonomia palestinese. I loro abitanti sono prigionieri. I beduini, abituati a spostarsi per sfruttare le differenze climatiche fra il fresco estivo di Gerusalemme che si trova ad 800 metri di altezza e il tepore invernale di Gerico, a 360 metri sotto il livello del mare, sono bloccati nel deserto a metà strada, in tende dove i loro bambini e gli animali muoiono di freddo d’inverno e di caldo d’estate.

Le limitazioni di movimento, le umiliazioni subite ai check point, le lunghe code sotto il sole, esacerbano gli animi anche dei palestinesi moderati.

Così da entrambe le parti si percepisce una compattazione, una riduzione delle enormi differenze che esistono all’interno della società di entrambi i popoli, un orgoglio di "resistere" che non promette niente di buono. Da entrambe le parti sentiamo dire: "Vogliono indebolirci, ma siamo forti e resisteremo".

Inostri due premiati invece spiegano che il problema è che "il nemico è senza faccia". E il loro lavoro, condiviso da molti altri docenti universitari loro colleghi, cerca di far conoscere la realtà delle persone e delle esperienze. Non sono i soli. A Gerusalemme conosciamo Betselem, una organizzazione israeliana non governativa che da molti anni documenta le violazioni dei diritti umani, soprattutto con vittime palestinesi. Ma gli interlocutori moderati sono sempre di meno e soprattutto hanno pochissimo spazio al livello politico. Dalla parte palestinese la mancanza di democrazia non permette l’emergere di voci moderate. Dall’altra, sono gli attentati a dare forza ai falchi.

All’aeroporto leggo un giornale che riporta un contraddittorio fra un ex generale che non vuole che si tratti coi palestinesi per non dare segni di debolezza, e mi consola leggere le parole della portavoce del partito Meretz ed esponente della Peace Coalition, la deputata alla Knesset Naomi Chazom, che si batte perché i negoziati riprendano subito: "E’ proprio nel momento del conflitto aperto che si deve trattare, perché questa non è una questione militare".