Università addio?

Un prestigioso docente denuncia problemi e insufficienze dell’Ateneo bolzanino. La risposta? “I problemi ce li ha lui!”.

Si fregano le mani i nemici storici dell’Università di Bolzano. Quelli, per intendersi, che negli anni ‘90 ritenevano e ritengono tuttora che gli anatemi della SVP contro le istituzioni culturali elevate fossero per sempre. No al teatro, no all’Università: destra del partito maggioritario e partitini alla sua destra furono fino all’ultimo uniti contro lo spauracchio che a Bolzano si potessero rappresentare grandi spettacoli culturali o la città fosse invasa da giovani difficili da tenere sotto controllo, come spesso sono quelli che studiano lontano dalle famiglie. Prevalse il buon senso, spinto con decisione dai circoli economici, che vedevano nella mancanza di laureati un punto di debolezza dell’iniziativa privata locale, costretta a importare teste da fuori provincia.

La soddisfazione degli avversari dell’Alma Mater sudtirolese non dipende dalle difficoltà di realizzazione dell’ambizioso progetto di università "plurilingue, europea e internazionale, piccola ma di alta qualità" come ha detto uno dei suoi fondatori, il professore di origine sudtirolese Gottfried Bonell, dopo aver sbattuto la porta. Anzi a onor del vero, in carattere con uno stile sconosciuto fra i monti, la porta l’ha chiusa alle sue spalle dopo quattro anni di impegno dedicato a mettere a disposizione della nuova istituzione le sue qualificate relazioni internazionali.

Per un’università che ha nel suo statuto affermazioni impegnative come: "l’istituzione è autonoma", "garantisce libertà di ricerca e di insegnamento", "promuove la cooperazione culturale a livello nazionale e internazionale", ciò che deve preoccupare sono le ragioni dell’abbandono del prof. Bonell.

In un’intervista dai toni comunque moderati, egli stesso ha attribuito le cause delle sue dimissioni alla mancanza di autonomia della nuova università, dove non prevale lo spirito di innovazione e l’aspirazione a creare qualcosa di diverso che differenzi Bolzano da Trento e Innsbruck. Critiche vengono rivolte anche alla politica del personale, caratterizzata da mancanza di coraggio: curriculum di basso livello dei professori, pochi giuristi, professori di economia che vogliono stabilire programmi e pianta organica delle materie giuridiche; si preferisce avere professori fissi con curriculum insufficienti che organizzare seminari con professori esterni più validi.

Le considerazioni di uno dei personaggi più prestigiosi e quindi punto di riferimento della nuova università avrebbero potuto inquadrarsi in un dibattito sulla gestione e il futuro dell’istituzione, segnale di vitalità e di interesse al suo interno e all’esterno.

Ma c’è un ma. E questo ma costituisce il problema dell’università di Bolzano. Di fronte all’emergere della decisione del prof. Bonell, la reazione dei vertici dell’università, a partire dal rettore, è stata un levare di scudi che non si è fermato di fronte a niente. Dapprima si è detto che il professore non avrebbe dovuto comunicare all’opinione pubblica le sue opinioni critiche, ma che i "panni si dovevano lavare in casa". Dunque la cittadinanza, dalle cui tasche vengono i finanziamenti che rendono possibile l’esistenza dell’università, secondo i suoi dirigenti non dovrebbe essere informata. Ne emerge una concezione "imperiale" del diritto all’istruzione: sarà questo l’approccio democratico per i nuovi economisti bolzanini? Poi è intervenuto in persona il rettore, con un’intervista alla RAI Sender Bozen, negando l’esistenza dei problemi riportati da Bonell, e affermando, in piena dialettica da lotta rusticana, che "i problemi ce l’ha il professore".

Una vicenda che segna malamente un periodo in cui finalmente il presidente della Giunta provinciale lascia la presidenza del Consiglio d’amministrazione dell’università, ma in cui evidentemente il potere della Provincia non molla la presa su un’istituzione che dovrebbe guadagnarsi sul campo l’epiteto di "libera". Nel nuovo Consiglio d’amministrazione la Provincia ha nominato come suoi rappresentanti sei persone più una a titolo etnico (italiano). Dopo ripetute proteste del Comitato per le Pari opportunità, due componenti sono donne. (Fra le peculiarità dell’università di Bolzano c’è anche infatti l’esclusività di genere, dagli organi amministrativi ai docenti, perfino in Scienza della Formazione, dove ci sono solo studentesse).

Coloro hanno sostenuto in passato l’utilità della nascita dell’università a Bolzano, con la speranza che essa assumesse anche una funzione di stimolo alla crescita di una società capace di affrontare i problemi in un’ottica di superamento degli aspetti tribali del conflitto fra gruppi linguistici e di guardare al mondo apertamente, non possono che prendere in considerazione le osservazioni critiche di uno dei suoi più prestigiosi e stimabili fondatori, e non possono che essere preoccupati dei toni autoritari e privi di argomentazioni che vi vengono contrapposti.

Tutta la cittadinanza inoltre, favorevoli e contrari "storici", ha diritto non solo ad essere informata, ma anche a partecipare al dibattito sull’orientamento delle proprie istituzioni culturali, che non sono donate in appannaggio a "sovrani" variamente autonominatisi. Costoro vorrebbero creare qui un arbitrio di carattere personale che non si trova in alcun altro luogo della cultura, perché la cultura esiste solo dove esiste il confronto e il dibattito. La libertà, appunto.