Regione, la paralisi

La Regione potrebbe avere un futuro, e invece...

"Non c’è più niente da salvare" - mi dice sconsolato uno degli ultimi - almeno finora - sostenitori dell’ente regionale. Sa che ormai chi scrive è rimasta fra i pochissimi - almeno fra i politici - che sono convinti che l’ente regionale non debba semplicemente essere cancellato.

Una paralisi istituzionale sta uccidendo la regione. Due sono le cause, che come una forbice micidiale stanno risultando fatali. Da un lato, l’ostruzionismo cieco e ostinato dell’opposizione di destra, in questi giorni sulle deleghe alle Province delle funzioni amministrative delle ultime materie di competenza regionale, ma anche nei due anni precedenti sul disegno di legge sui comuni, da un decennio ormai invocata come indispensabile e urgente da sindaci e comuni. Dall’altro lato il mancato rispetto dei patti da parte dei componenti della maggioranza. La legislatura era nata sulla base di un accordo che prevedeva un diverso futuro ruolo della Regione e la delega delle funzioni amministrative attualmente esercitate dalla regione stessa alle due Province.

Cominciato con un anno di intenso lavoro e l’approvazione di innumerevoli leggi, il progetto di legislatura si è arenato quasi subito. Che cosa è accaduto?

Ho vissuto direttamente la mancanza di volontà, cui si è assommata l’incapacità di chi era chiamato a gestire la complessa situazione, di creare una base di discussione per la definizione di una Regione nuova. Hanno vinto quelli che non volevano parlarne, benché vi fossero coloro che lealmente volevano portare avanti le cose. Nel frattempo una riforma è stata fatta dal Parlamento e in essa è stata confermata l’esistenza dell’ente regionale nel sistema autonomistico. A maggior ragione quindi diventa intollerabile una situazione che crea condizioni tali da farne prevedere la cancellazione.

Perché la nuova giunta ha accettato la richiesta della SVP di far precedere le deleghe ad ogni altro impegno? Il tavolo di cui si parla nei giornali non esiste. E non esisterà, perché non ha senso farlo dopo. E’ inoltre assai discutibile se a questo punto della legislatura abbia senso la - peraltro difficilissima - creazione di un luogo di discussione extra-parlamentare. E’ il Consiglio regionale che dalla riforma dello statuto è il luogo in cui si devono fare le riforme (conformemente a quanto deciso nei consigli provinciali): l’esclusione dell’istituzione, per passare sempre dalle porte segrete dei partiti, l’esclusione degli eletti del popolo è motivo sufficiente per credere che non si voglia raggiungere alcun obiettivo. D’altro canto l’atteggiamento totalmente ostruzionistico dell’opposizione di destra su ogni argomento sta a confermare che è il Consiglio stesso a respingere ogni ipotesi di diventare attivo su questo tema. Dunque: paralisi.

Eppure ci sarebbe molto da sviluppare per il futuro. A partire dalle competenze in materia di previdenza, materia del patto di legislatura ed ora bellamente ignorato da progetti provinciali che portano il segno della separazione ad ogni costo, estranei come sono ad ogni logica di sostenibilità finanziaria per la ristrettezza del bacino d’utenza.

E andando avanti nella materia di organizzazione della giustizia. Iniziata con successo con la giustizia di pace, la funzione della Regione potrebbe essere estesa a tutto il servizio giustizia, contribuendo a risolvere problemi gravi su cui il presidente del tribunale di Bolzano e il procuratore della Repubblica hanno fatto di recente un allarmato appello alla politica locale.

E’ pronta da mesi una norma di attuazione, il governo attuale e soprattutto il ministro di giustizia hanno un orientamento favorevole al regionalismo in questa questione. La Regione Trentino-Alto Adige potrebbe essere la prima a sperimentare una significativa novità e trarne ragione di evoluzione verso un ruolo nuovo e diverso. Nulla però si muove. Come incantati dai serpenti, si aspettano le deleghe. E l’intera legislatura viene sacrificata sull’altare (pagano) delle deleghe.

Carlo Willeit, consigliere dei Ladins, ha definito "atto unilaterale" la legge sulle deleghe, per la sua atemporalità rispetto all’avvenuta riforma dello Statuto e alle necessità di adeguamento costituzionale che ci aspettano.

Tutti ignorano volutamente ciò che si può fare per usare per il bene della cittadinanza questo come gli altri organismi della democrazia locale. Tutti sembrano presi dalla ricerca di modi per "liberarsi" di un ente scomodo.

Nessuno sembra consapevole che la responsabilità storica del degrado drammatico della Regione e dell’incapacità di riformarla ricade sulle classi politiche che l’hanno governata e rappresentata e che, se anche nei bassissimi giochi della politica di oggi riescono a sfuggire al giudizio, non potranno farlo a quello del tempo.

Un giudizio che non potrà che essere pesante, perché quando le istituzioni non funzionano, il prezzo lo pagano i cittadini e le cittadine. Un prezzo di mancate riforme, di mancanza di prospettive per il futuro, di incertezza istituzionale.