Lungo il fiume, sull’acqua

Vita e morte di Helmuth Gasser.

Invece di scrivere la solita “lettera”, ho tradotto una nota del direttore della Tageszeitung, il secondo giornale in lingua tedesca, che credo piacerà ai miei pochi lettori e alle mie poche lettrici. Questo bellissimo articolo è apparso sulla TAZ il 30 gennaio scorso.

Alessandra Zendron

Aveva capelli biondi, occhi di un blu intenso e uno sguardo acuto. Lo incontravo da anni nel corso delle mie quotidiane corse in bicicletta che devo al mio debole cuore. Viveva sotto il ponte Roma, solo, al contrario dei suoi simili, perché di regola i barboni costituiscono delle comunità, di destino o di solidarietà. Stanno insieme e si aiutano l’un l’altro, si fanno coraggio, dividono il gelo sotto i ponti e l’alcool, si riscaldano insieme, fingono di essere una famiglia e sono fraterni, mostrano comprensione per le stravaganze degli altri e litigano poi selvaggiamente, si picchiano, perché l’altro è un uomo cattivo, un delinquente, e i barboni in realtà sono gente per bene, nobile, che non fanno mai male a nessuno.

Lui aveva un ponte, una "casa" per sé, perché non era un perdigiorno di città, e neppure un mendicante, si era solo fatto in disparte dal mondo. Viveva semplicemente nel suo mondo e là si era messo comodo, si fa per dire. Aveva un letto, una coperta di piume, nella quale si avvolgeva, in modo che nessuno lo vedesse, uno stenditoio, perché era pulito, i suoi averi li aveva stivati in sacchetti di plastica, il guardaroba per le diverse stagioni, le scarpe e il costume da bagno, perché quando era caldo prendeva il sole per ore sul prato della passeggiata, era sempre abbronzato e poi faceva il bagno nel fiume, perché deve avere molto amato l’acqua.

Sedeva nel fiume, nuotava nel fiume, giaceva nudo sull’isola in mezzo al fiume e nel fiume infine è morto. Giovane, troppo giovane. Improvvisamente e inaspettatamente, come si dice in questi casi. Nessuno lo sa di preciso. Come è morto, se è stato un incidente, o se è morto di freddo o se si è lasciato morire. Alla fin fine è anche relativo, perché fino alla sua morte nessuno in realtà negli ultimi anni si era interessato a lui; la polizia di tanto in tanto.

Non lasciava avvicinarsi nessuno, voleva sempre stare solo. Con me era sempre gentile e distaccato, salutava con un cenno del capo e quando era di buon umore e sorrideva con tutto il viso, diceva "Hoi, Tribus". Da qui mi ero accorto che era di lingua tedesca e dalla pronuncia potei capire che era figlio di una famiglia sudtirolese. Solo dopo la sua morte ho scoperto il suo cognome, perché anche quello non lo diceva volentieri, Helmuth sì, ma che si chiamasse Gasser, Gasser come centinaia, non l’ha detto a nessuno, dava altri nomi, nomi di artisti, di solito italiani, come l’Ambiente, nel quale silenziosamente si muoveva.

Nel giornale per l’annuncio mortuario c’è una sua bella foto, di quando era un bravo e bel ragazzo di 14 o 15 anni, sarà stata l’ultima che la sua famiglia aveva di lui, perché se n’era andato presto di casa, volontariamente o scacciato, non ha più importanza ora. Un addio in "un lutto senza parole, la redenzione è una grazia" come se non fosse accaduto nulla, meglio così.

Aveva anche problemi di droga, si sa, ma li hanno in molti. Dopo le difficoltà si è ritirato dal mondo e si è creato un mondo suo. Deve avere molto amato la natura e per questo si è cercato nella città una macchia d’erba, dove la natura vive e fa vivere, lungo il fiume. Guardava per ore il cielo, in un muto dialogo con fratello sole, fissava per ore il cielo stellato e seguiva i suoi pensieri, il suo mondo pieno di segreto. Una vita in armonia con la natura, solo con se stesso e la solitudine. Non ci spetta di giudicare se era bene o male. Non voleva essere un caso sociale e non si è fatto richiudere in uno dei dormitori. Non voleva essere accudito dall’assistenza sociale, curato e consolato per forza. Voleva solo vivere. Solo. Con sé e con Dio. Non tutti gli uomini vogliono integrarsi nella società. D’altro canto è un diritto che dobbiamo rispettare. Helmuth G. era diverso dagli altri. Ha amato la libertà ed è vissuto libero. Un po’ lo invidiavo. Ma solamente un po’. Continuerà a tacere. Per sempre.

Parole chiave:
Emarginati
Sudtirolo

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La città e i suoi matti
di Luca Petermaier :: QT n. 11, 29 maggio 1999
“Hotel Millestelle”

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