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Home > QT n. 9, 1 maggio 2004 > La democrazia non si esporta con la guerra

 Lettere e interventi

Giorgio Tosi
1 maggio 2004
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La democrazia non si esporta con la guerra

Indice:

Da quando venne scatenata la guerra preventiva, al di fuori di ogni legalità internazionale, contro l’Iraq, la minaccia terroristica di matrice islamica è diventata più aggressiva e sanguinosa come insegnano la recente strage di Madrid, la rivolta della guerriglia irachena, e la barbara uccisione dell’ostaggio italiano avvenuta il 14 aprile. Appare ormai evidente a tutti che i metodi usati finora per battere il terrorismo internazionale sono sbagliati. Il papa Giovanni Paolo Il non si è stancato di ripeterlo dall’ 11 settembre 2001 fino ai nostri giorni, in consonanza col sentimento popolare e con le posizioni della sinistra democratica. Il 1° gennaio di quest’anno, nel messaggio per la celebrazione della giornata della pace, il Pontefice ha scritto che "per essere vincente la lotta contro il terrorismo non può esaurirsi soltanto in azioni repressive e punitive". I non credenti non possono non convenire con questa posizione, la cui giustezza è stata confermata dai tragici fatti che si sono susseguiti dopo la "Blitz Krieg" americana, che sembrava dover essere risolutiva.

Tuttavia la guerra non è stata l’unico errore compiuto da Gran Bretagna e dagli USA, che hanno alimentato il terrorismo invece di indebolirlo. Uno fra i più gravi è stata la pretesa di esportare la democrazia in un Paese islamico, anzi in due, Afganistan e Iraq, con la speranza di influenzare in tal senso tutto il Medio Oriente. Questa pretesa è stata avvertita dagli islamici come un’offesa. Osserva acutamente l’editoriale della rivista dei Gesuiti "La Civiltà Cattolica" del 7 febbraio 2004 (pag. 218): "Particolarmente offensiva per la comunità islamica è la pretesa di voler esportare la democrazia occidentale, senza rendersi conto che almeno per il fondamentalismo islamico la `democrazia’ toglie la sovranità ad Allah per trasferirla al popolo: ciò che per un mussulmano credente è un atto di miscredenza".

In oltre un anno di dibattiti e di analisi non ho trovato una riflessione più intelligente. E’ strano che storici e politologi, che hanno fatto i pifferai di Bush, abbiano rimosso questa idea fondamentale. Che non è poi così strana, se si pensa che almeno fino a 60 anni fa noi italiani non eravamo cittadini ma semplici sudditi. I nostri codici del 1930 (civile) e del 1942 (penale) vennero promulgati da Vittorio Emanuele I1I°, re d’Italia "per grazia di Dio e volontà della Nazione". Così era scritto anche nello Statuto Albertino, che qualificava gli Italiani sudditi e non cittadini. Il potere dunque derivava ancora da Dio. Eppure la Rivoluzione francese risaliva a 200 anni prima. Solo con la Costituzione del 1° gennaio 1948 gli Italiani diventano cittadini. La democrazia è frutto di un percorso culturale e politico molto lungo, che non può essere forzato. L’errore di fondo compiuto dall’Occidente (non tutto), e in particolare dagli Americani, è stato quello di aver ignorato questa verità elementare, e di non volerlo ancora riconoscere. Questo non significa certo che i popoli mussulmani non potranno mai diventare democratici. Occorre tempo e pazienza. Bisogna che via sia una feconda contaminazione culturale e politica tra i nostri valori e quelli islamici. Bisogna smetterla di pensare che noi occidentali siamo i maestri, e i mussulmani gli scolari, che magari vanno educati con punizioni corporali.

E’ essenziale, scrive l’editoriale della Civiltà cattolica, "che gli occidentali mostrino rispetto per la civiltà islamica, sapendo distinguere l’islam dal terrorismo islamico, praticato da piccolissimi gruppi radicali". Se ne deve concludere che l’unico modo efficace di combattere il terrorismo non sia l’invasione militare di un paese con lo scopo di "esportare la democrazia", ma "il ricorso a raffinate tecniche di intelligence in cui siano impegnati tutti i paesi occidentali ... evitando ogni azione politico militare che sia o appaia diretta contro un popolo islamico".

Si deve sempre ricordare, conclude La Civiltà Cattolica, che i popoli islamici per quanto divisi formano una umma, cioè una comunità unica, per cui ogni azione diretta contro uno di essi viene considerata diretta contro tutto il mondo islamico.



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