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 Lettera dalla Palestina

sagoma volto
13 novembre 2004
di Sara Turra
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Ricostruire

Palestinesi, israeliani e “internazionali” al lavoro: a ricostruire assieme una casa di palestinesi distrutta dai bulldozer.

Indice:

Da domenica scorsa sto partecipando ad un campo di lavoro organizzato dall’ICAHD (Israeli Committee Against House Demolition - www.icahd.org). Obiettivo del campo è quello di ricostruire una casa distrutta dall’esercito israeliano nel villaggio di Anata, vicino a Gerusalemme. L’edificio, secondo quanto dichiarato dalle autorità israeliane, non era in regola con le norme imposte dal ministero competente in quanto costruito su terreno agricolo e per questo è stato abbattuto.

Il terreno di agricolo ha ben poco: una collina di rocce e sterpaglie bruciate dal sole. Vicino alle rovine, sullo stesso terreno, anch’esso "area verde", è stata edificata due anni fa una prigione dello Shin Bet. La si può vedere dalle macerie della casa: di verde all’interno c’è solo il praticello del parcheggio, ma tanto basta.

Alle 9 di mattina, un mese dopo che la famiglia Kabùha aveva ricevuto l’avviso di demolizione, sono arrivati ad Anata 100 soldati, 20 ufficiali di polizia e 4 bulldozer. I 22 membri della famiglia hanno rifiutato di lasciare la casa e sono stati evacuati con la forza. Alle 12 era tutto finito, l’area livellata. Non importa il fatto che la famiglia Kabùha sia proprietataria della terra e che abbia già pagato delle multe alla Municipalità per aver costruito senza permesso, né che i suoi membri siano cittadini israeliani, seppur beduini.

Ci sono altre 200 case ad Anata che rischiano una fine simile per lo stesso motivo. Da sabato prossimo ce ne sarà una in più.

E’ stato bello lavorare alla ricostruzione della casa dei Kabùha. Interessante soprattutto perché il gruppo di lavoro era composto da palestinesi, israeliani e internazionali. Tutti insieme per una volta, per dare vita ad un atto di resistenza attiva. Un fatto sul terreno come quelli che piacciono tanto al governo israeliano. Sappiamo tutti che quello che stiamo facendo è illegale agli occhi delle autorità. Sappiamo anche che la casa potrà essere demolita nuovamente una volta che ce ne saremo andati. Ma ho visto come quest’esperienza è vissuta dagli abitanti di Anata e da noi partecipanti. Stiamo creando qualcosa che è più di una casa.

Anche la scorsa estate c’è stato un campo simile, sempre qui ad Anata. La casa costruita è quella dove ora abbiamo la nostra base, Beit Arabyia. Non ci vive la famiglia che ne è proprietaria: oggi Beit Arabiya è una specie di centro per la pace. Allora molti genitori di Anata avevano portato i loro figli sul sito per fargli vedere che gli israeliani non sono tutti armati e cattivi, e non tutti distruggono le case e anzi alcuni le ricostruiscono, lavorando fianco a fianco con i palestinesi. C’è bisogno di un’educazione di questo tipo se si vuole uscire dal conflitto.

Molti palestinesi sono contrari a quella che definiscono "normalizzazione", ma far crescere i bambini nell’odio e nella paura non serve a migliorare la situazione. E’ facile per me dirlo: pur stando qui, non ho mai subito la violenza e la frustrazione quotidiane create dall’occupazione, tuttavia credo sia necessario che entrambe le parti comincino a conoscersi per riuscire ad uscire da un ciclo di violenza che altrimenti sarà innarestabile.

Sto capendo tante cose grazie a questo campo. Sono in Palestina da più di quattro mesi ma ancora non sapevo ancora quasi niente su attivisti e pacifisti israeliani. Certo, a Hebron è piuttosto difficile entrare in contatto con queste persone. Gli unici rappresentanti della popolazione israeliana che mi capita di incontrare sono coloni (tutt’altro che pacifici, figuriamoci pacifisti!) e soldati. I "normali" cittadini di Israele non possono entrare legalmente nei territori classificati come area C, e dunque neppure a Hebron. Ad Anata finalmente ho sentito parlare alcuni rappresentanti di questa società civile che sembra così silenzioza e troppo spesso assente, ma in realtà attiva e motivata. E’ stato interessante e ha reso il quadro che si sta lentamente dipingendo nella mia mente ancora piùcomplesso e variegato.


Parole chiave: Ebrei, Medio Oriente, Pacifismo

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